Ebrahim Raisi, futuro presidente o leader supremo dell’Iran?

Il prossimo 18 giugno gli iraniani saranno chiamati alle urne per eleggere un nuovo presidente. L’Iran non è una democrazia, ma le elezioni presidenziali rappresentano comunque un passaggio istituzionale significativo e in grado di dare indicazioni interessanti a riguardo delle tendenze generali che prevalgono nel regime di Teheran. La selezione dei candidati autorizzati a partecipare alla tornata elettorale è ad esempio un segnale importante, e l’analisi dei profili dei candidati favoriti rappresenta un ulteriore elemento di riflessione.

Tra coloro che si presenteranno alle elezioni del 18 giugno spicca la figura di Ebrahim Raisi, l’attuale capo della magistratura, e una delle nove persone appartenenti alla “cerchia ristretta” dell’ayatollah Ali Khamenei – leader supremo della Repubblica islamica dell’Iran – colpite dalle sanzioni imposte dal Dipartimento del Tesoro statunitense il 4 novembre 2019 (nel 40° anniversario dell’occupazione dell’ambasciata USA a Teheran e del sequestro del personale e dei diplomatici americani).

Ebrahim Raisi. Fonte: Wikimedia Commons.

Raisi ha ottenuto la sua attuale posizione per nomina diretta da parte di Khamenei dopo aver perso le elezioni presidenziali del 2017 contro Hassan Rouhani, l’attuale presidente, con una differenza di quasi 10 milioni di voti su 41 milioni in totale. All’epoca Raisi era entrato nella scena politica del paese con uno slogan significativo – “Combattere la corruzione e sostenere gli oppressi e gli indigenti” – un concetto che caratterizzava anche la retorica dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, il leader della rivoluzione del 1979. La sua sconfitta era stata un risultato sfavorevole anche in vista  di una sua potenziale nomina come futuro “supremo leader” del regime di Teheran, poiché per ottenere tale carica egli dovrebbe, almeno teoricamente, godere del consenso del popolo iraniano.

Sostenitori di Raisi durante le elezioni presidenziali del 2017 (trad: “L’Agenda 2030 dell’organizzazione UNESCO, non è qualcosa a cui la Repubblica Islamica si arrenderà. È proprio un errore – Emam Khamenei). Fonte: Wikimedia Commons.

Seyed Ebrahim Raisi, originario di Mashhad, nel nord-est dell’Iran (una città santa per i musulmani sciiti), ha iniziato la sua formazione primaria nel seminario della sua città natale e dopo pochi anni, appena quindicenne, è passato al seminario di Qom, la seconda città più importante per gli studi religiosi sciiti dopo Najaf, in Iraq. Raisi ha continuato la sua formazione nel seminario di Qom fino al quarto livello di giurisprudenza, ha approfondito lo studio dei principi islamici nella scuola di Haqqani e ha conseguito un dottorato in giurisprudenza e fondamenti del diritto islamico con specializzazione in diritto privato presso l’università di Shahid Motahari.

Nel 1978, in seguito a un articolo provocatorio pubblicato sul quotidiano Etela’at, interpretato dagli islamisti come “offensivo” verso l’ayatollah Khomeini, e all’inizio dei movimenti popolari contro il regime dello Shah, Raisi partecipò a manifestazioni di protesta, la maggior parte delle quali originate nella scuola dell’ayatollah Sayyid Hossein Tabataba’i Borujerdi, agendo come leader di un nucleo di studiosi rivoluzionari. Le sue prime esperienze politiche e istituzionali sono iniziate subito dopo la rivoluzione. Nel 1980 – ancora ventenne – Raisi ottenne incarichi nel campo dell’amministrazione giudiziaria e iniziò a frequentare l’ufficio giudiziario di Karaj. Solo pochi mesi dopo divenne procuratore delle città di Karaj e Hamadan per ordine del procuratore generale, l’ayatollah Ali Qudusi. Nel 1985 Raisi divenne il vice-procuratore di Teheran  nello stesso anno.

Oltre alla sua rapida carriera istituzionale – iniziata anche prima che egli finisse i suoi studi – il nome di Raisi è collegato alle “esecuzioni di massa di prigionieri politici” nelle carceri della Repubblica islamica nell’estate e nell’autunno del 1988, durante le quali furono uccisi migliaia di prigionieri. Ebrahim Raisi, infatti, faceva parte di un gruppo di quattro dirigenti del regime coinvolti in questo programma di esecuzioni, anche se successivamente affermò di aver solo eseguito alla lettera gli ordini del Rahbar – il supremo leader Khomeini.

Dopo essersi guadagnato la totale fiducia di Khomeini e dei suoi seguaci, nel 1988, Raisi ricevette dal fondatore della Repubblica islamica l’incarico di vigilare sulle sentenze speciali emesse dal regime e affrontare i problemi giudiziari in alcune particolari province, tra cui Lorestan, Kermanshah e Semnan.

Dopo la morte di Khomeini, Raisi è stato nominato Procuratore di Teheran con decreto dell’ayatollah Mohammad Taqi Mesbah  Yazdi, allora capo della magistratura, e ha ricoperto questa carica per cinque anni, dal 1989 al 1994. Dal 1994, è stato nominato capo dell’Ispettorato generale ed è stato responsabile di questa posizione fino al 2004. Dal 2004 al 2014 Raisi è stato Primo vicepresidente della magistratura e dal 2014 al 2016 è stato Procuratore generale. Inoltre, dal 2012, è stato nominato anche Procuratore generale per la Corte speciale del clero, con decreto di Khamenei.

