Alla ricerca della coalizione perduta. Il labirinto politico israeliano.

Lo scorso 17 settembre i cittadini di Israele hanno votato per scegliere i loro rappresentanti parlamentari. Gli elettori si erano già recati alle urne lo scorso aprile, ma i risultati non avevano permesso la formazione di un nuovo governo, e avevano indotto il Primo ministro uscente –  Benjamin Netanyahu – a indire nuove elezioni. È la prima volta nella storia del paese che in Israele si vota due volte nello stesso anno. Tuttavia, anche questa seconda tornata elettorale non ha prodotto un risultato chiaro, e il sistema politico israeliano è rimasto in una condizione di impasse.

Contrariamente alle aspettative, rispetto alle elezioni di aprile l’affluenza è aumentata. Questo fenomeno è in buona parte attribuibile ad una maggiore partecipazione della popolazione araba – quasi un milione e novecentomila cittadini israeliani – e degli esponenti della comunità ebraica ultra-ortodossa. Il Likud – il partito di destra guidato da Netanyahu – ha ottenuto 32 seggi, uno in meno rispetto a Kahol Lavan (“Bianco e Blu”) – un’alleanza di formazioni centriste guidate da Benny Gantz, un ex capo dello Stato maggiore delle forze armate israeliane. È interessante notare che il Partito laburista, che aveva dominato la politica israeliana nei primi decenni successivi alla fondazione dello Stato ebraico, ha ottenuto solo sei seggi.


I risultati delle elezioni israeliane del 17 settembre 2019. Tra i seggi assegnati si possono notare: in azzurro: Kahol Lavan; in blu: Likud; in rosso: Partito laburista; in grigio: Yisrael Beiteinu; in giallo senape: Yamina.
Fonte: Wikimedia Commons.

I cittadini di Israele scelgono i loro 120 rappresentanti parlamentari con un sistema elettorale marcatamente proporzionale, e i negoziati post-elezioni sono una pratica consolidata nel sistema politico del paese, che ha tradizionalmente prodotto governi di coalizione sostenuti da maggioranze di centro-destra o di centro-sinistra. Nello scenario fortemente frammentato emerso dalle recenti elezioni, la prospettiva più gettonata sarebbe la formazione di una “grande coalizione” fra Likud e Kahol Lavan, possibilmente puntellata anche da alcuni dei partiti minori che sono riusciti ad entrare in parlamento, come Yisrael Beiteinu – un partito laico e nazionalista guidato da Avigdor Lieberman, che ha ottenuto 8 seggi  – o Yamina – un’alleanza di partiti nazionalisti religiosi guidati da Ayelet Shaked che ha ottenuto 7 seggi. Tuttavia la strada verso una “grande coalizione” appare piena di ostacoli.

Netanyahu è un politico scaltro e di lungo corso, il personaggio che ha dominato la politica israeliana per ormai una generazione. I risultati delle elezioni non sembrano tuttavia averlo messo in condizione di ottenere con facilità il quinto mandato come Primo ministro della sua carriera. Tutto ciò nonostante il forte sostegno di fatto ricevuto da parte dell’amministrazione Trump. Gli Stati Uniti – che già tradizionalmente garantiscono un significativo sostegno politico, economico e militare in favore di Israele – hanno infatti recentemente rotto con la prassi seguita dalla maggior parte della comunità internazionale e hanno riconosciuto la sovranità israeliana sulle alture del Golan – un territorio conquistato sottratto alla Siria nella Guerra dei sei giorni del 1967 e annesso nel 1981. Nel dicembre 2017 gli USA hanno anche riconosciuto Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele – andando ancora una volta contro la prassi internazionale. Trump ha inoltre adottato una politica mediorientale fortemente in linea con le preferenze manifestate da Netanyahu e dal Likud, ad esempio ritirando gli Stati Uniti dall’accordo volto ad assicurare lo sviluppo pacifico del programma nucleare iraniano del luglio 2015, e ripristinando un duro regime di sanzioni economiche nei confronti del regime di Teheran.

Il maggiore ostacolo per Netanyahu sembrano essere state le molteplici accuse di corruzione in cui è coinvolto. Benny Gantz ha infatti chiesto un suo passo indietro come condizione per il sostegno a una grande coalizione. Secondo il leader di Kahol Lavan, un governo di “unità nazionale” non deve diventare un “governo di immunità” per Netanyahu, e avere un Primo ministro non gravato da problemi legali personali è una condizione fondamentale per assicurare che il governo metta al centro gli interessi del popolo. 

Questa situazione di stallo politico coincide con una fase delicata per Israele. Lo scorso anno il governo guidato da Netanyahu ha approvato una controversa legge che descrive Israele come lo “Stato-Nazione degli Ebrei”, e potrebbe aprire le porte a pesanti forme di discriminazione nei confronti dei cittadini israeliani che non appartengono alla religione ebraica. Questo dato può aiutare a spiegare la maggiore affluenza degli arabi israeliani e il sostegno dei parlamentari che li rappresentano in favore della linea portata avanti da Gantz.

Il processo politico israeliano avrà inoltre conseguenze oltre i confini dello Stato ebraico, e in particolare sul destino dei Palestinesi che ancora attendono di veder venire alla luce il loro Stato – più di un milione e ottocentomila nella Striscia di Gaza e quasi due milioni ottocentomila in Cisgiordania. Durante la campagna elettorale Netanyahu ha annunciato l’intenzione di annettere a Israele parti del territorio su cui dovrebbe nascere il futuro Stato palestinese, come la Valle del Giordano e la parte nord del Mar Morto, e alcuni insediamenti israeliani in Cisgiordania.

Israele è la maggiore potenza militare della regione, nonché una delle economie più dinamiche del Mediterraneo, e figura tra prime cinque economie al mondo in termini di capacità di innovazione. Sia Netanyahu che Ganz hanno adottato in campagna elettorale un atteggiamento poco incline al negoziato o al compromesso per quanto riguarda i temi della sicurezza. Al momento Israele non è impegnato in operazioni militari su vasta scala, ma le forze armate israeliane restano molto attive, come dimostrato dai recenti interventi militari nella Striscia di Gaza e in Siria. L’attivismo israeliano nel contesto della guerra civile siriana mette in luce un’altra questione fondamentale: il conflitto latente fra lo Stato ebraico e l’Iran, che potrebbe degenerare con conseguenze molto pericolose e destabilizzanti a livello regionale. Queste elezioni hanno dunque anche un’importanza significativa per la geopolitica del Mediterraneo e del Medio Oriente in generale, anche se da questo punto di vista sembra ragionevole aspettarsi una certa continuità – nel bene e nel male. 

Diego Pagliarulo