Libia: gli interessi egiziani e i dubbi di al-Sisi

Il caos in cui è caduta la Libia dopo il crollo del regime di Muammar Gheddafi ha sicuramente motivazioni riconducibili a interferenze e manovre esterne. 

Come paese confinante, l’Egitto è una delle parti più coinvolte nella risoluzione del problema libico. La politica egiziana nei confronti dello stato limitrofo è quindi guidata da molteplici interessi, che vanno dalle pressanti preoccupazioni di sicurezza a considerazioni di tipo economico, da obiettivi di carattere ideologico alla lotta contro i Fratelli musulmani e l’islam politico. Le contraddizioni della posizione del presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, che da un lato sostiene il dialogo politico (ne è un esempio la dichiarazione del Cairo del 6 giugno scorso) e dall’altro offre un supporto non tanto velato al leader dell’Esercito nazionale libico (Lna), Khalifa Haftar, nella sua guerra contro il Governo di accordo nazionale (Gna) guidato dal premier Fayez al-Sarraj, possono essere spiegate alla luce di questi interessi.

Il presidente egiziano Adel Fattah al-Sisi. Fonte: President of Russia, http://en.kremlin.ru/

Dal 2011 i conflitti che hanno attraversato la Libia sono diventati una grave minaccia per la sicurezza dei suoi vicini, Egitto compreso. Il confine tra i due paesi, che si estende per circa 1.150 km, è diventato una questione di sicurezza estremamente complessa per la controparte egiziana. I deserti sul lato orientale libico sono già stati luogo di numerosi episodi terroristici. Le autorità egiziane, inoltre, indicano la Libia coma la principale fornitrice di armi per i gruppi terroristici che operano nel nord del Sinai. 

Nonostante decine di migliaia di truppe egiziane, mine antiuomo e un severo controllo aereo, il confine rimane un importante centro di contrabbando di armi, droga ed essere umani, compreso il passaggio di estremisti e militanti ostili alle autorità del Cairo. L’instabilità dell’area e la necessità di affrontare il problema del jihadismo costringono a rafforzare il dialogo con i leader tribali nella regione al confine tra i due paesi. Tradizionalmente, le tribù della Libia orientale e del deserto occidentale egiziano hanno stretti rapporti grazie ai matrimoni tra soggetti appartenenti ai diversi gruppi, e questo può offrire soluzioni di intelligence e di mediazione in caso di controversie nella regione. Su questo tema, al-Sisi ha trovato un ottimo alleato in Haftar. Il Cairo supporta Haftar e le milizie sue alleate offrendo intelligence, supporto logistico e armi, violando in tal modo l’embargo imposto dalla Nazioni unite, per mantenere sotto controllo la regione orientale libica.

Mappa del confine libico-egiziano. Fonte: Wikipedia Commons

Oltre alla sicurezza, gli interessi economici svolgono un ruolo importante nella politica egiziana nei confronti dell’ex colonia italiana. Prima dello scoppio della rivolta del febbraio del 2011, quasi 2 milioni di egiziani vivevano e lavoravano in Libia, generando rimesse fino a 33 milioni di dollari l’anno. Le rimesse dei lavoratori all’estero sono tra le principali fonti di valuta nell’economia egiziana: nell’ultimo trimestre del 2019 ammontavano a 6,9 miliardi di dollari. Nel 2017 il numero di lavoratori migranti egiziani che attraversavano il confine libico è sceso a circa 1 milione, con una grave riduzione delle rimesse e con conseguenti effetti sull’economia del paese. I lavoratori egiziani sono stati presi di mira da gruppi radicali islamisti come rappresaglia per l’appoggio del Cairo al feldmaresciallo libico. Nel 2015, dopo la morte di 21 copti egiziani per mano di militanti dell’Isis, episodio cui avevano fatto seguito bombardamenti egiziani su basi militari appartenenti ai gruppi terroristici, il governo egiziano aveva vietato i trasferimenti nel paese vicino. Molti cittadini egiziani, nonostante il pericolo, attraversavano però il confine per avere più opportunità lavorative, visto l’alto tasso di disoccupazione (12%). A marzo del 2019, le autorità di sicurezza di Tripoli e del Cairo hanno deciso di coordinare l’ingresso dei lavoratori egiziani in Libia, aprendo uffici nelle città di Sallum e Masaed. Con l’intensificarsi della guerra, gli spostamenti non sono tuttavia aumentati: secondo l’ultimo report (gennaio-febbraio 2020) dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni gli egiziani regolari presenti in Libia sarebbero attualmente circa 100.368.

