Rassegna stampa araba: La riconciliazione palestinese durerà?

Rassegna stampa araba: La riconciliazione palestinese durerà?

«La leadership di Gaza ha finalmente accolto l’Autorità palestinese a braccia aperte per porre fine alla disputa con Hamas. Quello raggiunto, è un accordo molto importante sia politicamente che dal punto di vista umanitario ed è merito del presidente egiziano Abd al-Fattah al-Sisi, il primo in dieci anni ad esserci riuscito»[1]. È questo il giudizio dell’analista del filo-saudita Asharq al-Awsat Abdul Rahman al-Rashed a proposito della riconciliazione nazionale raggiunta questa settimana dall’Autorità nazionale palestinese (Ap) e il movimento islamico Hamas. «Per dieci dolorosi anni – osserva il commentatore – l’affollata popolazione della Striscia di Gaza ha sofferto ed è stata testimone di devastanti guerre senza avere ottenuto politicamente nulla. Le fazioni hanno combattuto contro estremisti ed [elementi] radicali. Il commercio è stato proibito, i tunnel [a confine con l’Egitto, nda] bloccati, nuotare impedito e la pesca limitata. La sofferenza è iniziata quando l’aeroporto, simbolo della promessa di pace e di un futuro migliore, è stato chiuso. La maggior parte delle notizie relative a Gaza sono state relative al valico di frontiera, a quando questo veniva aperto per casi umanitari». Una situazione che ora, però, potrebbe migliorare qualora l’intesa tra le due formazioni rivali possa essere effettivamente implementata. I dubbi per al-Rashed restano: «Riuscira il [premier] Rami Hamdallah a governare l’enclave e, nello stesso tempo, a coesistere con Hamas? I disaccordi [passati] saranno dimenticati e sostituiti da una cooperazione che unirà nuovamente la Striscia alla Cisgiordania? Molte ragioni di vecchia data rendono questo compito difficile e, perfino se dovesse esserci oggi, [l’unità] potrebbe non durare». Il riavvicinamento tra il movimento islamico e l’Autorità palestinese, sostiene l’analista saudita, pone però fine ora al «rifiuto della pace» da parte d’Israele secondo cui Hamas, il Jihad islamico e gli altri movimenti armati dell’opposizione hanno ostacolato il processo di pace. Non solo: anche se un «serio piano di pace non dovesse essere presentato», sarà possibile almeno riformare la situazione interna palestinese lacerata dai conflitti [interni] per il potere». Inoltre quanto sta accadendo in questi giorni, conclude al-Rashed, riporta al centro dell’attenzione l’Egitto, il cui ruolo propositivo è giudicato «un nuovo fattore di pace» dopo anni in cui la sua azione è stata limitata dalle «intromissioni qatariote e iraniane che hanno creato un muro di paura e hanno portato alla chiusura della Striscia». «Sono necessarie ora intenzioni sincere – conclude il commentatore – affinché l’Autorità palestinese non sia tentata dall’assumere il totale controllo [dell’enclave], né che diventi vittima dell’inganno di Hamas volto ad aprire i valichi al confine soltanto per superare la crisi, procurarsi di ciò che ha bisogno per poi riallontanarsi di nuovo».

