Da tempo il Corno d’Africa sta vivendo una fase di crescente instabilità, segnata dalla fragilità somala, dalla guerra civile in Sudan, dalle tensioni tra Addis Abeba e Asmara e dalla ripresa delle ostilità nel Nord dell’Etiopia, in particolare nella regione del Tigray. A complicare il quadro intervengono le dinamiche del Mar Rosso e del Medio Oriente, dove la crisi yemenita, le tensioni a Hormuz e nel Golfo Persico, nonché la competizione tra le monarchie arabe contribuiscono a ridefinire gli equilibri regionali. Per l’Egitto, questa crescente interdipendenza tra crisi africane e mediorientali sembra richiedere un progressivo ampliamento delle priorità strategiche. Alla tradizionale difesa degli interessi sul Nilo si affianca infatti l’esigenza di evitare che il rafforzamento della posizione etiopica nel Corno d’Africa si accompagni a nuove capacità di proiezione verso il Mar Rosso. È in questa prospettiva che può essere letta la dichiarazione di el-Alamein del 4 ottobre 2026.
Promossa dal presidente Abdel Fattah al-Sisi, la dichiarazione rafforza una convergenza politico-strategica tra Egitto, Sudan, Eritrea e Somalia, nella quale è possibile riconoscere anche una comune attenzione alle ambizioni regionali etiopiche. L’iniziativa mette in relazione la sicurezza idrica del Nilo, la stabilità sudanese, la sovranità somala e la governance del Mar Rosso, riconducendo questioni apparentemente distinte a una più ampia cornice di cooperazione diplomatica e securitaria. Pur non configurandosi come un’alleanza (militare) formalizzata, il ‘formato’ di el-Alamein potrebbe contribuire al consolidamento di un sistema di contrappesi regionali, attraverso il quale il Cairo cerca di accrescere la propria capacità di interlocuzione con Addis Abeba e di contenimento dell’assertività etiopica. La controversia sulla Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD) rimane il principale elemento di frizione, ma tende a inserirsi in una competizione geopolitica più articolata, nella quale l’Egitto appare interessato a limitare la possibilità che l’Etiopia modifichi unilateralmente gli equilibri regionali.

Questa impostazione sembra rispondere a una valutazione strategica legata alla crescente centralità etiopica nel Corno d’Africa. Il peso demografico, economico e territoriale dell’Etiopia fa del Paese uno degli attori più influenti del quadrante. Attraverso la GERD, Addis Abeba ha inoltre acquisito una maggiore capacità di regolazione dei flussi del Nilo Azzurro, alimentando le preoccupazioni egiziane per la sicurezza idrica. Dal punto di vista del Cairo, il rischio è che questa influenza continentale possa accompagnarsi a una più significativa proiezione marittima, ampliando la capacità etiopica di incidere tanto sugli equilibri del bacino del Nilo quanto su quelli del Mar Rosso. In tale prospettiva, il rafforzamento delle relazioni con gli Stati che condividono, per ragioni differenti, alcune delle preoccupazioni egiziane appare funzionale alla costruzione di un equilibrio regionale meno favorevole a iniziative unilaterali di Addis Abeba.
La Somalia rappresenta uno dei principali terreni sui quali questa strategia prende forma. Il rafforzamento della cooperazione militare con Mogadiscio, orientato alla stabilizzazione del Paese, al contrasto di al-Shabaab e al consolidamento delle istituzioni federali, offre all’Egitto l’opportunità di accrescere la propria presenza sul versante sudorientale dell’Etiopia. Il significato geopolitico dell’iniziativa emerge soprattutto alla luce della controversia sul Somaliland. Un eventuale accesso navale etiopico al Golfo di Aden, qualora accompagnato da infrastrutture militari o accordi di lungo periodo, potrebbe infatti ampliare la capacità di proiezione di Addis Abeba e incidere sugli equilibri regionali. Il sostegno egiziano alla sovranità somala assume quindi anche una valenza strategica, nella misura in cui contribuisce a limitare la possibilità che la ricerca etiopica di uno sbocco al mare si traduca in un vantaggio geopolitico duraturo.

