L’11 settembre, la “guerra al terrorismo” e il Mediterraneo

Diego Pagliarulo

Sono ormai passati 18 anni dagli attentati dell’11 settembre 2001 contro le Torri Gemelle di New York e il Pentagono, alle porte di Washington DC.  Da quel giorno nulla è stato più come prima. La “Guerra al terrore” lanciata dall’amministrazione di George W. Bush in reazione a quegli attentati – e proseguita con le campagne volte a “cambiare regime”  in Afghanistan e Iraq – ha definito per una generazione il mondo in cui viviamo e il nostro modo di concepire la sicurezza. Come ha notato lo scorso luglio Pete Buttigieg, uno dei candidati democratici in lizza per la nomination alle presidenziali americane del 2020, “Siamo molto vicini al giorno in cui ci sveglieremo con la notizia di un soldato ucciso in Afghanistan che l’11 settembre non era neanche nato”.


La “Guerra al terrore”. In senso orario partendo dall’alto a sinistra: i resti delle Torri Gemelle a New York; truppe statunitensi in Afghanistan; un soldato statunitense e un interprete afghano; l’esplosione di un’autobomba in Iraq,

Fonte: Wikimedia Commons, https://commons.m.wikimedia.org/wiki/File:War_on_Terror_montage1.png#

Il Mediterraneo è una delle aree che hanno subito più direttamente e più profondamente gli effetti del terrorismo globale e della guerra al terrore. Considerata la storia e la geografia di questa regione, la cosa non dovrebbe sorprenderci. Il Mediterraneo è stato la culla della civiltà occidentale e ha anche visto nascere sulle sue sponde il cristianesimo e l’ebraismo, ed è stato inoltre un’area di primaria importanza per lo sviluppo dell’islam. Da sempre luogo di commerci, traffici e scambi culturali, il Mediterraneo – con i suoi innumerevoli collegamenti geografici, culturali, economici e sociali con l’Europa, l’Africa e l’Asia – ha anche rappresentato un’area di scontro fra potenze e civiltà. A partire dal secondo dopoguerra, e spesso a seguito di dure lotte di liberazione dal colonialismo europeo, la sponda sud del Mediterraneo è stata caratterizzata da regimi politici che hanno destato inizialmente forti speranze per i loro popoli, ma che si sono poi progressivamente trasformati autocrazie – e spesso in vere e proprie cleptocrazie. A questo contesto di sviluppo economico distorto e speranze di emancipazione deluse si è inoltre aggiunto il conflitto israelo-palestinese, che con la sua duplice natura di conflitto nazionale e religioso ha ulteriormente infiammato la regione e favorito l’affermarsi di aspre divisioni fra i popoli che la abitano. Questa confluenza di fattori di instabilità ha contribuito in particolare alla diffusione di un senso di frustrazione e vittimizzazione nel mondo arabo, che ha costituito un terreno fertile per l’ascesa dell’islamismo politico e della sua declinazione distorta e violenta – il jihadismo. Dall’11 settembre in poi il terrorismo islamico e la guerra al terrore rappresentano il prisma attraverso cui gli eventi geopolitici che segnano l’evoluzione del Mediterraneo – la crisi in Iraq, la missione in Afghanistan, le “primavere arabe”, l’ascesa dello “Stato Islamico”/”Daesh”, i flussi migratori – vengono percepiti e analizzati, e il paradigma attraverso cui le risposte politiche a queste sfide vengono elaborate. È dunque importante comprendere il concetto in virtù del quale da anni si combatte e valutare se la “Guerra al terrore” così come è stata impostata può effettivamente condurci alla pace e alla sicurezza a cui giustamente aspiriamo.

Parlare di terrorismo è una questione molto delicata, e il rispetto per le vittime – occidentali e non solo – e per i soldati – occidentali e non solo – che ogni giorno rischiano, e a volte purtroppo perdono, la vita per renderci più sicuri impone grande cautela. Se analizzato con attenzione, tuttavia, il concetto di “guerra al terrore” risulta estremamente impreciso e ragionevolmente privo di senso. Forse è il caso di cercare di riflettere con maggiore chiarezza su cosa sta succedendo in Medio Oriente e sulla sponda sud del Mediterraneo, e soprattutto su cosa stanno facendo, e cosa dovremmo aspettarci che facciano, i nostri leader.

Il terrorismo è una pratica criminale, odiosa, vigliacca e intollerabile, perché colpisce persone disarmate e che non hanno intenzione di fare del male al prossimo, con lo scopo deliberato di provocare terrore, e ovviamente viola praticamente tutte le norme e le convenzioni stabilite dalla comunità internazionale nella speranza di regolare l’uso della forza. Ma il terrorismo di per sé non è un’ideologia o un progetto politico, è piuttosto un modo di utilizzare la violenza per scopi politici, ossia un modo di fare la guerra, come lo sono la guerriglia, la guerra navale, la guerra di trincea, o la guerra aerea, giusto per fare alcuni esempi. Chi conduce una guerra può in certe condizioni decidere che ha senso da un punto di vista militare condurre una campagna navale o una campagna aerea, ma politicamente non ha un grande senso dire che si sta facendo la “guerra contro la guerra navale” o la “guerra contro la guerra aerea”. Allo stesso modo per contrastare il terrorismo sono necessari anche degli strumenti militari, ma un politico che afferma di fare o voler fare la “guerra contro il terrorismo” sta dichiarando, più o meno in buona fede, qualcosa di grossolanamente, e anche pericolosamente, impreciso.