Più complessa è l’analisi che lo scrittore palestinese Majed Kayali propone su al-Hayat[2]. «Sarebbe stato meglio – scrive Kayali – se i due principali partiti palestinesi, Fath e Hamas, fossero giunti alla fine della divisione tra la Cisgiordania e la Striscia capendo i pericoli che la divisione arreca alla causa nazionale, al popolo palestinese e agli sforzi volti a contrastare le politiche coloniali e razziste israeliane d’Israele e a rimuovere l’assedio su due milioni di palestinesi nella Striscia e non perché costretti da pressioni interne ed esterne». Lo scrittore non nasconde i suoi dubbi sul processo in corso: «In base a queste premesse, e nonostante l’entusiasmo popolare, temiamo che siamo di fronte ad un accordo fragile e superficiale dove ognuna delle due parti si può sfilare in qualunque momento. [Questo punto di vista] è frutto anche del fallimento dei precedenti accordi [tra i due partiti], come quello della Mecca del 2007, le intese di Sana’a, Doha, Shati, Cairo (il precedente). Augurandoci che vada in porto invece questa volta, tuttavia, a rafforzare la nostra considerazione, sono le dichiarazioni di alcuni leader dei due movimenti in cui ciascuna parte ha imposto all’altra delle condizioni su come tradurre sul campo l’accordo. A sostegno della nostra tesi, inoltre, è come si è giunti improvvisamente all’intesa senza questa sia stata anticipata da alcun dialogo nazionale o perfino interno volto alla costruzione di una fiducia reciproca». L’autore passa quindi in rassegna la difficile situazione in cui si trovano i due partiti: Hamas si è dimostrata prima di tutto «incapace»di amministrare Gaza dimostrando di «non essere migliore della sua rivale Fatah soprattutto perché ha governato la Striscia in modo estremo e unilaterale imponendo ai palestinesi le sue idee sulla religione con modi arbitrari». In secondo luogo, non è «riuscito ad essere un movimento di resistenza e si è interessato più al potere proprio come fa Fath in Cisgiordania. I suoi obiettivi di rendere Gaza il centro della liberazione della Palestina, di sconfiggere l’Occupazione [Israele, nda] o resistere [alle sue azioni e politiche] hanno fallito, soprattutto dopo che tre guerre israeliane molto costose e con numerose vittime non sono riuscite neanche a rimuovere l’embargo sulla Striscia». Non migliore è il quadro tracciato da Kayali su Fath. Qui vengono evidenziate quattro negatività: «la prima è rappresentata dalle pressioni esterne che ha subito per riunire la Cisgiordania con Gaza ponendo fine all’accusa israeliana di una duplice autorità [tra i palestinesi]». Il secondo aspetto della «crisi»vissuta dal partito del presidente Abbas, continua l’analista, sono le «intromissioni esterne volte a imporre una formula specifica allo status palestinese. Intromissioni che Fath considera ingerenze nei suoi affari. Tra queste, vi sono in primo luogo le voci di un accordo tra l’ex responsabile della sicurezza di Fath a Gaza Mohammad Dahlan e Hamas con il sostegno dei paesi arabi». Il terzo elemento è la «crisi di legittimità dell’Olp, dell’Autorità palestinese e delle assemblee nazionale e legislativa». Il quarto e ultimo punto è rappresentato dal fatto che «Abbas è ormai giunto alla convinzione che si sono rivelate fallimentari le sue scelte, dal compromesso al negoziato, e quindi dalla necessità di trovare ora strade alternative o parallele. Quel che appare certo è che le decisioni del presidente non hanno portato né ad uno stato palestinese indipendente, né all’implementazione di ciò che è previsto dalla soluzione ad interim degli accordi di Oslo del 1993». Kayali spiega che le premesse per una nuova intesa tra i palestinesi devono prevedere: «una rilettura e una critica delle esperienze nazionali passate in base a ciò che hanno o meno realizzato, non considerandole come acqua passata. In secondo luogo, l’ammissione da parte di Fath e Hamas che le decisioni prese si sono rivelate infruttuose sia sul piano politico (la resistenza e il compromesso) che nell’amministrazione del potere». Il terzo elemento è la ricostruzione dell’autorità palestinese su «basi nuove e nazionali, non settarie, ma rappresentative e democratiche». Il quarto punto è che entrambe le formazioni devono «smetterla di comportarsi come se ciascuna di esse fosse la sola depositaria del destino dei palestinesi [autorizzandole così] a governare la vita della popolazione all’interno di un contesto privo di una cornice istituzionale, senza elezioni e senza le assemblee nazionale e legislativa». Inoltre, conclude Kayali, al di là delle mosse del movimento islamico e del partito di Abbas, bisogna considerare anche Israele: «Da tempo le scelte dei palestinesi non si limitano solo a Fath e Hamas ma comprendono anche Tel Aviv che opera in modo sistematico e graduale, ma profondo e costante, affinché i palestinesi abbiano una entità che è meno di uno stato e che è più di un autogoverno sotto la sovranità israeliana, palese o celata».