Questa posizione presenta elementi di convergenza con gli interessi di altri attori africani. Mogadiscio si oppone ad accordi che ritiene lesivi della propria integrità territoriale, Gibuti osserva con attenzione le possibili conseguenze economiche di una diversificazione degli accessi marittimi etiopici, mentre l’Eritrea guarda con preoccupazione alle aspirazioni di Addis Abeba relative al porto di Assab. Il Cairo sembra intenzionato a valorizzare tali sensibilità per favorire un sistema di bilanciamento regionale, pur nella consapevolezza che esse rispondono a priorità differenti e non necessariamente convergenti su ogni dossier. In questo senso, l’interesse egiziano non appare rivolto a ostacolare qualsiasi accesso commerciale dell’Etiopia al mare, quanto piuttosto a evitare che tale prospettiva possa tradursi in un significativo rafforzamento della sua autonomia militare e geopolitica.
La questione somalilandese evidenzia, inoltre, come il riequilibrio dei rapporti con l’Etiopia debba confrontarsi con gli interessi delle potenze mediorientali. Gli Emirati Arabi Uniti hanno consolidato la propria presenza a Berbera attraverso investimenti portuali e infrastrutturali, mantenendo al contempo importanti relazioni con Addis Abeba. La Turchia rappresenta uno dei principali partner politici e militari della Somalia, pur conservando un ruolo di mediazione nei confronti dell’Etiopia, mentre il riconoscimento israeliano del Somaliland introduce un ulteriore elemento di complessità lungo il Golfo di Aden. Per il Cairo, questi sviluppi pongono una questione di equilibrio particolarmente delicata. La volontà di contenere una possibile espansione della proiezione etiopica deve infatti conciliarsi con la necessità di preservare relazioni diplomatiche, economiche e securitarie essenziali con partner mediorientali portatori di interessi non sempre coincidenti.

Sul versante settentrionale, la convergenza con l’Eritrea costituisce un ulteriore elemento della politica egiziana di bilanciamento. Le aspirazioni etiopiche a un accesso sovrano al Mar Rosso, soprattutto attraverso Assab, contribuiscono al deterioramento dei rapporti tra Addis Abeba e Asmara. Le rinnovate tensioni nel Tigray e lungo il confine eritreo-etiopico accrescono inoltre il rischio di una nuova escalation militare. Per l’Egitto, la cooperazione con Asmara può rappresentare un fattore di pressione diplomatica sull’Etiopia, senza che ciò implichi necessariamente un interesse verso una destabilizzazione del Paese. Un riequilibrio dei rapporti di forza potrebbe infatti favorire alcuni obiettivi egiziani, mentre un conflitto regionale generalizzato rischierebbe di compromettere la sicurezza dell’intero Corno d’Africa e del Mar Rosso.
Il Sudan costituisce un altro tassello importante di questa impostazione. Il sostegno cairota alle Sudanese Armed Forces (SAF) di Abdel Fattah al-Burhan risponde innanzitutto all’interesse a preservare l’integrità dello Stato sudanese e mantenere un interlocutore strategico lungo il Nilo. Un Sudan stabile e politicamente vicino all’Egitto potrebbe inoltre rappresentare un elemento significativo nella gestione della controversia idrica con l’Etiopia. La prosecuzione della guerra contro le Rapid Support Forces (RSF) limita tuttavia la capacità sudanese di contribuire concretamente a forme di coordinamento regionale, rendendo il Paese una fonte di vulnerabilità per la sicurezza egiziana.
