Il disimpegno dall’Afghanistan e le difficili lezioni per la sicurezza mediterranea

Lo scorso 14 aprile il presidente americano Joe Biden ha annunciato il ritiro delle forze statunitensi dall’Afghanistan entro l’11 settembre 2021. Quella che Biden ha definito la “guerra permanente” sembra dunque destinata a vedere una conclusione entro pochi mesi. Questa notizia è stata accompagnata da un analogo impegno da parte degli alleati Nato di Washington, e lo scorso 30 aprile sono iniziate le operazioni volte a effettuare il ritiro delle truppe a stelle e strisce e del resto delle forze della coalizione occidentale. Anche in occasione del recente viaggio di Biden in Europa – il primo viaggio all’estero del 46° presidente USA – i leader dell’alleanza hanno confermato il loro impegno a completare il ritiro nei tempi stabiliti, pur notando la necessità di promuovere la stabilizzazione del paese. È interessante notare che fu proprio a seguito degli attentati dell’11 settembre che la Nato invocò, per la prima volta nella sua storia, l’articolo 5 del trattato dell’Atlantico del Nord – la clausola di difesa collettiva.

Joe Biden annuncia la fine della “guerra infinita” in Afghanistan.

L’intervento militare in Afghanistan è stato un tassello fondamentale della “guerra al terrore” che ha definito la strategia di Washington in relazione al Medio Oriente a al Nord Africa a partire dagli attentati terroristici dell’11 settembre 2001. La decisione di Biden sembra dunque destinata ad avere ramificazioni importanti per tutta la regione, in particolare in relazione a conflitti cruciali per gli equilibri geopolitici del Mediterraneo, come la guerra civile siriana e la crisi in Libia. È quindi importante analizzare i fattori che hanno determinato questa svolta da parte dell’amministrazione Biden e cercare di capire le implicazioni di questa decisione in termini di sicurezza occidentale.

È proprio dall’Afghanistan, infatti, che gli attentati dell’11 settembre furono pianificati e diretti da al-Qaeda, l’organizzazione jihadista e terrorista allora guidata da Osama Bin Laden, con il sostegno del regime dei talebani. L’intervento militare in Afghanistan lanciato dell’amministrazione di George W. Bush nell’ottobre dello stesso anno aveva riscontrato un forte appoggio internazionale – contrariamente alla controversa guerra in Iraq lanciata sempre da Bush nel 2003. Tuttavia, l’intervento degli Stati Uniti e della Nato si è prolungato ben oltre le aspettative iniziali. La guerra in Afghanistan è diventata il conflitto più lungo combattuto dagli USA, ma i progressi del nuovo governo di Kabul in termini di stabilizzazione e governance sono stati molto lenti, difficili e precari, mentre i talebani sono riusciti costantemente a frustrare l’impegno militare alleato in favore del governo di Kabul e ad affermare un ruolo imprescindibile come interlocutore politico in relazione al futuro dell’Afghanistan. La difficoltà di gestire un intervento militare multinazionale ha inoltre creato tensioni tra Washington e i suoi alleati a riguardo della suddivisione degli oneri economici e militari della missione, mentre il prolungarsi del conflitto ha avuto importanti ramificazioni regionali, rendendo ad esempio molto più vitale e delicata la relazione tra gli Stati Uniti e il Pakistan, sul cui territorio i sia i talebani che i leader di al-Qaeda – incluso Bin Laden – sono riusciti costantemente a trovare rifugio.

Joe Biden incontra il Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg. Bruxelles, 14 giugno 2021. Fonte: Flickr.