Più ottimista sulla riconciliazione nazionale è Saji Khalil sul palestinese al-Quds[3]. Nel suo articolo, Khalil considera «reale» l’avvicinamento del movimento islamico a Fath e critica chi ritiene che la mossa degli islamisti sia dettata da puro opportunismo politico. «Fingere di non vedere il cambiamento essenziale che sta avvenendo all’interno di Hamas e nella sua leadership – scrive l’analista – non soltanto riflette la visione superficiale che caratterizza le analisi e gli atteggiamenti di alcuni dirigenti nazionali, ma anche il timore di coloro che temono di perdere quanto hanno ottenuto non solo politicamente grazie alla divisione. Costoro hanno vissuto a lungo grazie ad essa, si sono abituati a vivere così e, ora che è finita, non solo questo li disturba, ma minaccia i loro stessi interessi». L’attacco di Khalil è duro: «Invece di approfittare del passo positivo compiuto da Hamas sciogliendo il comitato amministrativo e consegnando le chiavi del potere di Gaza al governo di unità nazionale, c’è chi qui invece lo ridimensiona volutamente ritenendolo esclusivamente un tentativo per sbarazzarsi di un fardello economico e amministrativo da consegnare all’esecutivo di conciliazione. Così facendo, ignorano l’enorme responsabilità dal punto di vista nazionale che si è assunto il governo dell’autorità nazionale palestinese nei confronti di un popolo che lotta e del caro prezzo dei sacrifici [compiuti] che esso ha comportato per la questione nazionale di tutto il popolo palestinese. È la consegna delle redini del potere ad una società palestinese formata da tutte le sue componenti e l’amministrazione della sua vita civile in tutti i suoi aspetti». Mentre certi esponenti politici non comprendono o fingono di comprendere quanto sta avvenendo, l’analista di al-Quds sostiene che la risposta dell’opinione pubblica locale è diversa: «Il popolo palestinese segue tutto e capisce oggi in modo preciso i problemi complessi e la scarsa fiducia tra le fazioni che ha contraddistinto la fase della divisione. Capisce inoltre che una politica che si basa sul non fare niente è sinonimo di incapacità. Restare cauti per paura di fallire o trasformare la riconciliazione soltanto in celebrazioni da fotografare come è accaduto le volte scorse non è necessariamente una politica giusta. Una politica saggia necessita anche di coraggio e della capacità di avere una prospettiva, di leggere quello che non è scritto, vedere quello che non vede un occhio normale». Ma per avere successo, l’avvicinamento tra Hamas e Fath richiede «alla leadership palestinese e a tutte le componenti nazionali di completare velocemente il processo d’unità nazionale unendo le forze di tutto il popolo [palestinese]». Una volta raggiunto questo obiettivo, spiega Khalil, è necessario «iniziare a lavorare senza indugi per risolvere i problemi di cui hanno sofferto e soffrono i cittadini della Striscia, in particolar modo l’elettricità, l’acqua, la sanità e i valichi [di frontiera] migliorando le condizioni economiche e sociali». «Non è questione solamente di fornire servizi – conclude il commentatore – il potere legittimo è di fronte ora ad un esame difficile e deve agire con responsabilità se vuole migliorare l’amministrazione del potere».  

Più complessa è l’analisi fornita da Samir al-Zaben su al-Araby al-Jadeed[4]. Dopo aver criticato sia Hamas e Fath per non aver portato cambiamenti alle loro politiche nonostante i cambiamenti regionali in seguito alle rivolte arabe del 2011, al-Zaben si domanda se anche nel caso della Palestina è possibile applicare un modello che definisce «alla libanese». «La tattica di Hamas – scrive l’analista – è molto chiara: ritiene realizzabile anche nella Striscia di Gaza l’esperienza libanese. L’obiettivo è il doppio potere che si ha in Libano: quello di stato diretto dai ministeri ma dove però è Hezbollah il solo a governare sul terreno e a decidere di «guerra e pace». Ciò, infatti, non spetta allo stato libanese, ma alla forza militare di Hezbollah con lo stesso pretesto [portato avanti da Hamas] secondo cui questa fa parte della «resistenza»e non deve essere perciò soggetta al dibattito. È questo modello che Hamas prova a replicare nella Striscia: la sua forza militare oggi supera quella che ha posto fine al conflitto armato contro Fath scoppiato nell’enclave dieci anni fa. L’Autorità palestinese non può però accettare di giocare un ruolo formale a Gaza laddove quello reale viene gestito da Hamas a cui spetta [il compito] di decidere della «pace e della guerra». L’Autorità palestinese non accetterà di assumersi il fardello economico e politico di Gaza avendo lì soltanto un controllo formale». Un problema che, evidenzia l’autore dell’articolo, l’accomuna anche ad altre formazioni palestinesi: «Anche se Ramallah dovesse accogliere questo equilibrio, non lo faranno le altre fazioni che hanno una forte incidenza nel contesto palestinese». Da qui il pessimismo del commentatore: «Tutti si augurano il successo della riconciliazione, e io sono uno di questi. Non voglio andare contro all’ondata di ottimismo. Tuttavia, credo che la formula libanese non sia, da un lato, applicabile a Gaza. Dall’altro, invece, fintanto che alcuni temi resteranno fuori dal dibattito – soprattutto le armi che hanno deciso il conflitto [tra le due parti] dieci anni fa – allora la riconciliazione resterà piena di trappole. Le intenzioni da sole non bastano. Come dice il vecchio adagio: «La strada all’inferno è lastricata di buone intenzioni».

