L’Algeria si trova oggi al centro di dinamiche migratorie complesse e in continua evoluzione. Negli ultimi anni il Paese si è confermato un nodo dei flussi migratori nel continente africano, svolgendo simultaneamente tre funzioni: area di transito per migranti subsahariani, destinazione secondaria per lavoratori irregolari e Paese di origine di una significativa emigrazione giovanile verso l’Europa. Questo sviluppo ha contribuito a ridefinire non solo gli equilibri demografici, ma anche le strutture sociali, economiche e culturali del Paese.
Sebbene gli immigrati rappresentino una quota ridotta della popolazione (circa lo 0,6%, pari a 259.000 persone, secondo UNDESA 2024), la loro presenza è altamente concentrata nel sud del Paese, in particolare a Tamanrasset, e in alcune aree urbane, configurando dinamiche territoriali fortemente asimmetriche. In queste località, la pressione sui servizi essenziali, le trasformazioni del mercato del lavoro informale e le interazioni quotidiane tra popolazioni locali e migranti contribuiscono a ridefinire gli equilibri sociali, generando al contempo forme di adattamento e tensioni latenti.

Nel contesto algerino si distinguono due principali categorie di migranti sotto il coordinamento dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (United Nations High Commissioner for Refugees, UNHCR). Da un lato, i rifugiati sahrawi nei campi di Tindouf, oggi stimati in circa 173.600 persone, in una condizione protratta da quasi cinquant’anni e gestiti attraverso il Sahrawi Refugee Response Plan, che rappresenta uno dei casi più longevi di rifugio prolungato a livello globale. Dall’altro, i rifugiati e richiedenti asilo urbani non sahrawi, circa 11.500-12.500 individui, prevalentemente siriani (dopo la caduta del regime di Assad nel dicembre 2024 un certo numero di rifugiati siriani ha iniziato a tornare volontariamente nel proprio Paese) e, in misura minore, subsahariani provenienti da Mali, Niger, Guinea e altri Paesi dell’Africa occidentale, la cui presenza si inserisce in contesti già segnati da fragilità economiche.
Al contempo, i flussi misti irregolari restano costanti e contribuiscono ad accentuare la dimensione securitaria della gestione migratoria. Nel 2024, le autorità algerine hanno dichiarato di aver rimpatriato circa 80.000 migranti irregolari, nell’ambito di quello che veniva definito come un «approccio legale, umanitario, operativo e di sviluppo». Nel 2025 l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (International Organization for Migration, IOM) ha affermato di aver assistito oltre 9.500 persone nel processo di rimpatrio volontario; nello stesso arco temporale, secondo stime di organizzazioni umanitarie come Alarme Phone Sahara, oltre 34.000 migranti subsahariani sono stati espulsi verso il Niger, spesso in condizioni estremamente critiche nelle aree desertiche di frontiera. In assenza di un sistema nazionale completo di asilo, tali pratiche si collocano in una zona grigia normativa che incide tanto sulla tutela dei diritti fondamentali quanto sulla percezione pubblica del fenomeno migratorio.
In questo quadro, i flussi migratori si intrecciano con le sfide strutturali del Paese – dalla disoccupazione giovanile alle disuguaglianze territoriali – amplificandone alcune criticità e, al contempo, contribuendo a trasformare pratiche sociali, reti economiche informali e modelli di convivenza nelle aree maggiormente esposte.

Dal punto di vista economico, gli effetti dei flussi migratori, seppur meno evidenti nei numeri aggregati, sono ambivalenti ma prevalentemente percepiti come problematici dalla popolazione locale. In un’economia fortemente dipendente dagli idrocarburi e caratterizzata da elevata disoccupazione giovanile (circa il 29,5% nel 2025), i migranti irregolari si inseriscono in settori informali come edilizia, agricoltura e lavoro domestico, colmando carenze di manodopera. Questa dinamica contribuisce a soddisfare la domanda di lavoro in attività poco attrattive per la popolazione locale e a mantenere bassi i costi di produzione in alcuni settori; per contro, alimenta la percezione di concorrenza nel mercato del lavoro e di pressione sui servizi pubblici, in particolare nelle regioni meridionali.
