Marocco: El Mansouri prima donna alla guida del governo

Il 23 settembre scorso in Marocco si sono tenute le elezioni politiche per rinnovare il Parlamento e formare un nuovo governo dopo la conclusione naturale dell’esecutivo guidato da Aziz Akhannouch. Il Regno è arrivato all’appuntamento elettorale in un clima segnato da tensioni internazionali e da un crescente malessere socioeconomico. Nel corso della legislatura la fiducia nei confronti dell’esecutivo uscente si è progressivamente indebolita, come avrebbero poi confermato i risultati elettorali. Ancora più significativo appare, tuttavia, il senso di sfiducia nei confronti della politica, emerso soprattutto attraverso il dato dell’astensione.

Immagine di copertina, generata con AI.

A queste elezioni il Paese è arrivato dopo due eventi particolarmente significativi: le proteste dell’ottobre 2025 della cosiddetta GenZ 212 e, più recentemente, i fatti di Ceuta. Pur trattandosi di fenomeni diversi per natura e dinamiche, entrambi hanno reso visibile una componente del disagio sociale che attraversa soprattutto le fasce più giovani della popolazione. Il movimento di protesta GenZ 212, nato e sviluppatosi prevalentemente attraverso la rete – con un nome che richiama il prefisso telefonico internazionale del Marocco – ha portato nelle piazze delle principali città, tra cui Casablanca, Rabat, Tangeri e Marrakech, le rivendicazioni delle giovani generazioni contro le carenze dei servizi pubblici e le limitate opportunità di crescita economica e sociale. Le proteste hanno posto il governo di fronte a un malessere generazionale divenuto ormai apertamente visibile. La prima risposta delle autorità è stata prevalentemente securitaria, con arresti e interventi delle forze dell’ordine volti a contenere le proteste. Anche la recente crisi di Ceuta – enclave spagnola nel nord del Marocco – può essere letta, limitandosi alla sua dimensione interna e sociale e al netto delle più ampie implicazioni politico-diplomatiche, in relazione ad alcune delle criticità emerse con le proteste di GenZ 212. Numerosi giovani marocchini, tra studenti, lavoratori e disoccupati, hanno tentato la via dell’emigrazione irregolare alla ricerca di migliori prospettive di vita. Un’immagine del Regno che negli ultimi anni era apparsa meno evidente.

Questi due fenomeni contribuiscono a comprendere meglio il contesto sociale nel quale si sono svolte le elezioni politiche. La campagna elettorale, durata poche settimane, ha visto i partiti della coalizione uscente contendersi la scena politica e mediatica, anche con toni aspri. I social network hanno svolto un ruolo rilevante nella diffusione dei programmi e dei messaggi politici, mentre anche la satira ha conquistato uno spazio significativo nel dibattito online.

Fatima Ezzahra El Mansouri. Fonte: Atlas.info/AFP

Le elezioni si sono svolte con un sistema proporzionale privo di una soglia di sbarramento, dopo la revisione introdotta in occasione del voto del 2021, che aveva eliminato la precedente soglia del 3%. La consultazione, concentrata in un’unica giornata, ha registrato un’affluenza del 38,08%, inferiore al 50,8% del 2021 e al 42,2% del 2016. Va tuttavia ricordato che nelle ultime tornate la partecipazione elettorale si è generalmente mantenuta su livelli contenuti. Il dato del 2021 rappresenta un caso particolare, poiché in quell’occasione le elezioni legislative si svolsero contestualmente alle consultazioni comunali e regionali. Il dato marocchino può essere inserito, con le necessarie cautele, in un più ampio quadro regionale caratterizzato spesso da una debole partecipazione elettorale. Il confronto diretto con altri Paesi nordafricani deve tuttavia tenere conto delle profonde differenze tra sistemi politici, contesti istituzionali e singole consultazioni. L’affluenza, tuttavia, non può essere interpretata prescindendo dalle caratteristiche dei diversi sistemi politici. Il significato della partecipazione elettorale varia infatti in relazione al grado di apertura del sistema, alla competitività delle elezioni, al ruolo dei partiti e alla capacità delle istituzioni rappresentative di incidere effettivamente sul processo decisionale. Sebbene l’affluenza non consenta, da sola, di misurare il grado di legittimazione del sistema politico, il dato del 38,08% può essere letto alla luce di diversi fattori: la limitata capacità dei partiti di mobilitare il proprio elettorato, la difficoltà di coinvolgere più ampi settori della società e un certo grado di sfiducia nei confronti della politica, al quale ha contribuito anche la debole incisività dell’opposizione nel corso della legislatura.