La decisione di Biden è molto importante e avrà conseguenze significative sia per gli equilibri regionali che in relazione al ruolo e alle ambizioni degli Stati Uniti nel mondo, e ha naturalmente incontrato sia il sostegno che le critiche di molti esperti e commentatori. Robert Gates – che ha ricoperto il ruolo di segretario alla Difesa durante le amministrazioni di George W. Bush e Barack Obama – ha ricordato il fatto che l’intervento in Afghanistan aveva inizialmente riscontrato successi militari e politici, e che una delle ragioni fondamentali dell’impegno di Washington e dei suoi alleati nel paese sta nel rischio che l’Afghanistan collassi nuovamente in una spirale di guerra civile ed estremismo tale da creare di nuovo le condizioni per lo sviluppo di una base operativa stabile per organizzazioni jihadiste internazionali. Il noto commentatore Max Boot ha inoltre affermato che la decisione di Biden sia arrivata senza sufficiente pianificazione e in assenza di adeguate consultazioni con i vertici militari USA e gli alleati di Washington, e che, senza sostegno americano e occidentale, le forze che si oppongono ai talebani non saranno in condizione di salvaguardare i risultati ottenuti con estremi sacrifici in questi anni. A tal proposito sembra in effetti importante notare che già nelle ultime settimane si è assistito a un deterioramento della situazione sul campo, e che i talebani non hanno rinunciato alla violenza come strumento per espandere il controllo sul territorio afghano a discapito del governo di Kabul, e non sembrano aver del tutto cancellato i loro legami con al-Qaeda.

Soldati statunitensi in Afghanistan, dicembre 2009. Fonte: Wikimedia Commons.

D’altra parte, appare ormai chiaro che dopo due decenni di presenza militare americana e alleata non si sono visti i cambiamenti che si pensavano in termini di nation-building. Come nota Fareed Zakaria – un altro noto commentatore di questioni internazionali – le ambizioni dichiarate dai leader statunitensi e dai loro alleati in relazione all’Afghanistan hanno tradito un’eccessiva hubris, che ha portato a sottostimare la difficoltà di perseguire una campagna di contro-insurrezione contro un nemico capace di trovare rifugio anche al di là dei confini nazionali, o il rischio di corruzione nelle istituzioni afghane legato all’ingente influsso di capitali stranieri nel quadro dei vari progetti di ricostruzione. In tal senso si può inoltre notare che Bin Laden è stato ucciso (in Pakistan) in un raid delle forze speciali americane nel maggio 2011, riducendo drasticamente una delle principali giustificazioni per l’intervento militare americano – la necessità di perseguire un’efficace campagna di contro al Qaeda. All’epoca Biden era il vice di Obama, e questo risultato sembrava già aver chiuso un capitolo fondamentale della “guerra al terrore”. L’intenzione di porre fine all’intervento in Afghanistan era già stata manifestata proprio da Obama, che aveva annunciato nel 2014 la fine delle operazioni di combattimento nel paese, e da Donald Trump, che durante la campagna elettorale del 2016 aveva fortemente criticato l’intervento americano e le ambizioni di nation-building, e che nel 2020, anche a seguito di negoziati con i talebani, aveva promesso un ritiro entro maggio di quest’anno. Da questo punto di vista il ritiro a settembre rappresenta il realtà un prolungamento dell’impegno a stelle e strisce, anche se va notato che l’annuncio di Biden avviene all’inizio della presidenza, e segnala dunque una determinazione più netta a perseguire una politica di disimpegno. Considerando inoltre gli enormi costi umani ed economici della guerra in Afghanistan, non c’è da stupirsi se il ritiro è appoggiato da una netta maggioranza dell’opinione pubblica USA. Durante la sua lunga carriera politica, Joe Biden ha spesso espresso scetticismo in relazione all’interventismo militare statunitense, e come già notato tra le righe di questo blog, durante gli anni in cui era stato vice-presidente, Biden aveva già promosso una strategia per l’Afghanistan concentrata sulla lotta al terrorismo attraverso il ricorso a droni e forze specali, in modo da minimizzare la presenza militare di Washington.

