Gli attentati terroristici in Israele: le possibili cause e le gravi conseguenze

A partire dallo scorso marzo si è assistito a sempre più frequenti attentati terroristici in Israele. Questa nuova ondata di violenza sta generando forte insicurezza non solo tra la popolazione israeliana, ma soprattutto tra i palestinesi, che spesso subiscono gli effetti collaterali delle operazioni di controterrorismo condotte in Cisgiordania dall’esercito israeliano ( Israel Defence Forces, Idf).

Le conseguenze di un recente attentato a Tel Aviv. Fonte: Wikimedia Commons.

Allo stato attuale, due dei sei attentati terroristici – quelli avvenuti a Hadera e Be’er Sheva – sono stati attribuiti allo Stato islamico (Isis). Negli altri casi invece, non è stato possibile definire l’affiliazione dei terroristi a precise organizzazioni internazionali o “locali”, come ad esempio Ḥamas o il Movimento per il Jihad islamico in Palestina, che hanno esclusivamente plaudito agli attacchi. La modalità degli attentati e la mancata rivendicazione dei quattro più recenti suggeriscono che tali operazioni siano state condotte da “lupi solitari”.

Può essere utile provare ad individuare le ragioni che hanno determinato l’escalation di attacchi e quali siano gli effetti sortiti dalla minaccia terroristica sulla popolazione israeliana e palestinese. Come è noto, il terrorismo di matrice jihadista rappresenta una delle minacce alla sicurezza nazionale israeliana fin dagli anni Novanta. All’indomani dello scoppio della prima Intifada (1987) infatti divennero sempre più attive sul territorio palestinese le organizzazioni paramilitari di Hamas e del Jihad islamico, supportate da diversi gruppi islamisti fautori della resistenza armata palestinese, come la Fratellanza musulmana, al-Qaeda, Jamaat-e-Islami ed Hezbollah. Fu tuttavia a partire dagli anni Duemila, durante la seconda Intifada, che gli attentati terroristici si intensificarono e Hamas, al-Fataḥ ed Hezbollah iniziarono a ricorrere agli attentati suicidi e all’utilizzo di razzi e missili rudimentali (Qassam e Katjuša), per attaccare obiettivi civili e militari israeliani. L’evidente asimmetria del conflitto rese perciò necessaria una revisione del concetto di sicurezza nazionale, delle strategie e delle politiche di difesa dello stato ebraico. Questo quadro è stato tuttavia ulteriormente complicato dall’emergere di fenomeni di terrorismo ispirati e favoriti da organizzazioni come al-Qaeda o Isis, ma attuati in maniera decentralizzata e relativamente autonoma (una pratica che è stata anche definita “terrorismo fai da te”). Possiamo affermare infatti che questo fenomeno rappresenta una minaccia molto recente anche nella storia di Israele: una serie di attacchi molto simili a quelli odierni, conosciuta come “Intifada dei coltelli”, si verificò, infatti, tra il 2015 e il 2016. In quell’occasione persero la vita 30 israeliani e 200 palestinesi – quest’ultimi a seguito delle operazioni di controterrorismo delle Idf. Tuttavia, rispetto all’ondata del 2015-2016, i recenti attentati si concentrano esclusivamente all’interno del territorio dello Stato ebraico (confini pre-1967) – soprattutto nel distretto di Tel Aviv. Tutto ciò fa presupporre che i terroristi abbiano voluto colpire il cuore pulsante dell’economia israeliana e la principale sede delle rappresentanze diplomatiche.

Distruzione di alcuni edifici a Gaza a seguito di un attacco aereo israeliano, 2015. Fonte: Middle East Eye.

La concentrazione degli attacchi nel cuore dello Stato ebraico apre a una delle possibili cause del fenomeno, ovvero la volontà degli apparenti “lupi solitari” di rendere giustizia alla causa palestinese autonomamente in risposta a quella che ai loro occhi è l’inoperatività dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), sempre più divisa, corrotta e incapace di garantire stabilità economica, sicurezza e libertà alla popolazione. In effetti, un sondaggio condotto nel 2021 dal Palestinian Center for Policy and Survey Research dimostra il brusco calo di consensi verso Mahmoud Abbas, il leader dell’Anp e di al-Fatah. Secondo il sondaggio, la crisi di legittimità è diventata più profonda soprattutto a seguito della morte dell’attivista palestinese Nizar Banat, percosso dalle forze di polizia dell’Anp lo scorso anno, e dell’incontro più recente tra Abbas e il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz. Tra le conseguenze della crescente delegittimazione di al-Fatah all’interno dell’Anp si può notare un aumento dei consensi in favore di Hamas, un movimento politico dai caratteri più estremisti, considerato sempre di più come l’unica organizzazione in grado di portare avanti la causa palestinese, ostacolare realmente il processo di colonizzazione israeliano e mettere in discussione la sicurezza dello Stato ebraico.