In questo quadro emerge con particolare evidenza il problema della partecipazione politica delle giovani generazioni. Secondo i dati richiamati da Le Monde e da Afrobarometer, la fascia tra i 18 e i 24 anni rappresenta appena il 4% degli iscritti alle liste elettorali, percentuale che sale al 19% considerando la fascia tra i 18 e i 34 anni. Si tratta di un dato particolarmente significativo se confrontato con il peso demografico delle giovani generazioni: le rilevazioni del 2024 dell’Alto commissariato per la pianificazione indicano infatti che la popolazione tra i 15 e i 30 anni rappresenta oltre un terzo della popolazione del Regno. La debole partecipazione dei giovani al processo elettorale rappresenta quindi uno degli indicatori più significativi della distanza tra una parte delle nuove generazioni e la classe politica, nonché della limitata fiducia nella capacità della politica di incidere concretamente sul miglioramento delle loro condizioni di vita.

Fonte: Afrobarometer

Il risultato delle elezioni ha confermato nel complesso il peso dei partiti che componevano la maggioranza uscente, penalizzando tuttavia il Rassemblement National des Indépendants (RNI), il partito del primo ministro Aziz Akhannouch. Il primo partito è risultato il Parti Authenticité et Modernité (PAM), che ha portato i propri seggi dagli 87 del 2021 a 97. Al secondo posto vi è il RNI, vincitore delle elezioni del 2021 con 102 seggi, sceso a 66. Terza forza politica è il Parti de l’Istiqlal (PI), con 65 seggi, 16 in meno rispetto agli 81 ottenuti nel 2021. I tre partiti che componevano la coalizione di governo dal 2021 conservano dunque, nel loro insieme, un peso determinante nel nuovo Parlamento, pur con rapporti di forza profondamente mutati al loro interno.  Tra le opposizioni, il risultato più significativo è quello del Parti de la Justice et du Développement (PJD), formazione di orientamento islamista, che ha conquistato 54 seggi contro i 13 del 2021, quando aveva subito una pesante sconfitta dopo aver guidato il governo per un decennio. Seguono il Mouvement Populaire (MP) con 29 seggi, l’Union Socialiste des Forces Populaires (USFP) con 26, il Parti du Progrès et du Socialisme (PPS) con 19 e l’Union Constitutionnelle (UC) con 17. I restanti seggi sono stati distribuiti tra le formazioni minori.

Fonte: MAP

Come osservato, l’affluenza si è attestata su livelli particolarmente bassi, mentre la debole partecipazione giovanile ha confermato le difficoltà dei principali partiti nel mobilitare ampi settori dell’elettorato. Il dato nazionale restituisce dunque un quadro di debole partecipazione, che presenta tuttavia significative differenze a livello regionale. Osservando la distribuzione territoriale della partecipazione emerge infatti un quadro differenziato: nelle regioni meridionali del Paese l’affluenza è risultata sensibilmente superiore alla media nazionale e il PI ha ottenuto risultati particolarmente significativi. Nelle regioni di Laâyoune-Sakia El Hamra e Dakhla-Oued Ed-Dahab i tassi di partecipazione hanno superato il 60%, attestandosi nettamente al di sopra della media nazionale. Anche nella regione di Guelmim-Oued Noun, a sud di Agadir, l’affluenza si è mantenuta su livelli sostenuti, e qui il PAM si è affermato come prima forza politica. Nella regione di Souss-Massa, caratterizzata da un’importante componente rurale, l’affluenza si è mantenuta su livelli medio-alti e il RNI è riuscito a conservare la propria posizione di primo piano.

Nelle regioni centrali del Regno e nelle aree montuose di Béni Mellal-Khénifra e Drâa-Tafilalet, la partecipazione si è mantenuta su livelli intermedi, con il PAM in posizione di forza, seguito dal MP e dal PI. Il PJD ha invece ottenuto consensi significativi soprattutto nelle aree urbane e nelle principali città. Nelle regioni di Casablanca-Settat e Rabat-Salé-Kénitra, così come a Fès-Meknès e Tangeri-Tétouan-Al Hoceima, la partecipazione si è attestata su livelli inferiori alla media nazionale.