La crisi sudanese mostra, al tempo stesso, quanto la strategia del Cairo risenta della crescente competizione tra Arabia Saudita ed EAU. La vicinanza saudita alle forze regolari e il sostegno attribuito da Abu Dhabi alle RSF hanno contribuito ad accentuare la dimensione regionale del conflitto. Per l’Egitto, questa polarizzazione introduce un dilemma particolarmente delicato. Da un lato, il Cairo condivide con Riyad l’interesse a preservare la continuità istituzionale sudanese e la sicurezza del Mar Rosso. Dall’altro, mantiene importanti relazioni economiche e finanziarie con gli Emirati, la cui presenza nel Corno d’Africa si intreccia con i rapporti con l’Etiopia e con gli investimenti portuali nel Somaliland. La politica egiziana sembra quindi orientata a evitare che il contenimento delle ambizioni etiopiche si traduca in una contrapposizione diretta con Abu Dhabi, dalla quale potrebbero derivare costi diplomatici ed economici significativi.

La dimensione marittima conferisce a questa impostazione una rilevanza che va oltre la competizione con l’Etiopia. La crisi yemenita e le operazioni di Ansar Allah – anche noto come gruppo Houthi – contro la navigazione commerciale hanno evidenziato la vulnerabilità di Bab el-Mandeb, rendendo sempre più esplicita l’interdipendenza tra la sicurezza del Corno d’Africa e la stabilità della Penisola arabica. Per il Cairo, le conseguenze sono particolarmente rilevanti, poiché l’insicurezza delle rotte marittime può ridurre l’attrattività del Canale di Suez, aumentare i costi logistici e assicurativi e incentivare la deviazione dei traffici verso il Capo di Buona Speranza. La sicurezza del Mar Rosso assume così una centralità crescente nella proiezione regionale egiziana, affiancandosi alla tradizionale difesa degli interessi idrici sul Nilo.
In questa prospettiva si inserisce anche l’interesse egiziano per le nuove forme di coordinamento politico e securitario con Arabia Saudita, Turchia e Pakistan. Il dialogo con questi attori potrebbe offrire al Cairo ulteriori opportunità per contribuire alla sicurezza delle rotte marittime e ampliare la propria influenza diplomatica, senza necessariamente comportare nuovi obblighi militari. Le convergenze africane promosse attraverso el-Alamein e i meccanismi di coordinamento emergenti nel Golfo Persico rispondono a finalità differenti, ma potrebbero risultare politicamente complementari. L’interesse egiziano sembra risiedere nella possibilità di sviluppare una rete di relazioni capace di collegare il riequilibrio dei rapporti con l’Etiopia alla sicurezza del Mar Rosso, preservando al contempo un adeguato margine di autonomia rispetto alle rivalità mediorientali.
È proprio in questa ricerca di equilibrio che emergono i principali limiti e rischi della strategia egiziana. Il consolidamento di convergenze regionali può rafforzare la capacità negoziale del Cairo nei confronti di Addis Abeba, ma potrebbe anche alimentare percezioni di accerchiamento e conseguenti dinamiche di reazione. L’eventuale saldatura tra le tensioni etiopico-eritree, la guerra sudanese e la crisi yemenita rischierebbe di accentuare l’interconnessione tra i diversi conflitti, coinvolgendo progressivamente gli attori africani e mediorientali in contrapposizioni difficili da contenere.
La dichiarazione di el-Alamein può, dunque, essere interpretata come parte di un più ampio tentativo egiziano di trasformare una condizione di vulnerabilità, legata soprattutto alla dipendenza dalle acque del Nilo, in una maggiore capacità di influenza sugli equilibri regionali. Il Cairo sembra perseguire l’obiettivo di limitare la possibilità che l’Etiopia consolidi una posizione di predominio nel Corno d’Africa, rafforzando parallelamente la propria presenza diplomatica e securitaria lungo il Mar Rosso. La sfida consiste tuttavia nel conciliare questa politica di bilanciamento con l’esigenza di preservare la stabilità regionale, evitando che il consolidamento di convergenze contrapposte contribuisca ad alimentare nuove forme di polarizzazione. Per l’Egitto, la posta in gioco supera dunque il rapporto bilaterale con Addis Abeba e riguarda la capacità di tutelare due dimensioni fondamentali della propria sicurezza nazionale, il Nilo e il Canale di Suez, in un contesto nel quale gli equilibri africani e mediorientali appaiono sempre più interdipendenti.
Giuseppe Dentice