Oltre all’assenza di risposte concrete da parte dell’Anp, è importante volgere l’attenzione a una delle iniziative più significative per la politica israeliana in Medio Oriente, ovvero il Summit del Negev dello scorso 28 marzo, tenuto pochi giorni dopo il primo attentato a Be’er Sheva, che ha alimentato sentimenti di frustrazione e ingiustizia tra i palestinesi. Nell’incontro a Sde Boker – da cui fra l’altro l’Anp è stata esclusa – i ministri degli Affari esteri di Israele, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Marocco, Bahrain e il segretario di Stato USA Antony Blinken hanno rinnovato l’intesa e la cooperazione in campo economico, energetico e della sicurezza, lasciando ai margini la discussione sulla risoluzione della questione palestinese. L’evento è stato interpretato dall’Anp come una ulteriore dimostrazione del mancato interesse verso la causa da parte dei paesi della regione, preoccupati principalmente di contrastare la minaccia iraniana e le attività eversive e terroristiche di gruppi e milizie operanti in Medio Oriente legati al regimeTeheran. Pertanto, l’esclusione dell’Autorità palestinese dall’evento, la conseguente denuncia di Hamas e le violenze perpetrate dai coloni israeliani contro i civili palestinesi nel mese sacro di Ramadan, hanno contribuito all’escalation degli attentati.

Immagine del Summit del Negev. Da sinistra, i ministri degli Affari esteri Abdullatif al-Zayani (Bahrain), Sameh Shoukry (Egitto), Yair Lapid (Israele), Anthony Blinken (segretario di Stato degli USA), Nasser Bourita (Marocco) e Abdullah bin Zayed Al Nahyan (Emirati Arabi Uniti), 2022. Fonte: GCC Eyes.

Inoltre, è anche interessante fare un cenno alla crisi russo-ucraina e alla posizione israeliana a tale riguardo. Infatti, se in una fase iniziale lo Stato ebraico ha cercato di ritagliarsi un ruolo di mediatore tra Kiev e Mosca, successivamente le dichiarazioni a carattere antisemita del ministro degli Affari esteri russo, Sergei Lavrov, hanno spinto Israele a schierarsi maggiormente in favore di Kiev, condizione che attualmente può mettere in crisi la sicurezza nazionale di Tel Aviv. Infatti, le relazioni con la Russia sono utili allo Stato ebraico al fine di poter operare all’interno dello spazio aereo di Damasco (controllato da Mosca) e colpire le infrastrutture dei gruppi proxy iraniani attivi in Siria. Inoltre, sappiamo che la Russia mantiene delle buone relazioni anche con Hamas: di recente, infatti, proprio una delegazione del movimento si è recata a Mosca per discutere della condizione di insicurezza e ingiustizia in cui versa la popolazione palestinese. Pertanto, gli attentati potrebbero anche essere un modo per dimostrare a Tel Aviv l’importanza di mantenere delle buone relazioni con Mosca, affinché stabilità, sicurezza nazionale e interessi strategici possano essere perseguiti.

Difatti, tra le conseguenze dei recenti attentati è importante menzionare la progressiva erosione del consenso nei confronti del primo ministro israeliano, Naftali Bennet, derivante dall’insoddisfazione per la mancata prevenzione degli attentati, la diffusa percezione di insicurezza e la presenza del partito Ra’am, rappresentante della minoranza palestinese in Israele, all’interno della coalizione politica di governo. Infine, è necessario sottolineare che gli attacchi terroristici hanno un impatto molto forte anche sulla sicurezza della popolazione in Cisgiordania: la conduzione di operazioni di ricognizione e controterrorismo delle Idf sta infatti avendo come effetto collaterale la sempre più sistematica violazione dei diritti umani per i palestinesi, spesso accusati sommariamente di affiliazione a organizzazioni terroristiche o di attività eversive, condannati alla detenzione amministrativa senza regolare processo e costretti ad assistere alla demolizione di interi quartieri e in alcuni casi all’uccisione di civili. Tra le ultime vittime di questa escalation, si può ricordare Shireen Abu Akleh, nota giornalista palestinese di Al Jazeera.

Maria Grazia Stefanelli