La Francia, l’Europa e le conseguenze politiche del Covid-19

La pandemia di Covid-19 sta spingendo a ripensare molti aspetti del modo di lavorare e vivere le relazioni sociali, e sta anche rimettendo in discussione molti aspetti fondamentali della vita politica interna e internazionale, come il processo di globalizzazione e il ruolo dello Stato nell’economia e nella società. La Francia appare come un caso emblematico di tutte queste tendenze contrastanti, e un esame di alcune dinamiche che stanno attraversando il paese può darci importanti spunti di riflessione per capire meglio i processi di cambiamento che stiamo vivendo.

Parigi.
Fonte: Wikimedia Commons.

La vittoria di Emmanuel Macron nelle elezioni presidenziali francesi di tre anni fa fu salutata come una rivincita dell’europeismo e di una visione aperta e cosmopolita della società, contro le forze del “populismo” e del “sovranismo” associate alla sua rivale, Marine Le Pen. Macron era, all’epoca, un politico dalla vocazione marcatamente tecnocratica, giovane sia per età che per esperienza politica e alla guida di un partito – La République en marche – nato attorno alla sua figura dalla fusione di forze centriste di destra e di sinistra. Il suo successo sembrava confermare un mandato per portare avanti un audace programma di riforme volto a trasformare strutturalmente la Francia in senso più liberista e meno statalista e assistenzialista, meno appesantito dalle tasse e dalla burocrazia e più orientato al mercato e alla competizione globale. Allo stesso tempo, Macron si era mostrato pronto a spingere per una rivitalizzazione del processo di integrazione europea volto a rendere l’Unione europea più unita politicamente e ambiziosa sul piano internazionale. A rimarcare questo orientamento europeista e aperto alla globalizzazione e all’integrazione sovranazionale, nel celebrare la sua vittoria Macron si fece accompagnare dall’Inno alla gioia di Beethoven, un’opera musicale che è stata scelta come uno dei simboli ufficiali dell’integrazione europea.

L’insediamento di Emmanuel Macron.

Il brillante successo di Macron ha avuto in realtà, fin dall’inizio, alcuni punti d’ombra. Al primo turno delle elezioni presidenziali, sia Le Pen che Jean-Luc Mélenchon, un candidato della sinistra radicale e fortemente euroscettico, avevano ottenuto dei risultati molto buoni. Al ballottaggio la vittoria di Macron era stata netta, ma meno di quanto lo era stata quella di Jacques Chirac contro il padre di Marie Le Pen – Jean Marie – nel ballottaggio del 2002. Macron e il suo partito avevano raccolto forti consensi nelle grandi città e fra i ceti più abbienti, ma non avevano fatto breccia nelle aree rurali e periferiche, e fra gli elettori più penalizzati dalla competizione globale, ricalcando la crescente spaccatura fra le monde d’en haut e la France périphérique rilevata da Christophe Guilluy.

Alcune delle riforme perseguite durante il suo mandato – come quella volta a cambiare e regole di accesso all’università e quella del sistema pensionistico – hanno generato forti dibattiti e hanno portato migliaia di persone a manifestare in piazza. Questo sentimento di disorientamento e malcontento è stato inoltre incarnato dal movimento dei “gilet gialli”. Nel perseguire i suoi progetti, Macron ha spesso dimostrato una certa insofferenza per l’attaccamento dei francesi alle loro tradizioni sociali ed economiche, fortemente ispirate ai principi di uguaglianza, e una scarsa empatia nei confronti dei dubbi e delle insicurezze di molti suoi concittadini, abituati a concepire la previdenza come parte della missione dello Stato.

Manifestazione dei “Gilet gialli” a Parigi, gennaio 2019.
Fonte: Wikipedia.

La crisi generata dalla pandemia di Covid-19 sta costringendo anche Macron e i suoi sostenitori – sia in Francia che in Europa – a rimettere in discussione molti degli assunti di base della loro filosofia di governo. La risposta all’emergenza sanitaria è apparsa inadeguata, soprattutto per la lentezza con cui il governo ha preso coscienza della necessità di adottare misure di distanziamento sociale e lockdown. La risposta francese è inoltre risultata in qualche modo meno efficace rispetto a quella di altri paesi come la Germania, il che ha portato a un ulteriore calo dei consensi per Macron e ad alcune defezioni nel suo partito, che ora non gode più di una maggioranza assoluta in Parlamento. La crisi ha inoltre indotto il governo francese a riconoscere l’importanza di un ruolo importante dello Stato nell’alleviare il disagio di chi è costretto all’inattività, ad esempio garantendo sussidi pubblici alle imprese per evitare licenziamenti di massa. L’emergenza Covid-19 ha inoltre messo in evidenza il fatto che il settore sanitario francese è dipendente dall’estero per quanto riguarda molte tipologie di medicine e presidi sanitari necessari a fronteggiare situazioni di emergenza come quella che stiamo vivendo. A rendere la situazione ancora più inquietante è stata la notizia, apparsa lo scorso maggio, secondo cui l’amministrazione americana guidata da Donald Trump, in virtù degli importanti investimenti effettuati in favore dell’azienda francese Sanofi, avrebbe richiesto un accesso privilegiato per gli Stati Uniti nel caso questa riuscisse a produrre un vaccino contro il Covid-19. Macron ha dunque promesso di investire di più nella sanità pubblica e ha dichiarato il suo impegno a far sì che la scoperta di un vaccino per una pandemia dagli effetti così gravi come quella che stiamo vivendo diventi un modo di promuovere il bene pubblico e per estendere la protezione secondo criteri di uguaglianza, e non un’occasione per far divampare rivalità internazionali e competizioni fra Stati e imprese in nome del profitto. La crisi, e le sue conseguenze economiche, hanno destato allarme anche a Bruxelles, e le istituzioni europee hanno fatto appello agli stati membri affinché questi prendano iniziative per proteggere i settori e le imprese di importanza “strategica” dal rischio di acquisizioni da parte di gruppi stranieri.

