Joe Biden e il dilemma dei rapporti fra Stati Uniti e Arabia Saudita

I rapporti fra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita sembrano sempre più caratterizzati da una dinamica da “montagne russe”, con picchi di collaborazione e rapide discese. Questo sviluppo appare piuttosto notevole, considerando che il partenariato tra Washington e Riad per decenni ha costituito un pilastro della strategia globale americana, e rimane tuttora un elemento importante negli equilibri geopolitici del Medio Oriente e del Mediterraneo – in particolare per quanto riguarda dossier estremamente delicati come la guerra civile siriana, la crisi politica ed economica libanese, l’Iraq o il futuro delle relazioni fra Israele e gli Stati arabi. Per avere un quadro più chiaro di ciò che sta accadendo ai rapporti fra Stati Uniti e Arabia Saudita è utile prendere in considerazione non solo gli sviluppi recenti, ma anche alcuni fattori di lungo periodo.

Negli ultimi quattro anni – durante la presidenza di Donald Trump – la politica USA si è mostrata molto incline a cooperare con l’Arabia Saudita, nonostante forti critiche espresse da Trump nei confronti dei paesi del Golfo persico durante la campagna elettorale del 2015-2016. Questa inaspettata sintonia è stata in buona parte favorita dalla determinazione del quarantacinquesimo presidente USA e dei suoi più fidati consiglieri di politica estera di contrastare aspramente l’Iran con una politica di “massima pressione”, dalla disponibilità saudita ad acquistare notevoli somme di armamenti statunitensi, e dal rapporto personale tra Jared Kushner – genero di Trump e stretto consigliere dell’ex presidente – e Mohammed Bin Salman (anche noto come MBS), il potente e ambizioso – ma molto controverso – principe che ha influito notevolmente sulla politica estera e di sicurezza di Riad. Un ulteriore elemento di rafforzamento del legame tra Washington e il regno saudita è stato rappresentato dalla convergenza di punti di vista tra l’amministrazione Trump, il governo di Riad e Israele, e in particolare il partito Likud e il suo leader Benjamin Netanyahu, molto vicini alla visione del mondo trumpiana e fortemente sostenuti dall’ex presidente americano.

Da destra a sinistra: Donald e Melania Trump insieme a Re Salman dell’Arabia Saudita e al presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, maggio 2017. Fonte: Wikimedia Commons.

La vittoria di Joe Biden nelle elezioni dello scorso novembre ha tuttavia cambiato in buona parte i fattori dell’equazione dei rapporti fra Washington e Riad. Nel 2019, durante la campagna per la nomination democratica, Biden aveva definito Arabia Saudita un “pariah”, e aveva promesso di interrompere il sostegno USA all’intervento militare in Yemen guidato dall’Arabia Saudita in collaborazione con altri paesi arabi del Golfo. La guerra in Yemen, volta a contrastare l’ascesa degli Houthi – una forza locale sostenuta dall’Iran – era stata lanciata nel 2015 e fortemente voluta proprio da MBS, ma si è rivelata un pantano militare e un gravissimo disastro umanitario. Sia in campagna elettorale che nei suoi primi discorsi di politica estera, Biden ha anche sottolineato volontà di rimettere il sostegno alla democrazia al centro delle priorità e dei valori promossi da Washington nel mondo, un proposito che stride con il carattere tradizionalmente non democratico del regno saudita e con le tendenze autoritarie di MBS. Giunto alla Casa Bianca, Biden ha effettivamente interrotto il sostegno americano all’intervento saudita in Yemen, e ha inoltre declassificato un rapporto dell’intelligence americana che mette in luce le responsabilità dirette di MBS nell’uccisione di Jamal Khashoggi, un giornalista saudita residente negli Stati Uniti che si era distinto per delle posizioni critiche nei confronti del regime di Riad, e che è stato barbaramente ucciso nell’ottobre 2018 mentre si trovava all’interno del consolato saudita di Istanbul. Biden ha inoltre dichiarato la sua intenzione di riportare gli Stati Uniti nel quadro dell’accordo sul nucleare iraniano firmato nel luglio 2015 dall’amministrazione di Barack Obama, ma fortemente osteggiato da Israele e Arabia Saudita, oltre che dalla maggior parte del Partito repubblicano USA. Trump aveva ritirato gli Stati Uniti dall’accordo nel 2018.