Pessimista sugli esiti della riconciliazione è anche Muhsen Saleh su al-Jazeera[5]. Innanzitutto, sottolinea l’analista, «l’essenza del problema è che le due parti divergono sui principi e i riferimenti (il patto nazionale), sul programma nazionale, sulle priorità e sull’amministrazione delle maggiori istituzioni del Paese». Secondo Saleh, bisogna fare un passo indietro di 24 anni per comprendere meglio da dove nascono queste differenze: «Quando Fath ha firmato gli accordi di Oslo, le sono stati imposti alcuni obblighi come il processo di pace, il non ricorrere alla resistenza armata e l’autogoverno (l’Autorità palestinese) sotto il pieno controllo d’Israele e alle condizioni israeliane, americane e occidentali. Fath sperava che questo autogoverno sarebbe potuto diventare dopo alcuni anni uno stato palestinese del tutto sovrano, ma si trova dopo 24 anni ad amministrare un potere che serve più gli interessi dell’Occupazione [Israele] che le aspirazioni del suo popolo. Nello stesso tempo, la leadership del partito e i suoi sostenitori hanno gestito la loro vita «di lotta»all’interno dell’Autorità di Ramallah e si è costituita nel corso degli anni una rete di interessi e un modo di vivere economicamente e socialmente all’interno di questo quadro. Hamas e le altre dieci fazioni, invece, hanno rifiutato gli accordi di Oslo e hanno scelto la resistenza armata. Quando è stata costretta ad agire o a convivere con l’Ap, Hamas ha provato a “stimolarla” o a sviluppare il suo ruolo a servizio del popolo palestinese senza rispettare gli obblighi di Oslo. Questo è quello che non vogliono gli israeliani, gli americani e i loro alleati». A questa differenza di base e di storia tra i due partiti si aggiunge poi un altro problema secondo l’autore: la questione delle elezioni. «Per Fath, gli stati arabi e stranieri che si occupano della questione palestinese – scrive Saleh – la vittoria di Hamas alle prossime elezioni non sarebbe altro che una riproposizione della crisi [con Fath], dell’embargo e dei fallimenti. Perciò è probabile che le elezioni in cui non è certa la vittoria di Fath non avranno mai luogo. Il partito del presidente ha imparato la lezione delle passate elezioni [nel 2006, nda] e sa che l’obiettivo delle votazioni è togliere legittimità alla rappresentazione popolare di Hamas e alla linea della resistenza e a non «riprodurre la crisi». Questo spiega perché le elezioni amministrative sono state posticipate lo scorso anno». In queste condizioni, conclude l’analista di al-Jazeera, «non ci sarà una riconciliazione vera fintanto che tali idee guideranno la leadership palestinese e finché questa potrà godere dell’[attuale] contesto arabo, internazionale e israeliano che concorda con lei su come rapportarsi con Hamas e con le altre forze di resistenza».