Il discorso di Emmanuel Macron in occasione del Summit mondiale dei vaccini 2020.

La crisi del Covid-19 sembra, insomma, aver fatto perdere fiducia in quella visione di un’Europa aperta al mercato globale di cui Macron era diventato il campione e ha ulteriormente screditato il processo di integrazione europea, già fortemente indebolito dalla crisi dell’area euro, la crisi migratoria e l’ascesa di movimenti populisti e di leader dai tratti sempre più autoritari. È chiaro che l’Unione europea sta attraversando un momento critico e che la pandemia sta creando ulteriore pressione sugli Stati membri – soprattutto quelli più vulnerabili e già colpiti duramente dalle altre crisi che hanno attraversato l’Unione – ed è giusto riconoscere che l’approccio ambizioso di Macron ha tradito anche una certa arroganza e una mancanza di sensibilità per il sentimento popolare. Tuttavia, le recenti dichiarazioni del presidente francese possono farci ricordare che esistono soluzioni alle sfide e al senso di insicurezza e disorientamento che stiamo vivendo, e che proprio la Francia ha in passato giocato un ruolo di primo piano nel mostrare al mondo i benefici di un’integrazione economica perseguita con coscienza del bene pubblico e dell’interesse nazionale.

A ben vedere, piuttosto che il progetto di integrazione in sé, questa crisi sembra aver screditato una specifica concezione dell’integrazione europea: quella che vede l’integrazione come lo strumento per trasformare l’Europa in uno spazio integrato sulla base di principi neoliberisti in cui lo Stato rinuncia alla sua funzione sociale e si concentra esclusivamente sul garantire la tutela di interessi privati, come il profitto e l’efficienza di breve periodo o la tutela dei grandi creditori. Questa visione è stata alla base della filosofia di integrazione europea negli ultimi decenni, ha dominato le reazioni dell’Unione europea e dei governi dei suoi Stati membri alle emergenze del nostro tempo, e ha forse visto la sua espressione più cruda nella gestione della crisi del debito greco esplosa nel 2009. Non è, però, necessariamente l’unica visione dell’integrazione europea, e forse neanche quella originale.

È interessante ricordare che Jean Monnet, uno dei grandi padri fondatori del processo di integrazione europea, fu anche il padre del primo piano quinquennale di sviluppo adottato dallo Stato francese nel dopoguerra per rilanciare l’economia. L’approccio statalista, spesso visto come una zavorra e criticato anche da Macron, in realtà non sembra aver impedito alla Francia di diventare uno dei 15 paesi più competitivi al mondo, di poter vantare un livello di produttività non lontano da quelli degli Stati Uniti e della Germania, e di avere molte delle multinazionali più di successo a livello globale. Questo approccio “statalista” e “assistenzialista” non sembra, insomma, essere così male e potrebbe permettere alla Francia di reggere meglio di tanti altri paesi europei le sfide di un mondo in cui la globalizzazione sfrenata non sembra più sostenibile.

Monumento dedicato ai padri fondatori dell’integrazione europea a Scy-Chazelles, in Francia. Da sinistra a destra : Alcide De Gasperi, Robert Schuman, Jean Monnet e Konrad Adenauer.
Fonte: Wikimedia Commons.

La storia francese potrebbe insomma suggerire al resto dell’Unione europea la visione e l’approccio strategico necessari per fronteggiare la pandemia di Covid-19 e ritrovare lo slancio necessario per rivitalizzare il processo di integrazione. A tal proposito, è utile ricordare le parole di un altro grande statista francese ed europeo, Robert Schuman, che nel promuovere i primi passi del processo di integrazione affermò che “l’Europa non si farà di colpo, né con una costruzione d’insieme, essa si farà attraverso successi concreti, creando prima di tutto una solidarietà di fatto”.

Diego Pagliarulo