Fonte: HesPress

Dalla geografia del voto emergono almeno due aspetti meritevoli di attenzione. Il primo riguarda l’elevata affluenza registrata nelle regioni meridionali, comprese le aree del Sahara Occidentale amministrate dal Marocco, territorio che le Nazioni Unite continuano a includere nella lista dei territori non autonomi e il cui status rimane oggetto di un processo negoziale ancora irrisolto. Il dato assume inevitabilmente anche una valenza politica, considerata la centralità che Rabat attribuisce alla partecipazione elettorale nelle province meridionali, ma deve essere interpretato con cautela e non può essere assunto, da solo, come indicatore della posizione della popolazione rispetto alla controversia sul territorio. Il secondo elemento riguarda invece le differenze socioeconomiche e politiche tra aree urbane e rurali, che consentono di richiamare, pur con le necessarie cautele nell’applicazione al contesto marocchino, la tradizionale frattura città-campagna individuata dagli studi sui cleavages politici. La distinzione tra città e campagna aiuta, in particolare, a leggere alcune delle contraddizioni dello sviluppo marocchino degli ultimi anni. Il Regno ha conosciuto una crescita sostenuta da importanti investimenti infrastrutturali, dalla creazione di zone economiche speciali e dallo sviluppo di nuovi poli produttivi, i cui benefici si sono concentrati soprattutto nei principali centri urbani e nelle aree maggiormente integrate nei circuiti economici nazionali e internazionali. Più difficile rimane invece la situazione di diverse aree rurali e periferiche, dove persistono carenze nei servizi e minori opportunità economiche e occupazionali. Questi squilibri territoriali rappresentano uno degli elementi utili a interpretare la disaffezione politica emersa anche in occasione del voto, sebbene l’astensione non possa essere ricondotta a un’unica causa.

Al di là delle differenze territoriali, è tuttavia l’esito complessivo delle urne ad aver determinato il nuovo equilibrio politico nazionale: il PAM si è affermato come prima forza parlamentare, aprendo così la fase della formazione del nuovo governo. In base all’articolo 47 della Costituzione del 2011, il re nomina il capo del governo all’interno del partito politico arrivato primo nelle elezioni della Camera dei rappresentanti, sulla base dei risultati del voto. Mohammed VI ha quindi nominato Fatima Ezzahra El-Mansouri, segretaria generale del PAM, prima donna nella storia del Marocco a capo del governo. A lei spetta ora il compito di formare il nuovo esecutivo, i cui membri saranno nominati dal sovrano su proposta del capo del governo. La formazione dell’esecutivo si inserisce , tuttavia, in un assetto istituzionale nel quale l’azione del governo e delle forze parlamentari si intreccia con il ruolo preminente della Corona. Il Marocco è infatti una monarchia costituzionale in cui il sovrano occupa una posizione cardine nell’architettura dello Stato. Ai sensi degli articoli 41 e 42 della Costituzione, il re esercita anche la funzione di Amir Al Mouminine (“Comandante dei credenti”) e capo dello Stato, garante della continuità e del regolare funzionamento delle istituzioni. Tale preminenza trova conferma anche nella prassi politica, nella quale la monarchia esercita un’influenza determinante nella definizione delle scelte strategiche del Paese.

All’interno di questo assetto, la nomina di El Mansouri assume una particolare rilevanza politica. Il nuovo esecutivo si insedia infatti in una fase caratterizzata da una diffusa disaffezione politica, soprattutto tra le giovani generazioni, e da un quadro economico e sociale segnato da dinamiche contrastanti. Da un lato, il Paese continua a mostrare un significativo dinamismo economico, con tassi di crescita intorno o superiori al 4% e importanti investimenti infrastrutturali e produttivi, anche in vista dei Mondiali di calcio del 2030, che il Marocco ospiterà insieme a Spagna e Portogallo. Dall’altro, a questi elementi si contrappongono persistenti criticità sociali: la disoccupazione giovanile rimane superiore al 35%, mentre sul piano della governance il Marocco, con 39 punti su 100, si colloca al 91° posto su 182 Paesi e territori nel Corruption Perceptions Index di Transparency International.

Proprio sul terreno sociale emerge una delle principali contraddizioni dell’attuale fase di sviluppo del Marocco. Le proteste della GenZ 212 sono esplose in un contesto di crescente insoddisfazione per le condizioni dei servizi pubblici, alimentata anche da gravi episodi verificatisi nel sistema sanitario. Istruzione, sanità e welfare continuano a presentare criticità, particolarmente evidenti nelle aree rurali, periferiche e montuose del Paese. Il nuovo governo di Fatima Ezzahra El Mansouri si troverà quindi di fronte alla sfida di governare le contraddizioni di un Marocco in forte crescita e interessato da un intenso processo di modernizzazione, ma nel quale i benefici dello sviluppo non si distribuiscono ancora in maniera omogenea. La questione non sarà soltanto economica e sociale, ma anche politica: il basso livello di partecipazione elettorale e la distanza delle giovani generazioni dai tradizionali canali della rappresentanza mostrano la necessità di ricostruire un rapporto di fiducia tra istituzioni e società. Rafforzare i servizi pubblici, ampliare le opportunità economiche e occupazionali e favorire un maggiore coinvolgimento dei giovani nella vita politica rappresenteranno, in questo senso, alcuni dei principali banchi di prova della nuova legislatura.

Mohamed El Khaddar