La vicenda di Santa Sofia e la complicata relazione fra Turchia e Grecia

La trasformazione in moschea della basilica di Hagia Sophia – Santa Sofia – di Istanbul, lo scorso luglio, per iniziativa del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, è un avvenimento dalla portata politica e simbolica di elevato spessore. L’edificio era nato come chiesa cristiana ed era stato a lungo la sede del Patriarcato ortodosso di Costantinopoli, in epoca ottomana era stato convertito in moschea, e a partire dagli anni Trenta del Novecento era diventato un museo. La controversa scelta di Erdoğan ha sollevato vive reazioni in tutto il mondo, a partire dalla Grecia, un paese a maggioranza cristiano ortodosso.

Santa Sofia, Istanbul.

Molti osservatori greci hanno tuttavia fatto notare come la reazione del governo – attualmente guidato dal partito di centro-destra Nuova democrazia – sia stata piuttosto blanda, e non non sia andata oltre ad alcune proteste verbali. Anche i rappresentanti della politica estera dell’Unione europea si sono limitati a esprimere il rammarico per la decisione turca, senza tuttavia prendere qualche decisione politica di rilievo nei confronti dell’iniziativa di Ankara. Questa situazione ha creato forte rammarico e risentimento fra i greci. Oltre a essere profondamente colpita a livello emotivo dalla conversione di Hagia Sophia in moschea, la Grecia è costantemente sotto pressione anche a causa di una politica estera turca sempre più assertiva, e in molti casi aggressiva.

L’iniziativa di Ankara invia molteplici messaggi, non soltanto alla Grecia e al mondo cristiano-ortodosso, ma più in generale alla comunità internazionale, sia al mondo islamico che a quello cristiano. Il primo messaggio che Erdoğan ha inviato è rivolto alla comunità internazionale occidentale e cristiana, ma anche al mondo arabo e musulmano, e segnala la sua determinazione a imporre e ampliare l’identità islamica della Turchia di fronte a qualsiasi tipo di simbolo storico, e in particolare a quelli appartenenti al mondo cristiano. Non bisogna dimenticare, infatti, che la basilica di Santa Sofia non rappresenta solo un simbolo della civiltà ellenica, quanto piuttosto un simbolo bizantino, ovvero della civiltà occidentale ed europea. È interessante osservare anche un’ulteriore conseguenza politica molto importante della decisione del presidente turco: il discredito dell’idea che la Turchia, possa rappresentare un “ponte” fra il mondo islamico e le sue tradizioni e quel tipo di modernità socio-politica associato all’Occidente.

Il secondo messaggio internazionale che Erdoğan ha inviato è diretto al mondo islamico sunnita. Il presidente turco si è presentato ai i fedeli musulmani come un esempio di leadership forte e decisa, affiancando ai grandi luoghi di culto che simboleggiano l’islam sunnita – come la Mecca e Medina in Arabia Saudita e la moschea di al-Azhar in Egitto – il suo, quello di Santa Sofia. L’immagine di leader forte e decisionista che il presidente turco a confezionato con la mossa di Hagia Sophia mira a influenzare anche il panorama politico interno durante una difficile congiuntura economica e politica. Nell’era Erdoğan, la riscoperta dell’eredità ottomana e il ritorno della Turchia alla sua identità islamica sembrano essere diventati una realtà sempre meno reversibile. D’altro canto – con l’eccezione del Pkk (il partito filocurdo) e di una serie di intellettuali – la stragrande maggioranza del mondo politico turco, compresi quei partiti di opposizione rispetto a Erdoğan, ha in qualche modo sostenuto l’iniziativa – riconoscendo di conseguenza il suo ruolo di leader e rafforzandone la posizione proprio mentre la crisi economica che sta attraversando la Turchia tende a metterlo in discussione. A tal proposito vale la pena di citare l’affermazione dello scrittore premio Nobel Orhan Pamuk, secondo cui “Aver convertito Santa Sofia in moschea è stato come affermare davanti a tutto il mondo che purtroppo non siamo più uno Stato laico”.

Lo stretto del Bosforo.