La presenza di lavoratori in condizioni irregolari favorisce inoltre una competizione al ribasso sui salari e rafforza l’espansione dell’economia sommersa, con effetti negativi sulla base fiscale dello Stato. In questo contesto si inserisce una forma di “discriminazione legale” che contribuisce indirettamente al rafforzamento del mercato nero: l’apparato normativo (legge 90-11 e legge 11-10) prevede infatti una rigida “preferenza nazionale”, limitando l’assunzione di stranieri ai soli casi in cui non sia disponibile personale locale qualificato. Tuttavia, settori chiave come l’edilizia e l’agricoltura dipendono in larga misura dal lavoro dei migranti. Nel sud del Paese, ad esempio, i raccoglitori di datteri (attività phoenicicole) sono quasi esclusivamente stranieri. Ciò si spiega anche con le trasformazioni del mercato del lavoro locale: i giovani algerini, sempre più scolarizzati e in possesso di titoli universitari, tendono ad abbandonare i mestieri manuali e fisicamente gravosi, lasciando un vuoto occupazionale che viene colmato dai migranti. Ne deriva un paradosso strutturale: la normativa limita i permessi di lavoro a soli due anni rinnovabili, generando una condizione di forte precarietà che spinge molti lavoratori verso l’economia informale, la quale a sua volta alimenta ulteriormente i flussi di immigrazione irregolare.
A livello territoriale, l’impatto è particolarmente visibile nelle aree di frontiera e nelle città del sud, dove i flussi migratori sostengono economie locali basate su commercio transfrontaliero, trasporti e servizi informali. Questi circuiti generano reddito e circolazione di beni, ma restano poco regolati e vulnerabili a shock politici o securitari. La gestione dei flussi comporta anche costi diretti e indiretti per lo Stato: operazioni di controllo delle frontiere, espulsioni, gestione umanitaria e coordinamento con organizzazioni internazionali. In assenza di un sistema strutturato, questi costi tendono a essere reattivi più che pianificati, con un impatto limitato ma costante sulle risorse pubbliche. Un elemento spesso trascurato riguarda le rimesse in uscita: anche se difficili da quantificare con precisione a causa dell’informalità, parte del reddito guadagnato dai migranti viene trasferito verso i Paesi di origine, rappresentando una fuoriuscita netta di capitale. Tuttavia, questo fenomeno è compensato in parte dalla spesa locale dei migranti stessi, che sostiene consumi di base e micro-attività economiche. Sul piano macroeconomico, l’impatto resta contenuto: la bassa incidenza della popolazione immigrata limita effetti strutturali significativi su crescita, occupazione complessiva o finanza pubblica. Più rilevante è invece l’effetto indiretto: i flussi migratori mettono in luce rigidità del mercato del lavoro, dipendenza dall’informalità e squilibri regionali, agendo come fattore che amplifica dinamiche economiche già esistenti piuttosto che trasformarle.
Sul piano sociale, l’impatto del fenomeno è più visibile e, per certi aspetti, più delicato rispetto a quello economico, perché incide direttamente sugli sviluppi di convivenza, percezione e coesione. Per esempio, la concentrazione di migranti in aree urbane e periferiche ha contribuito a tensioni locali: tra il 2024 e il 2025 si sono intensificati i controlli di polizia e i raid in quartieri abitati da migranti, con conseguente clima di precarietà e invisibilità sociale. Al contempo, è cresciuto il discorso pubblico ostile nei confronti dei migranti subsahariani, alimentato da media e social network. Diversi attori umanitari hanno denunciato un aumento della xenofobia e della retorica securitaria (così come si è visto anche nel caso tunisino), che associa impropriamente i migranti a minacce alla sicurezza o alla sanità pubblica. Anche i rifugiati urbani affrontano difficoltà strutturali di integrazione, legate a barriere amministrative, costi abitativi elevati e accesso limitato al lavoro formale. Particolarmente rilevante è il caso dei rifugiati sahrawi nei campi preposti, dove si è sviluppato nel tempo un sistema sociale relativamente autonomo. Questo modello, pur garantendo una certa stabilità interna, rimane separato dal resto della società algerina, contribuendo a una forma di “coesistenza senza integrazione”; tuttavia, la vita nei campi dipende in larga misura dagli aiuti umanitari, e i rifugiati spesso si sono trovati a dover affrontare carenze di cibo e acqua.