Joe Biden espone il suo punto di vista sull’Arabia Saudita durante un dibattito per la nomination democratica, novembre 2019.

Sebbene l’esame degli ultimi anni dia l’immagine di una relazione altalenante, adottando una prospettiva di più ampio respiro il rapporto tra Washington e Riad si presenta come un partenariato piuttosto stabile e di lungo corso, fondato su interessi strategici e geopolitici importanti. Le origini di questa relazione vengono spesso fatti risalire alla Seconda guerra mondiale e all’incontro tra il presidente americano Franklin Delano Roosevelt e il re Ibn Saud a bordo della USS Quincy nel febbraio 1945, ma in realtà l’interesse a stelle e strisce per il regno saudita si era già manifestato prima della guerra, per via del crescente coinvolgimento di compagnie petrolifere americane nello sviluppo dell’industria petrolifera saudita. Nel secondo dopoguerra, il petrolio del Golfo persico ha rappresentato una risorsa fondamentale per la prosperità degli alleati europei di Washington, e l’Arabia saudita – uno dei maggiori detentori di riserve di oro nero al mondo, nonché la monarchia araba del Golfo più grande in termini di popolazione ed estensione territoriale – si è rivelata come uno dei pilastri fondamentali della strategia di sicurezza globale americana. Questa stretta relazione è ben evidenziata dal nome della compagnia petrolifera nazionale saudita, la Saudi Aramco, che originariamente si chiamava semplicemente Aramco, o Arab-American Oil Company. La compagnia fu nazionalizzata nel corso degli anni Settanta, e nel 2019, al momento della quotazione in borsa di una piccola parte delle sue azioni, è risultata essere la compagnia più grande al mondo in termini di capitalizzazione.

L’incontro fra Franklin Delano Roosevelt e il re Ibn Saud a bordo della USS Quincy, nel febbraio 1945. Fonte: Wikimedia Commons.

I rapporti fra Washington e Riad hanno conosciuto molti momenti di crisi. A seguito della Guerra del Kippur del 1973 fra Israele e una coalizione di Stati arabi guidata dall’Egitto, il governo saudita dichiarò un embargo nei confronti dei paesi ritenuti sostenitori di Israele – e fra questi risultavano anche gli Stati Uniti. Questo evento innescò il primo shock petrolifero, causando serie difficoltà economiche per gli USA e molti altri paesi industrializzati. Un ulteriore colpo alle relazioni fra Washington e Riad fu dato dai drammatici attentati terroristici dell’11 settembre 2001. 15 dei 19 terroristi coinvolti negli attentati erano infatti di nazionalità saudita. Recentemente, le relazioni fra gli Stati Uniti e il regno saudita sono entrate in una nuova fase di turbolenza legata alle implicazioni della “rivoluzione” nel settore degli idrocarburi associata allo sviluppo di tecnologie in grado di facilitare l’estrazione di gas e petrolio da fonti non convenzionali, come gli scisti bituminosi – un’innovazione che ha portato al rilancio dell’industria petrolifera americana e ha consentito agli Stati Uniti di ridiventare dopo decenni uno dei maggiori produttori ed esportatori di idrocarburi al mondo. Questo sviluppo ha avuto forti conseguenze per il mercato petrolifero globale: l’aumento dell’offerta ha infatti creato una pressione al ribasso sull’andamento dei prezzi, con ripercussioni negative per i paesi dalle economie fortemente dipendenti dalle rendite petrolifere, come le monarchie del Golfo persico e in particolare l’Arabia Saudita. La pandemia di Covid-19 ha messo ulteriormente in crisi le economie dei paesi del Golfo. L’emergenza sanitaria globale ha creato un calo vertiginoso della domanda di idrocarburi, a causa della drastica riduzione delle attività economiche legata alle misure di lockdown e alla forte riduzione dei trasporti, in particolare il trasporto aereo. Nell’aprile 2020 i prezzi del petrolio negli Stati Uniti sono addirittura scesi a livelli negativi – in sostanza le unità di stoccaggio del petrolio erano così sature da indurre i produttori a pagare per far sì che qualcuno acquistasse il petrolio in eccesso. Il calo vertiginoso dei prezzi degli idrocarburi è stato tuttavia determinato anche da un eccesso di offerta, a causa della competizione fra paesi produttori, e in particolare fra Russia e Arabia Saudita. La crisi ha in qualche modo dimostrato la capacità di Riad di influenzare gli sviluppi del mercato del petrolio. L’Arabia Saudita è infatti meglio attrezzata di tanti altri paesi produttori per reggere all’urto economico della pandemia e conservare quote di mercato. Tuttavia l’impatto della crisi è stato decisamente duro anche per Riad: Saudi Aramco ha recentemente visto i suoi profitti crollare del 45%. Restano inoltre forti dubbi circa le conseguenze di lungo periodo della pandemia sul mercato energetico globale. Da questo punto di vista, per l’Arabia saudita e gli altri paesi del Golfo si prospetta il rischio che la crisi aumenti gli incentivi a passare a risorse energetiche alternative agli idrocarburi, che costituiscono un mercato piuttosto instabile e esposto a forti rischi geopolitici. Il petrolio potrebbe dunque costituire sempre meno un asset geopolitico in grado di assicurare ai paesi del Golfo potere e influenza a livello globale e regionale, e potrebbe mettere seriamente a rischio la loro stabilità interna.

