Il Golfo Persico nel fuoco incrociato: guerra, vulnerabilità strategica e crisi dell’ordine regionale

Un conflitto multilivello che travolge il Medio Oriente

A quasi un mese dall’inizio del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, il Golfo Persico e l’intera regione mediorientale sono già stravolti e fratturati sul piano politico, energetico e securitario. L’Iran ha minacciato e colpito più volte le infrastrutture militari e civili in Emirati Arabi Uniti (EAU), Arabia Saudita, Qatar, Kuwait e Oman; il traffico nello Stretto di Hormuz è stato gravemente compromesso, mentre la portata geografica degli attacchi rischia di ampliarsi ulteriormente, come dimostrato dai target colpiti a Cipro, Azerbaigian e in pieno Oceano Indiano. Parallelamente, il prezzo del petrolio è risalito sopra i 110 dollari al barile, generando effetti globali significativi e difficilmente quantificabili nel medio-lungo periodo.

Il 21 marzo, Donald Trump ha dato all’Iran un ultimatum di 48 ore per riaprire lo Stretto di Hormuz, minacciando di distruggere le centrali elettriche del Paese asiatico in caso di rifiuto. Da parte sua, Teheran ha risposto che qualsiasi attacco alle sue infrastrutture scatenerebbe rappresaglie contro gli impianti energetici di tutta la regione, arrivando a bloccare in maniera permanente la libera navigazione globale da e per Hormuz. Poi, il 23, l’ennesima inaspettata evoluzione: l’annuncio della sospensione tattica per cinque giorni di qualsiasi offensiva sugli impianti iraniani, a seguito di colloqui definiti fruttuosi dal presidente statunitense ma negati con fermezza dalla Repubblica islamica.

La portaerei USS John C. Stennis (CVN 74) attraversa lo Stretto di Hormuz nel gennaio 2019. Fonte: Picryl.com

I Paesi arabi del Golfo tra crisi sistemica e dilemmi strategici

Per i Paesi arabi del Golfo Persico, questa guerra non rappresenta soltanto una minaccia militare esterna, ma una crisi sistemica che colpisce il cuore del loro modello di potenza. Non a caso, le monarchie del Consiglio di cooperazione del Golfo (Gulf Cooperation Council, GCC) hanno costruito la propria stabilità interna, la proiezione internazionale e la capacità di influenza regionale su tre pilastri: sicurezza garantita da partner esterni, rendita energetica e reputazione di spazi affidabili per commercio, finanza e investimenti. La guerra con l’Iran, però, erode tutti e tre questi elementi.

Ciò che rende la crisi particolarmente destabilizzante è il fatto che il Golfo Persico non sia più soltanto uno spazio di retrovia strategica, ma sia diventato esso stesso un teatro diretto di competizione e conflitto. Le infrastrutture energetiche, logistiche e finanziarie – cuore del modello economico regionale – si trasformano in bersagli, rendendo strutturale quella vulnerabilità che in passato era episodica. Se lo Stretto di Hormuz diventa insicuro per un periodo prolungato, se gli impianti petroliferi e del gas vengono sistematicamente colpiti e se il rischio geopolitico aumenta in modo permanente, il Golfo Persico continuerà sì a produrre ricchezza, ma in misura ridotta e in un contesto di vulnerabilità molto più elevato, con costi politici, assicurativi, militari e finanziari crescenti.

È proprio questa crescente esposizione alla vulnerabilità sistemica che si riflette nelle scelte strategiche degli attori regionali. La guerra, infatti, non ha prodotto una risposta uniforme tra le monarchie del Golfo, ma ha piuttosto accentuato un’ambiguità già radicata. Le monarchie del GCC tendono, infatti, a evitare un allineamento rigido, adottando un approccio di hedging che combina contenimento dell’Iran e mantenimento di canali aperti con Teheran. Questo doppio binario riflette un calcolo razionale: ridurre il rischio di escalation diretta senza compromettere completamente i rapporti con un attore percepito al tempo stesso come minaccia e interlocutore inevitabile. Tuttavia, la crescente regionalizzazione del conflitto – che intreccia simultaneamente più teatri e attori – restringe progressivamente gli spazi di manovra diplomatica, comprimendo questo equilibrio e spingendo, seppur in modo non dichiarato, verso un rafforzamento dell’allineamento con l’asse Washington-Tel Aviv, alimentato dalle preoccupazioni per la crescente assertività iraniana.

Un momento del Jeddah Security and Development Summit nel luglio del 2022, alla presenza dei leader dei Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo e di Egitto, Giordania, Iraq e Stati Uniti. Fonte: Picryl.com

Una pericolosa escalation: verso una ‘terza guerra del Golfo’?