La mossa di Erdoğan contiene anche un messaggio diretto per la Grecia e per il governo guidato da Kyriakos Mitsotakis, un messaggio “geograficamente” orientato – per così dire – verso l’Egeo e la Tracia. In Grecia, alcuni analisti si sono chiesti perché, proprio in questo momento, Santa Sofia sia diventata una moschea, dal momento che si potrebbe sostenere che il processo di islamizzazione dello Stato turco è cominciato diciotto anni fa con l’elezione di Erdoğan – il “Sultano”. Una risposta provocatoria ma per molti versi valida è che oggi le condizioni interne in Grecia sono più permissive nei confronti di un tale colpo di mano da parte del governo di Ankara. Fin dal ritorno al governo di Nuova democrazia, più di un anno fa, Mitsotakis segue infatti la stessa politica estera verso la Turchia, caratterizzata da una certa debolezza e arrendevolezza rispetto agli interessi nazionali greci. Erdoğan sembra dunque aver percepito la possibilità di attuare i suoi piani geostrategici nel mare Egeo e nell’area del Mediterraneo orientale. È cronaca recente la violazione della piattaforma continentale greca da parte di navi turche, con il pretesto che fosse stato il mare a spingerle oltre i limiti. In aggiunta a questo episodio si possono ricordare le remissive dichiarazioni del ministro degli Esteri ellenico Nikos Dendias, secondo cui “Noi non provocheremo tensioni per poche decine di metri di terra”, in reazione a un’incursione delle guardie turche di confine in territorio greco, nella zona nord-orientale del fiume Evros. Sono infine recenti le immagini della visita ufficiale di Mitsotakis negli Stati Uniti, decisa, sulla carta, per patrocinare gli interessi greci. Il Primo ministro greco ha assistito in silenzio alle dichiarazioni di elogio del presidente Trump per le iniziative di Erdoğan – definito dal presidente USA come un suo “amico” – nel Mediterrano orientale, inziative che calpestano direttamente e indirettamente gli interessi greci. Infine, l’estrema debolezza greca in politica estera è emersa anche in occasione dei recenti incontri di alto livello per tentare di dirimere la questione libica, occasioni in cui la presenza della Grecia è stata esplicitamente messa in discussione. Il governo di Atene si è così ritrovato escluso da alcuni vertici importanti sulla questione, come ad esempio quello di Berlino dello scorso gennaio. È stato facile osservare, a questo punto, da parte di alcuni commentatori greci, il fatto che Mitsotakis e il suo partito, quando si trovavano all’opposizione, avessero anteposto i loro interessi di partito all’interesse nazionale, rifiutando di sostenere un accordo storico come quello di Prespa del giugno 2018 con la Repubblica della Macedonia del Nord. L’accordo ha rappresentato forse il maggior successo diplomatico di Atene negli ultimi anni, e ha incrementato notevolmente la posizione geopolitica di Atene nei Balcani, mettendo allo stesso tempo in difficoltà Ankara. Molti dei commentatori critici dell’operato del governo Mitsotakis non si sono mostrati sorpresi, dunque, dell’attuale sostanziale disinteresse nei confronti delle aggressive iniziative turche.

Alla luce di questi ragionamenti si può affermare che, se da un lato il precedente governo greco – guidato da Syriza e Alexis Tsipras – ha rappresentato un avversario difficile per la Turchia (come fra l’altro ha avuto modo di ammettere pubblicamente anche lo stesso Erdoğan), dall’altro lato l’attuale governo si è spesso mostrato arrendevole e disinteressato, e rappresenta forse per il presidente turco la miglior occasione per passare ad una politica estera decisamente aggressiva. Tsipras è stato l’unico primo ministro greco a prendere l’iniziativa, ricca di significati simbolici, di visitare contemporaneamente, durante la sua visita ufficiale in Turchia, la chiesa di Santa Sofia e la Scuola teologica di Halki, ubicata sulla seconda maggiore isola dei Principi nel Mare di Marmara.

Recentissima, infine, è la notizia della decisione turca di trasformare in moschea anche un’altra chiesa bizantina di Istanbul, la chiesa di San Salvatore in Chora. La politica di Erdoğan ancora una volta si muove pericolosamente tra difficoltà interne di carattere economico e politico e “diversioni” esterne a vocazione espansionistica e con forti richami confessionali. Questa politica cerca di raccogliere il maggior numero di risultati possibili ma, sempre più spesso, complica e rende di difficile soluzione sia i problemi interni della Turchia sia le tensioni internazionali nell’area mediterranea e mediorientale. Alla tradizionale debolezza nella risposta delle autorità politiche europee si somma anche la debolezza di Atene, lasciando campo aperto all’avventurismo dell’attuale leader turco.

Rigas Raftopoulos