Questa breve panoramica rende chiaro il fatto che molti dei dilemmi affrontati dagli Stati Uniti e dai loro alleati in Afghanistan rivestono un’importanza determinante anche in relazione alle crisi e ai conflitti che infiammano al momento il Mediterraneo. Anche in questi contesti si riscontrano infatti un collasso delle istituzioni statali, guerre civili inasprite dal coinvolgimento di potenze straniere e foreign fighters, crisi umanitarie estremamente gravi, e in generale un terreno fertile per il proliferare di gruppi terroristi di matrice jihadista che possono arrivare a colpire direttamente anche l’Occidente. Dalla Libia alla Siria, l’impulso in favore di un intervento militare in nome dei valori liberali o della necessità di prevenire il proliferare del terrorismo si trova ugualmente bilanciato dal rischio di ritrovarsi a dover gestire pantani controproducenti e con enormi costi umani ed economici, e di veder complicare o deteriorare le relazioni con importanti potenze internazionali, come la Russia, la Turchia, o l’Iran. Il disimpegno dall’Afghanistan può inoltre essere letto come un segnale importante a riguardo della strategia globale degli Stati Uniti, che negli ultimi tempi sono sembrati determinati a ridurre la presenza militare globale e riluttanti a intraprendere nuovi interventi.

Come abbiamo osservato in queste righe, sia l’approccio “interventista” che quello “realista” presentano dei pregi e dei limiti significativi, e anche questa è una lezione importante che l’intervento in Afghanistan può dare agli statisti attualmente impegnati a valutare le opzioni relative alle crisi del Mediterraneo. Se c’è tuttavia un aspetto fondamentale della guerra in Afghanistan che è stato sottovalutato, si tratta forse proprio dell’importanza di comprendere che qualsiasi strategia ha i suoi pro e i suoi contro. Sia l’intervento che il non-intervento devono avvenire ad esempio nella consapevolezza della necessità di conoscere le numerose sfaccettature geopolitiche relative alle dimensioni interne e internazionali di una crisi. Tanto l’Afghanistan quanto la Siria o la Libia sono infatti aree caratterizzate da terreni ostici, mosaici sociali, etnici o religiosi, confini porosi e forti connessioni transnazionali con i paesi vicini. Allo stesso modo, ognuno di questi conflitti ha costretto – e continua a costringere – i leader politici e l’opinione pubblica ad affrontare dei difficili e controversi dilemmi morali, come valutare se cercare di dare una risposta alle crisi umanitarie al prezzo di perdere soldati o restare impantanati in “guerre infinite”, oppure decidere se negoziare o meno con attori locali o potenze internazionali che abbracciano ideologie estremiste o calpestano sistematicamente i diritti umani.

Il rappresentante statunitense Zalmay Khalizad (a sinistra) e il rappresentante talebano Abdul Ghani Baradar (a destra) firmano un accordo sul futuro dell’Afghanistan. Doha, Qatar, febbraio 2020. Fonte: Wikimedia Commons.

La guerra in Afghanistan è divenuta il conflitto più lungo combattuto dagli Stati Uniti in parte proprio per la riluttanza a prendere coscienza di tutte queste difficoltà, e a causa della vana speranza che la potenza militare potesse di per sè sopperire alla necessità di valutare apertamente e lucidamente dei difficili dilemmi politici. La scelta di Biden, per quanto difficile, mostra una volontà di dare una risposta chiara a un problema che si è trascinato a lungo per inerzia e con costi enormi, ma dobbiamo essere consapevoli che l’attuale disimpegno – così come la precedente politica di intervento militare – non porterà magicamente a una soluzione, e cercare semplicemente di dimenticare l’Afghanistan potrebbe avere conseguenze tragiche comparabili a quelle dell’accanimento degli anni precedenti – non solo per le popolazioni locali, ma anche per gli Stati Uniti e i loro alleati. Sono forse queste le difficili e spiacevoli lezioni che chi si interessa di sicurezza mediterranea non deve dimenticare quando si parla di Libia, Siria o di altre aree dilaniate da conflitti.

Diego Pagliarulo