Sul piano securitario, l’impatto della crisi sulle monarchie del Golfo appare diretto e di notevole intensità. L’attacco di un drone iraniano alla raffineria saudita di Samref, sul Mar Rosso (19 marzo), ha rappresentato un passaggio critico, spingendo Riyadh a dichiarare la propria disponibilità a intraprendere un’azione militare contro l’Iran. Parallelamente, il regno ha riattivato i canali strategici con il Pakistan, partner con cui ha firmato il 17 settembre 2025 lo Strategic Mutual Defence Agreement (SMDA), un’intesa che prevede cooperazione in materia di difesa anche in caso di crisi regionali e che rafforza implicitamente una dimensione di deterrenza estesa, includendo un riferimento non esplicito ma rilevante alla componente nucleare. Il quadro si è ulteriormente aggravato con la decisione israeliana di colpire South Pars (18 marzo), la porzione iraniana del più grande giacimento di gas naturale al mondo, situato nel Golfo Persico e condiviso con il Qatar. Si tratta di un’infrastruttura altamente strategica: circa l’80% dell’elettricità iraniana è generato dal gas e, secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (International Energy Agency, IEA), una quota significativa di tale produzione dipende proprio dal giacimento colpito. L’attacco ha, quindi, contribuito ad alzare sensibilmente la soglia del conflitto, ampliandone la portata sia sul piano energetico sia su quello militare, e segnando un salto qualitativo nella natura degli obiettivi presi di mira.

In questo contesto, l’escalation in atto implica un cambiamento sostanziale nella tradizionale postura del GCC. Le monarchie del Golfo non possono più limitarsi a una strategia di contenimento dell’Iran senza essere, almeno indirettamente, coinvolte nel conflitto. Più in profondità, la crisi sembra indicare una possibile transizione verso una ‘terza guerra del Golfo’: un conflitto a media intensità ma ad alta diffusione, caratterizzato da attacchi indiretti, guerra ibrida e targeting sistematico delle infrastrutture strategiche. In uno scenario di questo tipo, la distinzione tra sicurezza interna e sicurezza regionale tende progressivamente ad attenuarsi fino a perdere rilevanza, configurando una dinamica di logoramento prolungato e diffuso.

Infrastrutture onshore del sito di South Pars, nei pressi della città iraniana di Asaluyeh.
Fonte: Wikimedia Commons

Erosione dell’ombrello USA e nuovi attori emergenti: uno scenario fluido

All’interno di questo quadro emerge con particolare evidenza anche l’erosione del legame fiduciario tra Stati Uniti e monarchie del Golfo, un processo già avviato da oltre un decennio ma che la crisi attuale ha reso ormai esplicito. Nelle capitali della regione si è consolidata la percezione che Washington abbia operato una chiara gerarchizzazione delle proprie priorità strategiche, concentrando risorse militari e attenzione politica sulla protezione di Israele, mentre i partner del Golfo risultano relativamente più esposti proprio nel momento di massima vulnerabilità. Il fatto che infrastrutture energetiche critiche siano state colpite in un contesto di copertura difensiva statunitense percepita come selettiva rafforza l’idea che l’ombrello di sicurezza USA non sia più né automatico né simmetrico.

Allo stesso tempo, i Paesi del GCC esercitano crescenti pressioni su Washington affinché assuma un ruolo più incisivo nel contenimento della minaccia iraniana e nella protezione delle rotte energetiche, in particolare nello Stretto di Hormuz. Tuttavia, tale richiesta si accompagna a una persistente cautela: le monarchie del Golfo mirano a rafforzare la deterrenza senza essere trascinate in un confronto diretto con Teheran. Ne emerge una tensione strutturale tra bisogno di protezione e volontà di evitare l’escalation, che alimenta una condizione di vulnerabilità sempre più sistemica. Questa dinamica, peraltro, si inserisce in una traiettoria già visibile tra il 2019 e il 2021, quando attacchi con droni e missili provenienti dallo Yemen colpirono obiettivi civili e dual-use in Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, incrinando la percezione di una sicurezza automaticamente garantita dagli Stati Uniti. Oggi, però, tale fragilità appare non solo più evidente, ma anche strutturale, riflettendo i limiti di un sistema di sicurezza regionale sempre più selettivo, condizionato e politicamente differenziato.

