Gli “Accordi di Abramo”: storici per il Medio Oriente, ma non per il processo di pace

Gli Abraham Accords, nome dato in onore di Abramo, il personaggio biblico che rappresenta un antenato comune  per i fedeli delle tre religioni monoteiste, sono stati sottoscritti lo scorso 15 settembre a Washington. Con questi accordi Israele, gli Emirati Arabi Uniti (Eau) e il Bahrein, i tre stati firmatari insieme agli Stati Uniti, hanno normalizzato ufficialmente le loro relazioni con l’impegno di aprire reciprocamente le rispettive sedi diplomatiche. La firma dei due patti bilaterali Israele-Eau e Israele-Bahrain e della dichiarazione generale, per mano del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, del ministro degli Esteri emiratino Abdullah bin Zayed e del capo della diplomazia bahreinita Abdullatif Al Zayani, ha sanzionato la nascita di una nuova coalizione mediorientale  fortemente appoggiata dall’amministrazione americana del presidente uscente Donald Trump. Gli accordi segnano “una svolta storica” per il Medio Oriente, come sottolineato dalle parole dello stesso Trump, alle quali seguono quelle del premier israeliano Netanyahu che ha pronosticato la “nascita di una nuova era di pace per la regione”. Contemporaneamente alla firma, tuttavia, una serie di proteste si sono sollevate tra i palestinesi contro una normalizzazione ritenuta traditrice della causa palestinese e che allontana sempre di più la possibile soluzione del conflitto israelo-palestinese in base al principio dei “due Stati”.

Da sinistra a destra: Abdullatif Al Zayani, Benjamin Netanyahu, Donald Trump e Abdullah bin Zayed durante la cerimonia ufficiale a Washington, 15 settembre 2020. Fonte: Wikimedia Commons.

Le manifestazioni di risentimento contro i patti e di dissenso nei confronti degli Stati arabi firmatari hanno trovato come contraltare il compromesso tra Tel Aviv e Abu Dhabi mediato dagli Stati Uniti, grazie alla figura del consigliere per il Medio Oriente e genero di Trump Jared Kushner, che ha permesso di sbloccare le trattative. Il 13 agosto scorso, infatti, l’ufficializzazione della normalizzazione tra Israele ed Eau è stata preceduta dalla promessa del premier Netanyahu di “sospendere” l’annessione unilaterale di una parte sostanziale dei territori occupati della Cisgiordania. Una condizione ritenuta necessaria per l’avvio dei negoziati secondo il principe emiratino Mohammad Bin Zayed, ma che ha fortemente diviso l’opinione pubblica israeliana, specialmente l’ultradestra vicina allo stesso premier. L’esempio degli Eau è stato seguito dal Bahrain (con la tacita approvazionedell’Arabia Saudita) il quale ha formalizzato i rapporti con Israele l’11 settembre scorso, sempre attraverso la mediazione statunitense. Il ruolo degli USA è stato risolutivo per il successo dei negoziati tra tre dei suoi maggiori alleati nella regione. Le relazioni tra Israele, Bahrain ed Eau, già avviate in maniera ufficiosa, hanno potuto godere del riconoscimento formale grazie all’amministrazione Trump, ricevendo quell’investitura “storica” fortemente sostenuta dal presidente americano.

Gli accordi di Abramo rivestono un ruolo storico importante per il Medio Oriente. Grazie a essi, due nuovi Stati arabi riconoscono ufficialmente l’esistenza di Israele, aggiungendosi così alla Giordania (accordi di Oslo del 1994) e all’Egitto (accordi di Camp David del 1978). La rilevanza storica aumenta, oltretutto, dal momento che il Bahrain e gli Eau sono i primi paesi del Golfo persico a formalizzare un tale riconoscimento, aprendo così le porte per un futuro miglioramento dei rapporti tra lo Stato ebraico e questa regione. Secondo molti analisti e media israeliani, nel breve periodo l’Oman potrebbe infatti imitare i suoi vicini. Più complessa invece l’ipotesi di normalizzazione delle relazioni con il regno saudita, già buone in via non ufficiale, in particolare per il ruolo di rappresentanza esercitato nel mondo musulmano (come patria dell’Islam e dei luoghi sacri) e la ferma opposizione dell’attuale sovrano Salman Bin Abdulaziz, dell’ala conservatrice e della maggioranza dell’opinione pubblica, tradizionalmente schierata a favore della causa palestinese.