Ebrahim Raisi ha inoltre legami familiari molto importanti all’interno del sistema iraniano, in quanto è il genero dell’ayatollah Ahmad Alam al-Hoda, Imam della preghiera del venerdì di Mashhad e membro dell’Assemblea degli Esperti (l’organo che elegge e revoca il Rahbar, la Guida Suprema), nonché rappresentante del “leader supremo” Khamenei nella provincia di Khorasan Razavi. Al-Huda, un esponente di spicco dei conservatori del regime di Teheran, aveva già sostenuto pienamente la candidatura di suo genero Raisi nelle elezioni presidenziali del 2017.

Nel 2016 Khamenei ha nominato Raisi a capo della potente fondazione religiosa Astan Qods Razavi, un’istituzione che per 37 anni era stata diretta dall’ayatollah Vaez Tabasi (scomparso proprio nel 2016). Questa fondazione gestisce il santuario dell’Imam Reza – ottavo successore del profeta Maometto secondo gli sciiti duodecimani – situato proprio a Mashhad. Anche questo incarico ha conferito a Raisi potere e influenza, in quanto il santuario è un importante luogo di pellegrinaggio sciita e genera enormi flussi di denaro derivanti dalle donazioni da parte dei fedeli – fondi controllati dall’organizzazione Astan Qods Razavi ed esenti da qualsiasi forma di tassazione. La fondazione, che funziona sia come ente di beneficenza che come istituto finanziario, possiede una moltitudine di proprietà immobiliari, terreni agricoli e attività commerciali in campi diversi come l’edilizia, il turismo, l’agricoltura e l’alimentazione, e si occupa anche di aiuti economici e supporto socio-culturale “sciita” verso altri paesi come il Libano, l’Iraq e alcuni paesi africani. Dirigere questa fondazione significa dunque gestire un piccolo impero economico.

Raisi è un confidente fidato di Khamenei, che è stato uno dei suoi insegnanti di seminario. Sebbene indossi un turbante, Raisi non è un ayatollah, ma piuttosto un Hujjat al-Islam – un rango inferiore del clero sciita. È anche un seyed, ossia un discendente del profeta Maometto nell’Islam sciita. Questo gli dà diritto a indossare il turbante nero, una distinzione di rilievo agli occhi degli elettori più religiosi. In altre parole, tra le persone fidate e vicine al Rahbar (o Vali e faqih) Khamenei, solo Raisi rappresenta il candidato ideale per la sua successione. In effetti, la sua vittoria nelle elezioni presidenziali di quest’anno rappresenterebbe un importante risultato per Khamenei in vista di un eventuale passaggio di potere ai vertici del sistema politico iraniano.

La campagna elettorale di Raisi in vista delle prossime elezioni si basa sull’idea di un “governo popolare per un Iran forte”, che combatta la corruzione e migliori l’economia del paese – un compito non facile, soprattutto considerando gli effetti disastrosi delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti e della pandemia di Covid-19. Il suo primo spot per la campagna elettorale sottolinea i massicci investimenti effettuati dall’Astan Qods Razavi nell’arco dei tre anni dal suo incarico, la riapertura di fabbriche chiuse il sostegno alle persone povere del paese. È interessante notare che la propaganda elettorale di Raisi si concentra sulla corruzione e la cattiva gestione delle risorse a livello nazionale, sorvolando invece i problemi legati alle relazioni estere dell’Iran. Ad esempio, il già citato spot elettorale non menziona l’impatto delle sanzioni statunitensi e le conseguenze negative della non aderenza dell’Iran alla Fatf – la Financial Action Task Force, un organo internazionale che si occupa di antiriciclaggio e di contrastare il finanziamento del terrorismo. Nel febbraio 2020 il Parlamento di Teheran ha votato contro la partecipazione dell’Iran alla Fatf, e questa decisione ha drasticamente tagliato l’accesso delle istituzioni bancarie iraniane ai circuiti internazionali, generando inflazione e un crollo delle riserve di valuta straniera.

Raisi non gode di alcun sostegno significativo tra i riformisti, i progressisti, i giovani e gli intellettuali iraniani, in particolare dopo le proteste del 2009 da parte del Movimento Verde contro i risultati delle elezioni presidenziali che avevano portato alla rielezione di Mahmoud Ahmadinejhad. I dimostranti del Movimento Verde avevano in quell’occasione denunciato brogli, ma la loro protesta fu repressa nel sangue dalle autorità del regime. Raisi definì all’epoca tutti i manifestanti Mohareb, ossia nemici di Dio che meritano di essere giustiziati. Va tuttavia notato che in ogni caso, tra i sette candidati scelti dal Consiglio dei guardiani per le prossime presidenziali, non ci sono esponenti della fazione dei riformisti – Eslah talaban. Raisi gode invece dell’appoggio della Rahbari – un insieme di organizzazioni e individui direttamente collegati al Rahbar Khamenei – del  potere giudiziario, di quello legislativo (parlamento è al momento caratterizzato infatti da una maggioranza composta da rappresentati dalla fazione conservatrice – Osulgarayan) e più in generale degli elementi conservatori e ultra-conservatori del regime di Teheran.

Shirin Zakeri