Siria, il punto della situazione

Siria, il punto della situazione
Osmedreloaded n.7 ottobre 2017

Diversi sono stati i segnali, in questi ultimi mesi, di un sostanziale riequilibrio delle forze in Medio Oriente, alcuni dei nodi più importanti sembrano essersi sciolti ma nuove sfide si profilano all'orizzonte.

Il 14 settembre scorso si è tenuto un altro round negoziale ad Astana, più precisamente il sesto di un processo cominciato lo scorso gennaio che, con il coinvolgimento di Russia, Turchia e Iran, nel ruolo di garanti e promotori, ha avuto, fino ad ora, il principale obiettivo di realizzare accordi di natura tecnico-militare che dovrebbero contribuire alla soluzione della crisi siriana. Nel corso dell'incontro di settembre, inizialmente previsto per agosto, poi rimandato, di certo il risultato più importante è stato quello relativo alla definizione della quarta zona di sicurezza a Idlib, molto problematica, con un forte controllo delle milizie legate ad al-Nusra, situata al confine Nord-occidentale, e quindi al centro dell'interesse dei turchi che hanno essenzialmente due obiettivi dichiarati: eliminare i gruppi di combattenti jihadisti e porre un freno all'espansione curda. In questa zona è da qualche giorno presente, infatti, l'esercito turco, sembrerebbe in base agli accordi raggiunti ad Astana, che prevedono anche l'invio di un cospicuo numero di “osservatori” e militari russi e iraniani, ma senza il consenso del governo siriano che ha protestato immediatamente.

Ciò nonostante, da parte russa, nelle parole del suo delegato, Alexander Lavrentyev, c'è molto ottimismo in questo nuovo formato negoziale, a cui si spera di delegare, una volta definite nel dettaglio le quattro zone di de-escalation, anche altre questioni che fanno parte del difficile dossier siriano, e auspica, infatti, l'allargamento degli attori da coinvolgere già per il prossimo round di fine ottobre.

Il processo di Astana ha ormai il sostegno dell'Arabia Saudita che, dal suo canto, si sta occupando di riunire e mettere d'accordo le varie fazioni di oppositori ad Assad, come parte integrante del percorso delineato dall'Onu per la pacificazione della Siria.

Il cambio di rotta dell'Arabia saudita è stato poi confermato dalla storica visita del re Salman a Mosca di quattro giorni, cominciata il 5 ottobre scorso. Si tratta di una missione storica sotto vari profili, innanzitutto re Salman è stato il primo monarca saudita ad andare in Russia, in secondo luogo può essere letta come la presa d'atto della sconfitta in Siria, testimonia, inoltre, il riconoscimento alla Russia di un ruolo di primo piano in Medio Oriente e, infine, lascia trapelare i timori per un Iran rafforzato e sicuramente più influente rispetto al periodo pre-crisi. Sono stati firmati accordi in campo militare ed energetico e, proprio su quest'ultimo aspetto, l'intesa è stata massima con la conferma della riduzione dell'offerta di greggio per mantenere alti i prezzi.

Anche i giordani hanno appoggiato ufficialmente la politica di Mosca in Siria, nella conferenza stampa congiunta dei ministri degli esteri russo e giordano, a conclusione della visita di Lavrov ad Amman. Insieme a quello dell'Arabia Saudita, il sostegno giordano ha un valore sostanziale, dimostrato anche dall'attiva partecipazione alla definizione della zona di sicurezza al confine siro-giordano, dove sono presenti alcune fazioni di “ribelli” che godono degli aiuti e del supporto del governo di Amman.

Come è stato più volte ribadito da Russia, Turchia e Iran, oltre che dall'Onu e nei negoziati di Ginevra, l'unità e l'integrità della Siria non sono in discussione, quindi la divisione in zone di sicurezza ha natura strategica e temporanea, sei mesi prolungabili con l'accordo dei tre, e non rappresenta affatto una prova tecnica di spartizione, e tale affermazione sembra pienamente corrispondente agli attuali interessi di quasi tutti gli attori nel conflitto. Fatta eccezione per i curdi e per Israele. La questione dei curdi e la posizione di Israele sulla crisi siriana, rappresentano ora le due sfide principali che potrebbero ostacolare una sempre più vicina (ma non affatto scontata) stabilizzazione della regione e si tratta di due attori che, come è noto, hanno forti relazioni con gli Stati Uniti.

Sia il destino dei curdi che l'atteggiamento di Israele nel conflitto in Siria, sono state a lungo questioni lasciate in sospeso dalla comunità internazionale e dai principali Paesi coinvolti, ma con la liberazione di Raqqa e l'intensificarsi delle tensioni tra Tel Aviv e Damasco ciò non è più possibile.

Per ciò che concerne i curdi, è chiaro che nonostante l'enorme sacrificio nella lotta allo Stato Islamico e il sostegno statunitense, è piuttosto improbabile che si arrivi alla creazione del tanto agognato Stato curdo. Posto che a nessun Paese conviene che un Kurdistan indipendente e sovrano costituisca un ulteriore precedente di ridefinizione territoriale, è innegabile che, in questo contesto, potrebbe rappresentare anche l'ennesimo seme di destabilizzazione in grado di minare il futuro della regione per decenni. Il referendum consultivo nel Kurdistan irakeno, organizzato piuttosto irresponsabilmente da Masud Barzani, al potere ad Erbil, capitale della regione autonoma curda, il 25 settembre scorso, e che ha ottenuto uno scontato plebiscito, ha risvegliato i timori di tutti i Paesi della regione e non solo; dall'Iraq (che ha recentemente riconquistato Kirkuk liberata dall'Isis nel 2014 proprio dai peshmerga), all'Iran, dalla Turchia alla Francia, dagli Stati Uniti alla Cina, passando per la Russia, hanno tutti cercato di dissuadere Barzani. Solo un Paese si è dimostrato apertamente favorevole, Israele.

Lo Stato ebraico, dal suo canto, pur avendo mantenuto una posizione ufficialmente neutrale, ha costantemente condotto operazioni militari in Siria, per mezzo di attacchi mirati alle postazioni di Hezbollah e, da qualche tempo, anche ai danni dell'Esercito siriano sul Golan e persino a Damasco, tali ultimi sviluppi sembrano preludere ad un coinvolgimento sempre più forte; è interesse di Israele, infatti, evitare la permanenza iraniana in Siria e che il Governo di Damasco sia di nuovo saldamente nelle mani di Assad, e, infine, ridurre la minaccia costituita da Hezbollah che ormai vive il suo momento più alto in termini di potenza e prestigio. Per ciò che concerne il lato non ufficiale della partecipazione israeliana al conflitto siriano, alcune fonti giornalistiche affermano anche di un sostegno umanitario, militare e finanziario ai gruppi di ribelli anti-Assad che combattevano al confine con le forze governative fino a luglio scorso quando è entrata in vigore una tregua con la garanzia di Stati Uniti, Russia e Giordania.

I russi già da tempo lavorano sul piano bilaterale anche con gli israeliani e, negli ultimi giorni, gli incontri, come la visita del ministro della Difesa russo Shoigu a Tel Aviv, e i contatti tra Putin e Netanyahu si sono intensificati. Israele vorrebbe l'Iran e Hezbollah il più lontano possibile dal confine, temendo, non senza fondamento per la sua sicurezza, e la Russia sembrerebbe, anche in questo caso, l'unico attore in grado di affrontare la questione e disinnescare la minaccia di un'altra guerra.

22/10/2017

Copyright ©2014 Istituto di studi politici "S.Pio V"  -  Webmail