L’accesso ai servizi essenziali è parziale e diseguale. Nel settore educativo si registrano i progressi più significativi: i rifugiati urbani hanno accesso al sistema scolastico pubblico, mentre nei campi di Tindouf l’istruzione è garantita attraverso una combinazione di gestione locale sahrawi e supporto UNHCR, con tassi di iscrizione relativamente elevati. Nel settore sanitario, l’accesso alle cure primarie è generalmente garantito, ma restano significative barriere per l’assistenza specialistica. Più critico è l’ambito socio-economico: i rifugiati non hanno accesso al mercato del lavoro formale né ai sistemi di protezione sociale, e il tasso di inclusione in tali sistemi resta pari a zero secondo indicatori UNHCR. L’economia informale rappresenta quindi l’unica fonte di sostentamento per la maggioranza dei migranti e rifugiati, con conseguenti rischi di sfruttamento e precarietà.
Il quadro legislativo algerino in materia migratoria si è sviluppato in modo progressivo ma disomogeneo, riflettendo il passaggio del Paese da territorio di emigrazione a spazio attraversato da flussi migratori transnazionali. Nel periodo post-indipendenza, la regolazione della presenza straniera era affidata all’ordinanza del 1966, che definiva in termini essenzialmente amministrativi le condizioni di ingresso e soggiorno, attribuendo allo Stato ampi poteri discrezionali in materia di controllo ed espulsione. Tra gli anni Settanta e Novanta, in assenza di una riforma organica, la gestione migratoria rimase frammentata e fortemente orientata alla sicurezza interna, in un contesto in cui l’Algeria non era ancora un Paese di immigrazione strutturale. A partire dagli anni Novanta, la crisi politica e securitaria interna contribuì a rafforzare ulteriormente l’approccio di controllo, estendendo la logica di sorveglianza anche agli stranieri presenti sul territorio. Con l’aumento dei flussi transahariani nei primi anni Duemila, il tema migratorio ha acquisito maggiore rilevanza normativa, fino all’adozione della legge n. 08-11 del 25 giugno 2008, tuttora principale riferimento legislativo in materia di ingresso, soggiorno e circolazione degli stranieri. Tale legge ha consolidato un’impostazione prevalentemente securitaria, introducendo strumenti amministrativi e sanzionatori per contrastare l’immigrazione irregolare e rafforzando i poteri di espulsione. Negli anni successivi, il sistema è stato ulteriormente integrato da disposizioni di natura penale contro il traffico e la facilitazione dell’ingresso irregolare, mentre la gestione operativa dei flussi ha progressivamente assunto caratteri sempre più repressivi e territorialmente differenziati, in particolare nelle regioni meridionali.
Nel complesso, il sistema algerino di governance migratoria è quindi oggi caratterizzato da una forte impronta securitaria e dall’assenza di un quadro normativo completo in materia di asilo. Pur avendo ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 e il Protocollo del 1967 sui rifugiati, l’Algeria non ha mai adottato una legge organica sull’asilo né istituito un sistema nazionale per la determinazione dello status di rifugiato. Di conseguenza, la gestione delle domande di protezione internazionale è in larga parte affidata all’UNHCR, in particolare per i rifugiati urbani non sahrawi. Ne deriva una marcata discrepanza tra obblighi internazionali e capacità istituzionale interna, con una gestione della migrazione prevalentemente orientata al controllo delle frontiere e alle espulsioni piuttosto che all’integrazione.
Nel 2025 si sono registrati segnali di una possibile apertura politica. Il 26 aprile 2025, durante una visita nella wilaya di Béchar, il presidente Abdelmadjid Tebboune ha dichiarato per la prima volta la disponibilità del Paese a legalizzare la presenza dei lavoratori subsahariani senza documenti in un quadro organizzato e concertato con i Paesi vicini, soprattutto nei settori dell’edilizia e dell’agricoltura dove la manodopera locale è insufficiente. Si è trattato di un annuncio politico significativo, ma finora non tradotto in decreti attuativi né in campagne di regolarizzazione di massa. Nel gennaio 2026 è stato inoltre firmato un accordo con l’IOM per rafforzare i programmi di rimpatrio volontario e reintegrazione, confermando l’approccio algerino orientato prioritariamente alla gestione dei ritorni piuttosto che all’integrazione locale.
