La “Diga del Rinascimento” etiope e il suo l’impatto sull’Egitto

Acqua ed elettricità sono risorse apparentemente distinte, ma in realtà rappresentano una combinazione di importanza cruciale per lo sviluppo economico di molti paesi del bacino mediterraneo e del continente africano. Il caso della “Diga del Rinascimento”, fortemente voluta dal governo etiope, e della controversia che questo progetto ha generato con l’Egitto, offre in questo senso importanti spunti di riflessione.

Il ritardo nella crescita economica dei paesi dell’Africa sub-sahariana deriva, in parte, dalle problematiche nell’attivare serie politiche di industrializzazione che possano far fronte alle esigenze di una popolazione con tassi di crescita e di urbanizzazione in rapida ascesa. Una delle carenze di maggior rilievo, a tal riguardo, è rappresentata dalla scarsità di energia elettrica. Tra i paesi che più soffrono di questa problematica rientra indubbiamente l’Etiopia, uno degli ultimi Stati africani in termini di PIL pro capite (meno di 800 dollari annui, sebbene sia più che raddoppiato nell’ultimo decennio). L’Etiopia è anche il terzo paese più popoloso del continente (dopo Egitto e Nigeria), con oltre 100 milioni di abitanti, il 70% dei quali non ha accesso all’elettricità. Per sopperire a tale necessità, da quasi un decennio il paese è impegnato nella costruzione della più grande diga del continente africano.

La “Diga del Grande Rinascimento Etiope” (anche nota come Gerd, acronimo di Grand Ethiopian Renaissance Dam), sorge nell’ovest dell’Etiopia, a 15 km dal confine con il Sudan, ed è destinata ad operare sul Nilo Blu, uno dei i maggiori affluenti del Nilo, il principale fiume del continente africano. Il progetto, dal valore complessivo di cinque miliardi di dollari, vede un imponente sforzo finanziario della comunità etiope, che tramite tasse e finanziamenti della diaspora ne sostiene gli oneri finanziari per circa tre miliardi di dollari, mentre altri due miliardi di investimento sono stanziati delle aziende cinesi Voith Hydro Shanghai e China Gezhouba Group, responsabili della costruzione di turbine e generatori. La costruzione della diga, la cui realizzazione dovrebbe esser completata per il 2022, è stata affidata all’azienda italiana Salini Impregilo. Una volta completata, la Gerd dovrebbe produrre circa 16400 GWh (gigawattora) annui, quantità sufficiente a coprire le necessità del paese e garantire forti quote di export. Dalla vendita di energia elettrica a paesi limitrofi, l’Etiopia potrà accrescere le proprie riserve in valute internazionali necessarie per sostenere progetti di sviluppo del paese.

Il bacino del Nilo e la “Diga del Rinascimento” etiope.

Se il completamento della Gerd rappresenta un’importante prospettiva di sviluppo per Addis Abeba, questo progetto avrà rilevanti effetti anche sui paesi limitrofi, in particolare il Sudan e l’Egitto. Se da un lato Khartoum vede generalmente come positiva l’attivazione dell’opera, sia per il contributo della diga al contenimento delle frequenti inondazioni – causate dal flusso contemporaneo di Nilo Blu e Bianco nel paese – sia per la possibilità di acquistare energia a basso prezzo, per il Cairo la Gerd rappresenta una fonte di forte preoccupazione. L’Egitto, di fatti, teme gli effetti di una repentina riduzione del del flusso dell’acqua del Nilo, che fornisce il 90% delle riserve d’acqua egiziane, utilizzate principalmente per il settore agricolo. Dal Nilo Blu, d’altronde, provengono circa il 70% delle acque che riforniscono il paese. Per questo motivo il Cairo si è da sempre opposto alla costruzione di una diga in Etiopia, paventata da Addis Abeba sin dagli anni Sessanta del Novecento e vista come una seria minaccia alla sicurezza nazionale egiziana. A partire dall’inizio dei lavori nel 2010, la conflittualità tra i due stati è rapidamente aumentata, tanto da portare i rispettivi governi a paventare in più di un’occasione anche lo spettro di un conflitto.