Le scarse possibilità di successo della riconciliazione nazionale e il problema della gestione della sicurezza sono temi affrontati anche in un editoriale del giornale on line Ray al-Yawm[6]. «Il presidente Abbas – scrive la testata – ha detto che le sue forze di sicurezza ostacoleranno qualunque palestinese di Hamas ad avere le armi perché le uniche legali sono le sue. […] In più di una circostanza il presidente ha ribadito che non accetterà una tipologia “alla Hezbollah”nella Striscia di Gaza». Il giornale non nasconde la sua netta contrarietà verso questa decisione: «Non capiamo perché Abbas non la voglia a Gaza e chieda di disarmare la resistenza. Obiettivo, quest’ultimo, che, pur non raggiungendolo, ha portato Israele a compiere tre guerre contro la Striscia durante le quali ha commesso crimini di guerra. Se l’Ap godesse di sovranità su tutto il territorio di uno stato palestinese indipendente, allora la sua richiesta di disarmo potrebbe forse essere discussa perché le armi [dei gruppi] sarebbero incompatibili teoricamente quelle ufficiali. Ma Abbas non ha uno stato, non gode di alcuna sovranità – nemmeno parziale – ed è soggetto, lui e i suoi ministri, ad ispezioni umilianti e offensive ai valichi israeliani da parte di soldatesse israeliani adolescenti. Di questo si è lamentato lo stesso Abbas nel suo discorso al Consiglio di sicurezza dell’Onu [dello scorso settembre]». Nel suo editoriale[7], il direttore della stessa testata araba, Abdel Berry ‘Atwan, sottolinea invece le differenze tra questo riavvicinamento e le passate intese fallite. «Prima di tutto, le due parti vivono entrambe una crisi, Hamas non è più capace di dare da magiare ai più di due milioni palestinesi [della Striscia di Gaza] assediati in un’area che non supera le 150 miglia quadrate. […] Secondo: i quadri di Hamas hanno eletto una leadership nuova al suo ufficio politico e nella Striscia e la maggior parte di questi si caratterizza per integrità, austerità e rispetto per il popolo. […] Terzo: il nuovo mediatore della riconciliazione rappresentato dall’Egitto. […] Quarto: la rimozione del veto da parte di Israele, Usa e Europa alla realizzazione della riconciliazione senza il quale Israele non avrebbe permesso alla delegazione fatahwi di raggiungere Gaza. Quinto: Il discutere sempre più frequentemente di un «accordo maggiore»a cui si starebbe dedicando la nuova amministrazione americana di Donald Trump come compromesso temporaneo, e che forse dovrebbe diventare finale, che prevede concessioni da entrambi i lati e ha tra le sue condizioni l’esistenza di una leadership unificata in Cisgiordania e nella Striscia». In questa situazione, scrive ‘Atwan, a vincere in questo processo di riconciliazione è l’Egitto perché si è assicurato la cooperazione alla sicurezza da parte di Hamas nel Sinai, la chiusura di tutti i valichi illegali, l’allontanamento di tutti i suoi rivali regionali, cioè Qatar e Turchia». Il direttore di Ray al-Yawm elenca poi i principali nodi da risolvere affinché la riconciliazione possa realmente durare: «La questione sicurezza, che è il problema più complesso, perché né Hamas, né gran parte della popolazione della Striscia vorrà cedere [il suo controllo all’Autorità palestinese]. Secondo: le armi della resistenza. Non crediamo che Hamas possa cedere il suo arsenale di armi militari, missili, cannoni e droni perché così perderebbe la sua caratteristica di essere un movimento di resistenza. Terzo: il problema dei salari. Ci sono più di 40.000 impiegati che appartengono attualmente alle liste dell’amministrazione di Hamas. […] Il movimento islamico chiederà [a Fath] che questi si uniscano a quelli dell’Autorità così da non essere disoccupati». «La questione palestinese – sottolinea ‘Atwan – è tornata al centro dell’attenzione nuovamente grazie agli egiziani». «Quello però che suscita preoccupazione – aggiunge – è che non si sappiano i motivi nascosti che hanno garantito questa riconciliazione e quale sia la natura di questo previsto “accordo maggiore”».

 


[1]A. Rashed, Gaza apre le sue porte dopo anni di privazione, 4/10/2017, Asharq al-Awsat, consultabile su https://tinyurl.com/y8nj55ro

[2]M. Kayali, Tra Fath e Hamas verso un’altra scelta per i palestinesi, 10/10/2017, al-Hayat, consultabile su https://tinyurl.com/y987clca

[3]S. Khalil, Hamas cambia… gli altri devono cambiare, 9/10/2017, al-Quds, consultabile su http://www.alquds.com/articles/1507529945251086500/

[4]S. al-Zaben, Le armi, la trappola della riconciliazione palestinese, 11/10/2017, al-Araby al-Jadeed, consultabile su https://tinyurl.com/ybcaox6g

[5]M. Saleh, “Il gioco” della riconciliazione palestinese, 2/10/2017, al-Jazeera, consultabile su https://tinyurl.com/ycz8lrcd

[6]Ray al-Yawm, Perché non facciamo molto affidamento ai negoziati sulla riconciliazione palestinese, 10/10/2017, consultabile su http://www.raialyoum.com/?p=757953

[7]A. ‘Atwan, Perché esitiamo a prendere parte al festival di gioia per la riconciliazione a Gaza?, Ray al-Yawm, 2/10/2017, consultabile su http://www.raialyoum.com/?p=753534

22/10/2017

Autore: 
Roberto Prinzi

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