L’accordo del secolo? Uno sguardo al piano Trump per la pace in Medio Oriente

Lo scorso 28 gennaio, il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato una nuova iniziativa di pace relativa alla questione israelo-palestinese. Il piano, intitolato Peace to Prosperity (“dalla pace alla prosperità”) è stato curato da Jared Kushner – genero di Trump e consigliere chiave del presidente – e la presentazione è avvenuta in occasione di una visita alla Casa Bianca da parte del Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Questo piano, ha dichiarato Trump, “è fondamentalmente differente dalle proposte precedenti,” una “win-win opportunity” destinata, nelle parole di Trump, a creare pace e prosperità sia per gli israeliani che per i palestinesi.

Il presidente statunitense Donald Trump (a destra) e il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (a sinistra) in occasione della presentazione del piano di pace per il Medio Oriente, 28 gennaio 2020.
Fonte: Wikimedia Commons.

Peace to Prosperity, definito da Trump come “l’accordo del secolo”, è un documento piuttosto dettagliato, e per facilitare la comprensione della proposta avanzata da Washington sembra utile fare riferimento, oltre al testo della proposta, anche alla copertura mediatica che il piano ha ricevuto, alle reazioni internazionali da esso suscitate, e alla mappa elaborata dalla stessa amministrazione.

  • La proposta elaborata da Kushner si basa sul principio dei “due Stati”: Israele più uno Stato per i Palestinesi, che dovrà gradualmente sorgere nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania sulle basi dell’attuale Autorità nazionale palestinese (Anp). Da questo punto di vista, la soluzione proposta dall’amministrazione Trump è in linea con la visione mainstream relativa alla soluzione del conflitto. Il principio dei due Stati è stato infatti sancito dagli accordi di Oslo del 1993 e appoggiato dagli Stati Uniti, diventando il quadro di riferimento per i negoziati di pace in Medio Oriente.
  • Peace to Prosperity delinea piuttosto chiaramente i confini, offrendo, secondo i suoi autori, una “visione realistica della soluzione a due Stati” che permetterebbe la creazione di uno Stato palestinese evitando spostamenti di popolazione.
  • Il piano prevede iniziative economiche che, secondo la Casa Bianca, potrebbero generare nell’arco dei prossimi dieci anni fino a 50 miliardi di dollari di investimenti in favore del futuro Stato palestinese.

“Questa potrebbe essere l’ultima possibilità per i palestinesi di avere uno Stato”, ha dichiarato Kushner in un’intervista alla CNN, aggiungendo che, a suo parere, i leader Palestinesi hanno costantemente “sciupato ogni opportunità” di migliorare la situazione del loro popolo.

Peace to Prosperity contiene tuttavia una serie di elementi piuttosto controversi:

  • Lo Stato palestinese non godrebbe di contiguità territoriale. La Striscia di Gaza sarebbe ad esempio collegata alla Cisgiordania da un tunnel.
  • Lo Stato palestinese sarebbe inoltre smilitarizzato, e di fatto sarebbe dipendente da Israele anche per il controllo delle sue frontiere. La Cisgiordania sarebbe inglobata da Israele, negando così alla futura Palestina il confine con la Giordania. Israele godrebbe inoltre di sovranità e controllo anche per quanto riguarda le acque territoriali che si trovano di fronte alla Striscia di Gaza.
  • Gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sarebbero riconosciuti come legittimi, nonostante il fatto che la loro costruzione sia avvenuta in violazione di norme del diritto internazionale.
  • Gerusalemme – la città che nella visione mainstream della soluzione a due Stati dovrebbe ospitare sia la capitale di Israele che quella dello Stato palestinese – verrebbe definitivamente riconosciuta come la capitale di Israele. Ai palestinesi sarebbe riconosciuta la possibilità di erigere una nuova capitale nel territorio da essi controllato – che verrebbe chiamata al Quds (Gerusalemme in arabo).
  • Come calcolato dal New York Times, il piano prevede di fatto la possibilità per Israele di annettere circa il 30% dei territori conquistati nel 1967 ma destinati al futuro Stato palestinese. Anche se non fosse approvata da entrambe le parti, la proposta potrebbe comunque servire come una sorta di condono per gli insediamenti israeliani stabiliti nei territori occupati. Guardando alla mappa, si può notare che il piano prevede alcune rettifiche alle frontiere in favore del futuro Stato palestinese, ma i territori interessati sono per lo più aree desertiche situate a sud della Striscia di Gaza.
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Il piano sembra riflettere un atteggiamento piuttosto sbilanciato in favore di Israele da parte della Casa Bianca targata Trump. “La pace richiede compromessi, ma noi non chiederemo mai a Israele di fare compromessi in materia di sicurezza,” ha dichiarato il presidente durante la conferenza stampa, ricordando anche che la sua amministrazione ha fatto enormi passi in favore di Israele.