Allo stesso tempo, i due Stati hanno sempre mantenuto viva una diplomazia parallela al fine di raggiungere un difficile accordo che potesse soddisfare le esigenze dei due paesi. Questo sforzo, dopo mesi di stallo, si è riavviato nell’ultimo trimestre del 2019 quando i presidenti egiziano Abdel Fatah al-Sisi ed etiope Abiy Ahmed Ali, in un incontro al margine del Summit e Forum economico Russia-Africa di Sochi dello scorso ottobre, si sono mostrati disposti a riaprire i negoziati. Qualche giorno dopo la Casa Bianca ha formalizzato la disponibilità ad intervenire come mediatore nella vicenda, invitando rappresentanti dei governi etiope, egiziano e sudanese a Washington. Le parti si sono quindi aggiornate, in quattro diverse occasioni, alla presenza del presidente della Banca Mondiale David Malpass e del segretario al Tesoro USA Steven Mnuchin. A seguito dell’ultimo degli incontri, un comunicato congiunto delle parti aveva annunciato passi avanti e rimandato la chiusura di un accordo entro fine febbraio. Nonostante ciò, l’Etiopia non ha partecipato a quello che sarebbe dovuto essere l’incontro definitivo, programmato alla Casa Bianca lo scorso 28 e 29 febbraio. Al termine di incontri bilaterali con rappresentanze governative di Egitto e Sudan, il Ministero del Tesoro USA ha espresso la volontà di continuare a mediare nella controversia, ma allo stesso tempo ha richiamato l’Etiopia a non completare l’opera senza un preventivo accordo tra le parti, ricevendo una risposta molto fredda del governo etiope, che nel rinnovare la volontà di cooperazione ha accusato gli USA di aver condotto i negoziati in termini “poco diplomatici“.

Il presidente statunitense Donald Trump (al centro) e il segretatio del Tesoro Steven Mnuchin ricevono i rappresentanti etiopi ed egiziani.

Con la diga ormai completata per oltre il 70% i due paesi non discutono più sull’eventualità della costruzione, bensì sulla velocità di riempimento dei 74 miliardi di metri cubi di riserve della Gerd. Per l’Etiopia tale processo potrebbe durare tre anni, in modo da rendere operativa la diga entro il 2025, mentre per l’Egitto le riserve andrebbero riempite in almeno sette anni, al fine di contenere l’impatto di una riduzione dell’afflusso di acqua nel paese.

Un calo drastico ed improvviso dell’approvvigionamento d’acqua in Egitto, d’altronde, andrebbe a colpire principalmente gli agricoltori di sussistenza, una percentuale molto rilevante della popolazione egiziana, particolarmente esposta al rischio povertà, con possibili ricadute sulla stabilità sociale e politica del paese. Inoltre, le restrizioni causate dalla diga si andrebbero a sommare alla già precaria situazione riguardante la scarsità d’acqua, conseguenza dell’alto tasso di crescita della popolazione egiziana (2% annuo, pari a circa un milione di persone in più ogni 6 mesi), del ritmo sostenuto di urbanizzazione e dell’aumento delle temperature. Secondo il World Food Programme, d’altronde, il riscaldamento globale potrebbe essere di per sé la causa della perdita di oltre il 30% della produzione agricola nel sud del paese entro il 2040.

Per questi motivi, indipendentemente dalle tempistiche entro le quali la Gerd entrerà in funzione, l’Egitto è destinato ad adottare strategie per combattere il rischio siccità. In primis, il Cairo deve investire al fine di ripensare il modello di produzione agricola di sussistenza, ancora basato su vecchie tecniche di irrigazione altamente costose in termini di spreco d’acqua. A tal proposito sono interessanti i progetti di Climate Smart Agriculture, un approccio che permette di unire in maniera efficace elevata produttività e basso consumo di risorse. Inoltre, l’Egitto, sfruttando in tal senso anche le competenza di aziende già attive nel Golfo, come la saudita ACWA Power , sta intensificando gli investimenti in progetti di desalinizzazione, il più importante dei quali, l’impianto di Ain Sokhna, dovrebbe purificare fino a 164.000 litri al giorno.

I contrastanti interessi economici e di sicurezza alimentari fra Etiopia ed Egitto mettono perciò in luce quanto sia delicata la partita sulla costruzione della Gerd, e allo stesso tempo sottolineano quanto le prospettive di un sesto degli abitanti dell’intero continente, concentrati nei due paesi, possano dipendere dall’esito cooperativo o meno della controversia.

Simone Acquaviva