Nonostante questi seri momenti di crisi, i rapporti fra Washington e Riad hanno costantemente dimostrato una forte solidità e una notevole capacità di adattamento e rinnovamento. Per fare un esempio, a seguito degli shock petroliferi degli anni Settanta, l’Arabia Saudita e i paesi arabi del Golfo iniziarono ad acquistare sempre più grandi quantità di armamenti dagli Stati Uniti, creando un meccanismo noto come “riciclo dei petrodollari” che permise a Washington di bilanciare gli squilibri di bilancia commerciale dovuti all’aumento dei prezzi del petrolio. Anche negli ultimi anni i rapporti commerciali fra Washington e Riad hanno conosciuto una fase di espansione. Nonostante la tensione creata dagli attentati dell’11 settembre, dal punto di vista economico, il 2001 rappresenta in realtà un momento di decollo negli scambi commerciali fra USA e Arabia Saudita.

Il presidente americano George W. Bush e l’allora principe (e futuro re) saudita Abdullah, aprile 2002. Fonte: Wikimedia Commons.

A ben vedere, anche in queste prime fasi della nuova presidenza USA, nonostante le importanti fonti di tensione fra Washington e Riad, si possono notare anche segnali di moderazione. L’amministrazione Biden ha interrotto il sostegno alla guerra in Yemen, ma non ha posto fine alla vendita armi a Riad, stabilendo che le vendite di armamenti destinati alla “difesa” del regno possono continuare. A seguito della pubblicazione rapporto sul brutale assassinio di Khashoggi, Biden ha decretato un regime di sanzioni nei confronti dei responsabili identificati dall‘intellingence americana, ma queste sanzioni non riguardano MBS, nonostante le prove della sua responsabilità messe in evidenza dal rapporto. Biden ha dimostrato interesse a ripristinare accordo con Iran, ma ha autorizzato un attacco aereo contro milizie filo-iraniane in Siria.

Joe Biden illustra il suo programma di politica estera durante la campagna per la nomination democratica, luglio 2019. Fonte: Flickr.

I rapporti fra Washington e Riad sono insomma densi e vischiosi, proprio come il petrolio, che rappresenta il principale collante di questa relazione fra la più grande potenza mondiale e uno dei più grandi produttori di idrocarburi del pianeta. Sono forse proprio questi due dati – lo status di superpotenza globale degli Stati Uniti e quello di produttore chiave nel mercato mondiale dell’energia dell’Arabia Saudita – a rendere questa relazione così stabile e duratura. Si può in effetti immaginare che anche in futuro, al di là di momenti di maggiore o minore sintonia o tensione, finché una delle due condizioni qui citate non cessi di sussistere, i leader di Washington e di Riad saranno destinati a dover trovare un modus vivendi.

Diego Pagliarulo