La politica migratoria algerina è, in ultima istanza, un’estensione della dottrina di difesa nazionale. Il trauma dell’attacco al sito energetico di Tigentourine nel 2013 ha cementato l’idea che la porosità delle frontiere meridionali non sia solo un problema migratorio, ma una minaccia esistenziale alla sicurezza energetica. Secondo la visione nazionale, i flussi irregolari sono percepiti come vettori di infiltrazione terroristica o come fonti di finanziamento (tramite il traffico di esseri umani) per le milizie nel Nord del Mali. L’ex colonia francese accetta così il ruolo di “zona cuscinetto” tra l’Africa subsahariana e l’Europa. Questa posizione geostrategica comporta un elevatissimo costo politico e militare. L’Algeria opera di fatto come “poliziotto di frontiera” per conto dell’Europa, pur rifiutando ufficialmente questa etichetta per preservare la propria autonomia diplomatica. Il rischio è una militarizzazione totale della questione migratoria, che finisce per ignorare le dinamiche di sviluppo sottostanti.
In tal senso, la cooperazione con l’Italia e l’UE si sviluppa su un piano di crescente interdipendenza nel Mediterraneo, caratterizzato da una combinazione di dialogo politico, cooperazione tecnica e gestione securitaria dei flussi. L’Algeria, pur mantenendo una posizione tradizionalmente prudente rispetto a forme di esternalizzazione formale delle politiche migratorie europee, differenziandosi dai casi tunisino e libico, è diventata, come detto, un attore centrale nei dispositivi di controllo delle rotte transahariane e mediterranee. A livello europeo, il quadro di riferimento è rappresentato dal nuovo Patto su migrazione e asilo e dal partenariato nel quadro della Politica europea di vicinato. La cooperazione con l’Algeria si sviluppa attraverso strumenti di assistenza tecnica e finanziaria come il Neighbourhood, Development and International Cooperation Instrument (NDICI), con particolare attenzione al rafforzamento della gestione delle frontiere, al contrasto delle reti di traffico di esseri umani e alla cooperazione con l’IOM per programmi di rimpatrio volontario e reintegrazione. Tuttavia, tale collaborazione rimane prevalentemente pragmatica e frammentata, senza la creazione di un quadro normativo condiviso per la gestione della mobilità regolare.

In parallelo, la cooperazione con l’Italia si è intensificata nell’ambito del partenariato strategico rafforzato, formalizzato attraverso numerosi accordi intergovernativi dal 2022 in poi. In ambito migratorio, il riferimento politico principale è oggi lo sviluppo del Piano Mattei per l’Africa, che include la gestione dei flussi migratori come asse strategico di cooperazione con i Paesi africani. L’Italia ha inoltre rafforzato la cooperazione operativa attraverso il coinvolgimento dell’IOM nei programmi di rimpatrio volontario assistito e nella gestione dei flussi lungo le rotte transahariane che attraversano il territorio algerino. Nel complesso, il rapporto tra Algeria, Unione Europea e Italia riflette una logica di cooperazione securitaria, orientata alla stabilizzazione delle rotte migratorie più che alla costruzione di un sistema integrato di governance della mobilità. Questo modello, pur rafforzando il coordinamento operativo, evidenzia ancora una limitata capacità di tradurre la cooperazione in strumenti strutturali di gestione condivisa dei flussi migratori e di promozione della migrazione regolare.
Per concludere, il caso algerino evidenzia una tensione strutturale tra esigenze economiche, pressioni sociali e approccio securitario. Da un lato, l’economia informale e le dinamiche demografiche generano una domanda implicita di manodopera migrante; dall’altro, la governance statale continua a privilegiare il controllo dei confini e la gestione emergenziale dei flussi. Le espulsioni di massa e l’assenza di un sistema nazionale di asilo producono costi umanitari significativi e alimentano tensioni diplomatiche regionali. Allo stesso tempo, la mancanza di percorsi strutturati di integrazione contribuisce alla vulnerabilità dei migranti e alla crescita di fenomeni di esclusione sociale. La sfida futura per l’Algeria consiste nel superare un approccio prevalentemente reattivo per sviluppare una strategia migratoria di lungo periodo, basata su regolarizzazione selettiva, rafforzamento istituzionale, cooperazione regionale e investimenti nelle regioni meridionali. Solo un cambio di paradigma in questa direzione potrà ridurre le tensioni e trasformare la gestione dei flussi migratori da fattore di pressione a elemento potenzialmente integrativo per la stabilità del Paese.
Mario Savina
