Le immagini provenienti da Ceuta hanno riportato il Mediterraneo occidentale al centro dell’attenzione internazionale. Migliaia di persone hanno raggiunto l’enclave spagnola attraversando il mare o superando le barriere di confine, mettendo sotto pressione le autorità locali e costringendo Madrid a rafforzare il dispositivo di sicurezza con l’invio di uomini dell’esercito e della Guardia civil. La crisi, tuttavia, non riguarda soltanto Ceuta. Essa coinvolge inevitabilmente anche Melilla, l’altra enclave spagnola sulla costa nordafricana, con la quale costituisce uno dei punti più delicati della frontiera esterna dell’Unione europea.
Interpretare quanto accaduto esclusivamente come una nuova emergenza migratoria sarebbe però riduttivo. La vicenda presenta infatti una marcata dimensione geopolitica, nella quale sicurezza, diplomazia, rivalità regionali e politica interna si intrecciano in maniera sempre più evidente.

Il primo elemento riguarda il ruolo del Marocco. Allo stato attuale non esistono prove che Rabat abbia organizzato direttamente gli attraversamenti di massa. Sarebbe però altrettanto riduttivo considerarli un fenomeno completamente spontaneo. Il Marocco dispone di un apparato di sicurezza particolarmente efficace lungo i confini con Ceuta e Melilla e, negli ultimi anni, ha dimostrato di poter modulare con notevole efficacia il livello dei controlli. Più che di una crisi organizzata, appare quindi corretto parlare di una pressione migratoria “politicamente abilitata”, nella quale un allentamento, anche temporaneo, dei controlli produce effetti immediati sulla Spagna e, indirettamente, sull’intera Unione europea (UE). Il precedente del maggio 2021 costituisce un riferimento inevitabile. Allora oltre ottomila persone raggiunsero Ceuta nel pieno della crisi diplomatica provocata dall’accoglienza in Spagna del leader del Fronte Polisario, Brahim Ghali. In quell’occasione la riduzione dei controlli marocchini fu interpretata come uno strumento di pressione politica nei confronti di Madrid, dimostrando quanto la gestione della frontiera possa trasformarsi in una leva diplomatica.
Anche la tempistica dell’attuale crisi merita attenzione. L’episodio arriva pochi giorni dopo la visita del premier Pedro Sánchez ad Algeri, che ha segnato un significativo riavvicinamento tra Spagna e Algeria dopo anni di rapporti difficili. Per Rabat, la normalizzazione dei rapporti ispano-algerini non rappresenta necessariamente un problema in sé, ma diventa sensibile qualora possa tradursi in un riequilibrio della posizione spagnola sul Sahara Occidentale o in una maggiore sintonia politica con il principale rivale regionale del Marocco. In questa prospettiva, la crisi può essere letta anche come un messaggio politico. Madrid è libera di rafforzare i rapporti economici ed energetici con Algeri, ma senza mettere in discussione la svolta diplomatica del 2022, quando il governo Sánchez riconobbe il piano marocchino di autonomia come la base più seria, credibile e realistica per una soluzione della questione del Sahara Occidentale. La Spagna è quindi costretta a muoversi lungo un crinale diplomatico delicatissimo, tra Rabat e Algeri. Da un lato mantiene con il Marocco un’alleanza strategica consolidata; dall’altro cerca di normalizzare i rapporti con Algeri senza rinunciare a quella posizione. Nell’ultimo anno l’Algeria si è confermata il primo fornitore di gas della Spagna, con circa 107.114 gigawattora forniti, pari al 34,1% delle importazioni complessive spagnole, davanti a Stati Uniti e Russia. Il collegamento avviene quasi interamente tramite il gasdotto sottomarino Medgaz, che unisce Beni Saf ad Almeria, mentre il secondo gasdotto, il GME (Gasdotto Maghreb-Europa), che attraversa il territorio marocchino, resta chiuso dal 2021 per la rottura tra Algeri e Rabat, privando il Marocco delle relative royalties di transito. In questo contesto, ogni riavvicinamento spagnolo ad Algeri rischia di essere letto a Rabat come una minaccia ai propri interessi, mentre Madrid non può permettersi di compromettere né la sicurezza energetica garantita dall’Algeria né la cooperazione marocchina sul controllo migratorio, come dimostra la crisi in corso a Ceuta.