La guerra civile libica influisce negativamente anche sul commercio bilaterale tra i due paesi, con una riduzione delle esportazioni egiziane in Libia, che è passata da circa 1,2 miliardi di dollari nel 2010 a 440,9 milioni nel 2017, per aumentare nuovamente nel 2019 a 830,7 milioni di dollari (i dati si riferiscono al commercio di beni). Strettamente connessa agli interessi economici egiziani è la speranza del Cairo di vedere garantiti i propri obiettivi energetici in Libia. Oggi l’Egitto accumula oltre 3 miliardi di dollari di debito con società energetiche estere. La Libia, pertanto, potrebbe consentire un risparmio notevole nelle importazioni energetiche vista la sua ricchezza di petrolio e gas. Riguardo quest’ultima risorsa energetica, le sacche trovate nel Mediterraneo orientale, al largo del territorio controllato da Haftar, aumentano l’inimicizia tra Turchia ed Egitto. Le risorse di quest’area sono state fonte di tensione per decenni, ma il nervosismo è aumentato da quando Erdoğan e al-Serraj hanno firmato un controverso accordo, lo scorso novembre, per creare un corridoio marittimo tra Turchia e Libia. Il patto offrirebbe una corsia privilegiata alle compagnie estrattive turche nella corsa per impossessarsi dei campi di estrazione di gas libici. Questo, ovviamente, non ha soddisfatto gli altri attori dell’area, in primis Egitto e Grecia.

L’Egitto spera inoltre di avere importanti vantaggi economici dalla futura ricostruzione della Libia. Si stima, approssimativamente, che i contratti necessari per far fronte a questo progetto saranno valutati intorno ai 1.000 miliardi di dollari. In questo modo, chiunque avrà una forte influenza nel paese, una volta raggiunta la pace, otterrà sicuramente una parte molto importante dei lavori.

Khalifa Haftar, capo del Lna. Fonte: Wikipedia Commons

Il terzo – non in ordine di importanza – interesse fondamentale per l’Egitto è il suo progetto ideologico, che ha come fine lo sradicamento dell’islam politico dalla regione. L’obiettivo principale è rappresentato dalla lotta contro i Fratelli musulmani, in patria e all’estero, e in tal senso l’Egitto intende ovviamente impedirne l’ascesa all’interno della Libia. Il successo degli islamisti nel paese darebbe forza alla Fratellanza egiziana, che continua a godere di un forte sostegno popolare nonostante le azioni di contrasto messe in atto dal governo. Questa situazione potrebbe portare a un nuovo ciclo di proteste e a una forte instabilità sociale in Egitto.

Haftar, dunque, riunisce nella sua persona vari interessi securitari fondamentali per l’Egitto. Innanzitutto, la stabilità alla frontiera libico-egiziana. Inoltre, si impegna attivamente nella lotta contro jihadisti e islamisti, prendendo una posizione chiara contro i Fratelli musulmani in Libia. Un’altra importante somiglianza tra il feldmaresciallo e al-Sisi è la convinzione di ottenere stabilità e una chiara identità nazionale attraverso l’affermazione di un forte sistema militare. L’autoproclamato signore del popolo libico, in questo senso, ispira la propria azione di governo al presidente egiziano al-Sisi, prendendone anche esempio per una narrativa che classifica come terroristi quanti si oppongono alla sua azione.

D’altro canto è vero che esistono dissidi tra al-Sisi e Haftar, riconducibili a una serie di motivi quali l’inconcludente campagna militare dell’uomo forte della Cirenaica, che si prolunga da tempo, le costanti richieste al rialzo da parte del generale libico e le sue continue giravolte con gli alleati mediorientali.

Visti tutti questi interessi in gioco, ci si chiede come mai l’Egitto non abbia reagito militarmente ai pericoli derivanti dall’intervento turco in Libia. Il Cairo sembra astenersi dall’entrare in un’avventura complicata come quella libica, anche se la situazione a ovest dei suoi confini rappresenta una minaccia per la propria sicurezza nazionale. È abbastanza chiaro che Erdoğan non si fermerà a Tripoli, ma che le sue mire puntano al petrolio libico. Dubbi si sollevano anche sull’utilità del potente esercito egiziano (tra i 10 più potenti al mondo) e sul suo mancato utilizzo in un momento così importante. La passività egiziana sembrerebbe dovuta sia alla consapevolezza che la Libia sarà sempre sotto i riflettori delle grandi potenze mondiali – occorre quindi evitare tensioni con possibili partner – sia alla volontà di non impantanarsi in una lunga guerra per concentrarsi su altre questioni, come la disputa con l’Etiopia e la “guerra per il Nilo” (per un approfondimento sul tema «La Diga del Rinascimento etiope e il suo l’impatto sull’Egitto»).

Per l’Egitto, una Libia stabile con un governo centrale in grado di proteggere i propri confini e impegnarsi in scambi commerciali proficui con i partner confinanti sembra la soluzione preferibile a lungo termine. Il sostegno ad Haftar è motivato dalla volontà di colmare un vuoto nella parte orientale della Libia; ma tale supporto prolunga il conflitto e ostacola le opportunità di un possibile accordo tra le parti in conflitto. In questo modo, l’obiettivo di una Libia stabile e sicura viene ostacolato dallo stesso Egitto. Finché tale stato di instabilità permarrà, e gli attori esterni continueranno a sostenere chi un soggetto e chi l’altro, l’Egitto sarà sempre spinto a supportare Haftar (o qualcun altro al suo posto?) per tentare di tutelare (diplomaticamente) i propri interessi.

Mario Savina