Altri aspetti controversi relativi a Peace to Prosperity riguardano la tempistica della proposta. Al momento della presentazione, sia Trump che Netanyahu avevano problemi con la giustizia. Trump si trovava ad affrontare una procedura di impeachment (dalla quale è uscito pochi giorni dopo) e Netanyahu era stato rinviato a giudizio per corruzione. Inoltre, sia Trump che il suo omologo israeliano si trovano ad affrontare delle scadenze elettorali a distanza ravvicinata. Questo discorso vale in particolare per Netanyahu, che si trova a fronteggiare la terza campagna elettorale nazionale nel giro di un solo anno.

La risposta dei leader mondiali al piano di pace presentato dalla Trump è stata piuttosto variegata. Le reazioni nel mondo musulmano sono state generalmente negative – la Turchia e l’Iran hanno apertamente criticato il piano – ma alcuni governi arabi si sono mostrati più cauti e propensi a una certa apertura nei confronti dell’iniziativa – è questo il caso ad esempio dei paesi del Golfo e dell’Egitto. Anche il governo britannico ha dichiarato di considerare Peace to Prosperity una proposta seria, mentre la Francia ha ribadito il suo sostegno alla soluzione a due Stati, ma ha espresso una posizione più distaccata nei confronti della proposta elaborata da Kushner. La posizione ufficiale dell’Unione europea è improntata a un certo scetticismo verso il piano, soprattutto per quanto riguarda lo scarso coinvolgimento dei rappresentanti palestinesi nei negoziati di pace.

Mahmoud Abbas – il leader dell’Anp – ha dichiarato la sua ferma opposizione, aggiungendo il suo rifiuto di discutere il piano e la decisione di troncare le relazioni dell’Anp con gli Stati Uniti e Israele. Anche il Primo ministro palestinese Mohammad Shtayyeh ha denunciato il piano dipingendolo come un tentativo di creare una realtà territoriale in “stile groviera” tale da ricordare i bantustan – le enclaves create in Sud Africa durante gli anni dell’apartheid per favorire il predominio dei bianchi. Una critica analoga è stata avanzata da un’organizzazione israeliana per la tutela dei diritti umani, B’Tselem. L’annuncio della proposta di pace ha innescato sul terreno una reazione di forte frustrazione e rabbia fra i palestinesi, dando luogo anche a seri episodi di violenza e scontri fra Palestinesi e Israeliani.

Con Peace to Prosperity, l’amministrazione Trump ha offerto una visione netta e tale da riaprire il dibattito attorno alla delicatissima questione israelo-palestinese, ma non sembra aver generato un consenso internazionale in linea con le aspettative di chi dipingeva il piano come l’“accordo del secolo”. Le reazioni contrastanti e, soprattutto, l’esplosione di violenza degli ultimi giorni, dimostrano ancora una volta quanto sia difficile, ma al tempo stesso urgente, riuscire a elaborare una proposta inclusiva e capace di venire incontro alle legittime aspettative di sicurezza, benessere, dignità e autodeterminazione dei popoli israeliano e palestinese.

Diego Pagliarulo