Il contesto internazionale contribuisce inoltre a rafforzare il margine di manovra di Rabat. Negli ultimi anni il Marocco ha consolidato il proprio partenariato strategico sia con gli Stati Uniti sia con Israele. Washington continua a sostenere il piano marocchino di autonomia per il Sahara Occidentale, mentre Israele, oltre ad aver riconosciuto la sovranità marocchina sul territorio, ha sviluppato una crescente cooperazione con Rabat nei settori della difesa, dell’intelligence e delle tecnologie militari. Al contempo, il governo di Pedro Sánchez ha assunto una delle posizioni più critiche in Europa nei confronti dell’operazione militare israeliana nella Striscia di Gaza. Il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte della Spagna, le ripetute richieste di cessate il fuoco e di sospensione delle esportazioni di armamenti verso Israele, nonché le dichiarazioni dello stesso Sánchez e di altri membri dell’esecutivo, hanno provocato un progressivo deterioramento delle relazioni con Tel Aviv e hanno suscitato critiche anche da parte di esponenti dell’amministrazione statunitense, tra cui lo stesso Donald Trump. Tali divergenze hanno contribuito a rendere meno lineare il rapporto politico tra i due Paesi. Non esistono elementi che consentano di affermare un coinvolgimento diretto di Stati Uniti o Israele nella crisi di Ceuta e Melilla. È tuttavia plausibile ritenere che Rabat abbia operato nella consapevolezza di trovarsi in un contesto internazionale nel quale i suoi principali partner strategici difficilmente avrebbero esercitato pressioni significative sul Regno. Più che di un coordinamento operativo, appare quindi corretto parlare di una convergenza di interessi strategici, che potrebbe aver ampliato il margine di manovra marocchino nei confronti della Spagna.
Accanto alla dimensione internazionale esiste poi una componente di politica interna spesso trascurata. Ceuta e Melilla continuano infatti a rappresentare uno dei principali temi irrisolti della politica estera marocchina. Pur non essendo al centro dell’agenda diplomatica quotidiana, Rabat continua a considerare entrambe le enclave come residui del passato spagnolo sul proprio territorio. Per questo motivo occupano ancora oggi un posto significativo nella narrativa nazionalista e nel discorso sull’integrità territoriale del Regno. In vista delle elezioni legislative previste a settembre, il richiamo ai temi della sovranità nazionale può inoltre contribuire a rafforzare il consenso interno attorno alla monarchia.
Le implicazioni della crisi vanno però ben oltre il rapporto bilaterale tra Spagna e Marocco. Ceuta e Melilla costituiscono una frontiera esterna dell’UE e qualsiasi pressione esercitata su questo confine finisce inevitabilmente per ripercuotersi sull’intero sistema europeo di gestione delle migrazioni. A rendere ancora più complessa la situazione ha contribuito anche la recente sentenza del Tribunal Supremo spagnolo, che limita il ricorso ai respingimenti immediati dei migranti intercettati via mare, riducendo il margine operativo delle autorità di frontiera. Sul piano politico interno, la crisi ha ulteriormente indebolito il governo di Pedro Sánchez, che ha definito gli eventi di Ceuta «un attacco all’integrità territoriale della Spagna». Il Partido Popular ha accusato l’esecutivo di aver reagito con ritardo e di non essere stato in grado di garantire il controllo della frontiera esterna dell’Unione europea, chiedendo una revisione della normativa sull’immigrazione, il coinvolgimento di Frontex e la convocazione urgente del presidente del governo davanti al Parlamento. Ancora più dure le posizioni di Vox, che ha definito gli arrivi una vera e propria “invasione”, attribuendone la responsabilità sia alle politiche migratorie dell’esecutivo sia al presunto cedimento diplomatico nei confronti del Marocco. La crisi rischia così di trasformarsi in un ulteriore terreno di scontro politico interno, alimentando il dibattito sulla sicurezza e sull’immigrazione in vista delle future competizioni elettorali.

Le tensioni si sono rapidamente estese anche a livello europeo. Le dichiarazioni del ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, favorevole alla sospensione dell’applicazione di Schengen nei confronti della Spagna, e la conseguente protesta diplomatica di Madrid dimostrano quanto rapidamente una crisi localizzata possa trasformarsi in una controversia europea. La pressione migratoria rischia infatti di riaprire le divisioni tra gli Stati membri sulla gestione delle frontiere esterne, alimentando richieste di rafforzamento dei controlli interni e mettendo nuovamente sotto pressione uno dei pilastri della libera circolazione europea.