Questa condizione si inserisce in una trasformazione più ampia dell’ordine regionale, segnata dal progressivo passaggio da un sistema a predominanza statunitense a un assetto più complesso e multipolare, nel quale la centralità di Washington persiste ma non si traduce più in un monopolio della funzione securitaria. Gli Stati Uniti restano un attore imprescindibile per la sicurezza del Golfo Persico, ma non più esclusivo né incontestato. Parallelamente, altri attori globali come Cina, Russia e India hanno progressivamente ampliato la propria presenza economica, tecnologica e diplomatica nella regione e potrebbero trarre ulteriore vantaggio dal quadro post-bellico, pur senza assumere un ruolo pienamente securitario. Ne deriva la configurazione di un sistema più fluido ma anche più incerto, in cui le garanzie di sicurezza risultano frammentate, meno prevedibili e sempre più condizionate da logiche selettive e contingenti. In questo contesto, l’effetto strategico è particolarmente rilevante: aumenta la dipendenza dei Paesi arabi del Golfo dalla deterrenza statunitense proprio mentre si erode la fiducia nella sua affidabilità e nella sua disponibilità a garantire protezione in modo uniforme. Questa apparente contraddizione costituisce oggi uno dei principali dilemmi strategici del GCC, in quanto le monarchie del Golfo si trovano esposte a un crescente disallineamento tra bisogni di sicurezza e strumenti effettivamente disponibili, dovendo al contempo gestire un ambiente regionale più instabile e un sistema internazionale meno gerarchico, in cui le alternative alla protezione statunitense restano parziali, indirette o ancora insufficientemente strutturate.

Il presidente statunitense Donald Trump nello Studio ovale alla Casa Bianca con il principe erede saudita Muhammad bin Salman. Fonte: jenikirbyhistoty.getarchive.net

I rischi per Arabia Saudita, EAU e Qatar. Una possibile svolta strutturale

Per il Qatar la crisi è particolarmente delicata, poiché colpisce il punto di intersezione tra sicurezza territoriale ed economia strategica. Dopo gli attacchi nell’area di South Pars/North Field e le minacce a Ras Laffan, QatarEnergy ha segnalato la sospensione della produzione di gas naturale liquefatto (LNG), con il rischio di lasciare offline circa un quinto dell’offerta globale. Secondo diverse stime, gli attacchi avrebbero bloccato circa il 17% della capacità di esportazione di LNG del Paese, con possibili ripercussioni sulle forniture verso mercati chiave come Europa e Asia. Il Qatar risulta quindi esposto non solo militarmente, ma strutturalmente, in quanto tutto ciò mina la base della sua autonomia politica e della sua proiezione internazionale.

Per Arabia Saudita ed EAU il quadro è diverso ma non meno preoccupante. Entrambi dispongono di maggiori capacità di resilienza, anche grazie a infrastrutture che consentono di aggirare lo Stretto di Hormuz, come la pipeline saudita East-West e l’Abu Dhabi Crude Oil Pipeline. La prima, nota anche come Petroline, si estende per oltre 1000 km dal giacimento petrolifero di Abqaiq, nella Provincia Orientale, attraverso la penisola arabica fino a Yanbu, sul Mar Rosso, mentre l’infrastruttura emiratina è un oleodotto che parte dal campo onshore di Habshan ad Abu Dhabi e arriva a Fujairah nel Golfo di Oman. Ciò non toglie che il danno procurato dall’azione iraniana sia qualitativamente rilevante: non si tratta soltanto di eventuali perdite materiali, bensì del rischio che la guerra faccia deragliare la narrativa della stabilità post-oil, della trasformazione economica e dell’attrattività globale. Se il Golfo Persico diventa una regione in cui raffinerie, terminali, data center, banche e hub logistici possono essere colpiti, le diverse strategie di trasformazione socioeconomica portate avanti dai governi locali subiscono un colpo reputazionale durissimo. Non è dunque un caso che Riyadh, Abu Dhabi e Doha stiano già riconsiderando l’impiego dei propri fondi sovrani per assorbire gli shock della guerra, né che Standard & Poor’s, in uno scenario di forte stress, ipotizzi un rischio teorico di deflussi fino a 307 miliardi di dollari dal sistema bancario del GCC. Anche se la resilienza finanziaria del Golfo Persico resta significativa, il punto essenziale è che una quota crescente di risorse dovrà essere usata in chiave difensiva e stabilizzatrice, non espansiva.

In conclusione, la crisi attuale non rappresenta soltanto un’escalation militare, ma una possibile svolta strutturale. Essa segna la trasformazione del Golfo Persico da spazio relativamente stabilizzato a epicentro di una competizione regionale diffusa, mette in discussione il modello di sicurezza delegata agli Stati Uniti e accelera la transizione verso un ordine regionale più frammentato e instabile, in cui deterrenza, interdipendenza economica e rivalità geopolitica coesistono in un equilibrio sempre più precario.

Giuseppe Dentice