In modo semplice, per rendere il discorso più chiaro facciamo un ragionamento. Il nazi-fascismo e il comunismo sono delle ideologie che implicano progetti politici totalitari e incompatibili con i diritti fondamentali della persona umana. Le dottrine liberal-democratiche e social-democratiche promuovono dei progetti politici che possono avere numerose varianti più o meno soddisfacenti, ma che in genere si sono dimostrati compatibili con dei regimi democratici e rispettosi dei diritti umani. Gli Stati – e gli uomini e le donne – che hanno combattuto il nazi-fascismo durante la Seconda Guerra Mondiale hanno combattuto, e per fortuna hanno sconfitto, dei progetti politici, non dei modi di fare la guerra. Gli Stati – e gli uomini e le donne –  che, durante la Guerra fredda, si sono opposti al comunismo sovietico fino al crollo di quest’ultimo, si sono opposti a un progetto politico. In tutti questi casi la vittoria non è stata solo una questione militare, ma anche l’affermazione di progetti politici alternativi, ispirati, seppur con delle differenze, alle dottrine liberali e social-democratiche, e compatibili con i principi della democrazia e dei diritti umani.

Pur non appartenendo alla tradizione politica occidentale, anche l’islamismo è un progetto politico, se vogliamo un’ideologia, che ha varie declinazioni e assume diverse forme – che possono piacere o meno e avere più o meno successo – in alcune parti del mondo dove la religione musulmana occupa una posizione di rilievo nella società. Alcune forme di islamismo sono pacifiche e ragionevolmente possono essere compatibili anche con le istituzioni democratiche. In altri casi, quelli che ci vengono proposti con maggiore enfasi dai giornali, da internet e dalla TV, l’islamismo può assumere delle forme estremiste e aggressive, violente e intolleranti, offensive nei confronti dei valori universali di dignità umana – come del resto accade con tutte le ideologie estremiste che la Storia ricorda.

Gli Stati Uniti e i loro alleati – Italia inclusa – che sono attualmente impegnati militarmente, in modo più o meno diretto, nel Mediterraneo e nel Medio Oriente – dalla Libia all’Afghanistan passando per la Siria – non devono fare una “guerra al terrorismo” e se vogliono farla falliranno o non vinceranno mai, perché è una guerra politicamente senza senso. Piuttosto devono intervenire militarmente contro dei gruppi islamisti che portano avanti un’ideologia distorta, radicale e barbarica. Affinché questo intervento militare abbia un senso dobbiamo non solo capire quale progetto politico stiamo contrastando, ma anche decidere quale progetto politico vogliamo che prevalga. Per ottenere finalmente una vittoria e una pace al più presto possibile e al prezzo di sacrifici ragionevoli, è necessario sostenere una soluzione politica che possa soddisfare non solo gli Stati Uniti e gli altri paesi occidentali che stanno intervenendo militarmente, ma anche altri paesi non occidentali più o meno propensi a collaborare con l’Occidente o che comunque si sentono minacciati da questa forma di estremismo, e soprattutto che vada bene agli uomini e alle donne che vivono nei luoghi attualmente dilaniati dalla violenza e che da sempre chiedono pace, rispetto, libertà e giustizia. È importante ricordare che il risentimento nei confronti del colonialismo e la frustrazione per la corruzione e l’autocrazia dei regimi laici del mondo arabo hanno rappresentato i pilastri della propaganda jihadista e terrorista, da bin Laden a Daesh. Questa lotta contro la barbarie estremista richiede un grande impegno, dei sacrifici e dei compromessi, e qualsiasi leggerezza implica dei rischi e può causare delle perdite tanto drammatiche quanto inutili.

Questo settembre 2019 segna anche l’ottantesimo anniversario dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, ed è bene ricordare i fattori decisivi che hanno permesso la vittoria contro un’altra forma di terrore e barbarie, quella nazi-fascista. In quel caso la forza militare ha giocato un ruolo fondamentale, ed è per questo che è fondamentale celebrare il valore dei tanti uomini e delle tante donne – soldati Alleati e partigiani – che hanno combattuto e spesso si sono sacrificati per difendere la civiltà e assicurare la nostra libertà. Tuttavia è altrettanto importante ricordare che questi uomini e queste donne hanno combattuto, si sono sacrificati e hanno vinto in nome degli ideali di democrazia e giustizia che hanno creato le basi per la pace e la prosperità dell’Occidente – le “Quattro Libertà” enunciate dal presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt: la libertà di parola, la libertà di religione, la libertà dalla paura e la libertà dal bisogno. In questi anni di crisi economica, terrorismo, “scontro di civiltà” e attacchi sempre più frequenti ai valori democratici, il Mediterraneo – così come tante altre regioni del mondo – ha bisogno di riscoprire queste quattro libertà e unirsi attorno ad esse.

Nel mondo attuale esistono minacce o vere e proprie aggressioni contro i nostri valori fondamentali e la nostra sicurezza che purtroppo richiedono l’uso della forza, ma una guerra, anche se moralmente e legalmente giustificata, è sempre una cosa tragica, molto seria e molto grave, e quando nelle nazioni civili si discute di usare la forza o si decide di usarla non ci si può permettere imprecisioni o superficialità. Come cittadini dobbiamo pretendere chiarezza e dobbiamo essere pronti ad affrontare il tema con la dovuta serietà.