La vicenda di Ceuta dimostra dunque tutti i limiti della politica dell’UE in tema di migrazioni. Il Patto europeo su migrazione e asilo, adottato nel maggio del 2024 ed entrato in vigore il 12 giugno scorso, è infatti una riforma incompleta. Il pacchetto — composto da 9 regolamenti e una direttiva — introduce screening biometrico obbligatorio entro sette giorni dall’arrivo, procedure di esame accelerate alla frontiera per chi proviene da Paesi «sicuri», e un meccanismo annuale di solidarietà tra Stati. Su quest’ultimo punto si concentra la principale contraddizione politica: la solidarietà non è vincolante nella sostanza. Gli Stati che non intendono accogliere possono versare 20.000 euro a persona in luogo del ricollocamento. Germania e Austria hanno già annunciato che preferiranno pagare. Il nodo strutturale rimane dunque intatto: il principio del primo Paese di ingresso, cuore del vecchio Regolamento di Dublino, non viene superato ma solo ammorbidito. I rimpatri effettivi restano sotto il 20% degli ordini emessi. La gestione delle frontiere esterne dell’Unione continua a poggiare in larga misura su accordi bilaterali con Paesi terzi. Oggi il caso riguarda il Marocco e le enclave di Ceuta e Melilla, ma dinamiche analoghe si sono già manifestate con la Turchia lungo la rotta del Mediterraneo orientale e, negli ultimi anni, con Libia e Tunisia nel Mediterraneo centrale. In tutti questi casi, la cooperazione sul contenimento dei flussi migratori è divenuta uno strumento di negoziazione politica nei confronti dell’Unione europea. L’assenza di una strategia realmente comune rende gli Stati membri e le istituzioni europee fortemente dipendenti dalla collaborazione di questi Paesi, attribuendo loro un rilevante potere contrattuale. Ne deriva una vulnerabilità strutturale: ogni crisi diplomatica, ogni mutamento del contesto regionale o ogni scelta politica dei partner può riflettersi direttamente sulla gestione delle frontiere europee.
È probabilmente questo il risultato strategico più significativo che il Marocco può ottenere, anche senza formulare richieste esplicite. Se una pressione concentrata su un singolo tratto della frontiera esterna è sufficiente a mettere in discussione la coesione europea e il funzionamento di Schengen, il valore strategico della cooperazione marocchina aumenta inevitabilmente. La leva migratoria cessa così di essere uno strumento di pressione esclusivamente nei confronti della Spagna e diventa un fattore capace di incidere sugli equilibri dell’intera Unione europea.
In questo senso, la vicenda conferma una tendenza ormai consolidata. La migrazione non rappresenta soltanto una questione umanitaria o di sicurezza, ma può trasformarsi in una leva di politica estera. Non è necessario che uno Stato organizzi direttamente i flussi migratori; è spesso sufficiente modulare il livello di cooperazione nel controllo delle frontiere affinché una vulnerabilità strutturale del vicino diventi uno strumento di influenza politica. È ciò che una parte della letteratura definisce weaponized migration.
Naturalmente, attribuire al Marocco una strategia deliberata richiederebbe elementi che oggi non sono disponibili. Tuttavia, la sequenza degli eventi, il precedente del 2021, la centralità del dossier del Sahara Occidentale, il riavvicinamento tra Madrid e Algeri, il valore simbolico di Ceuta e Melilla nella narrativa nazionale marocchina e il nuovo equilibrio strategico costruito da Rabat con Stati Uniti e Israele rendono difficile considerare la crisi come un semplice episodio spontaneo.
Ceuta e Melilla rappresentano oggi molto più di due enclave spagnole sulla costa africana. Sono il punto d’incontro tra la competizione strategica nel Maghreb, le tensioni tra Marocco e Algeria, la questione del Sahara occidentale, le nuove geometrie geopolitiche del Mediterraneo e le vulnerabilità della politica migratoria europea. Per questo motivo, ogni crisi che investe una delle due città è destinata ad avere conseguenze ben oltre i loro pochi chilometri quadrati. La vera sfida per l’Unione europea non sarà soltanto gestire gli arrivi, ma costruire una strategia mediterranea che riduca la dipendenza dalla cooperazione dei Paesi di transito, evitando che il controllo delle frontiere continui a trasformarsi in uno strumento di pressione politica.
Francesco Anghelone & Mario Savina