L’arrivo delle delegazioni americana ed israeliana negli Emirati Arabi Uniti con il primo storico volo diretto Tel Aviv-Abu Dhabi, 31 agosto 2020. Fonte: Wikimedia Commons.

Gli accordi possono essere definiti “storici”  dal punto di vista del traguardo raggiunto, ma sembrano  venir meno all’obiettivo, tanto enfatizzato durante la cerimonia di Washington, di costruire una pace duratura in Medio Oriente. I due patti bilaterali, nonostante utilizzino proprio nel titolo “trattati di pace”, non sanciscono infatti la fine di nessun conflitto tra i contraenti, né tanto meno offrono alcuna soluzione alla questione palestinese, poiché i due paesi del Golfo non sono mai stati coinvolti direttamente in essa. La “pace” proposta non può essere equiparata a quella dei trattati di Oslo o di Camp David giacché lascia immutate le possibilità di stabilizzazione del conflitto israelo-palestinese, né gli accordi possono essere interpretati come “l’inizio della fine del conflitto arabo-israeliano” così come affermato da Jared Kushner, il genero di Trump che ha svolto un ruolo di primo piano nell’iniziativa di mediazione promossa da Washington. Nei tre documenti, il tema della pace e della stabilità regionale viene trattato senza una strategia coordinata, ricorrendo a frasi perlopiù generiche e retoriche.  Ciò che colpisce, tuttavia, è proprio la mancanza di condizioni specifiche riguardo alla causa palestinese e all’annessione israeliana della Cisgiordania, non del tutto scongiurata dalla firma degli accordi, come base di partenza per la promozione della pace. Ed è proprio in questo aspetto che si afferma il processo iniziato lo scorso gennaio con la presentazione del Peace to Prosperity Plan ed evolutosi oggi con gli Abraham Accords, ossia il graduale capovolgimento dei paradigmi mediorientali che porta alla marginalizzazione della causa palestinese che cessa di rappresentare l’obiettivo finale per divenire strumento di scambio in favore di interessi geopolitici.

I patti bilaterali, infatti, si dirigono verso questa direzione, prevedendo una stretta cooperazione in diversi settori come il turismo, la finanza e gli investimenti, la salute (con  enfasi sulla lotta al Covid-19) e soprattutto la sicurezza. Dal punto di vista geopolitico, infatti, la possibilità di una cooperazione fra Israele, Bahrain e Eau si fonda sul comune sentimento di opposizione all’Iran – potenza regionale di lingua e cultura persiana e a maggioranza sciita – e all’asse Turchia-Qatar – due paesi i cui governi sostengono movimenti islamisti percepiti come minacce dalle monarchie del Golfo. Appare inoltre ormai più chiaro come la normalizzazione dei rapporti tra Israele e uno Stato arabo non poggi più sulla causa palestinese. I rapporti fra Israele e i suoi vicini sembrano infatti riflettere sempre più una nuova tendenza mediorientale fondata sulla polarizzazione interna del mondo musulmano. Da questa contrapposizione hanno origine due macro conflitti, divenuti interessi principali nel quadro regionale: quello tra sunniti e sciiti, rispettivamente cappeggiati da Arabia Saudita e Iran, e quello tutto sunnita tra l’Islam politico, con l’asse turco-qatariota, e i sunniti “più moderati”, vicini all’asse emiratino-saudita. Di conseguenza, gli Abraham Accords non apportano nessuna modifica nell’attuale scenario regionale anzi, riflettono e rafforzano profondamente le divisioni politiche e settarie presenti in Medio Oriente inserendo ufficialmente Israele nel comune fronte arabo anti-iraniano e antiturco. E non a caso, sia il presidente della Turchia Erdoğan che l’ ayatollah Khamenei hanno denunciato gli accordi e promesso pieno appoggio alla causa palestinese, stabilendo di fatto una nuova alleanza con le autorità palestinesi, che si sentono attualmente isolate e tradite dagli ex alleati del Golfo.

Recep Tayyip Erdoğan e l’Imam Ali Khamenei in un incontro ufficiale a Teheran, 2018. Fonte: Wikimedia Commons.

La normalizzazione tra Israele e Sudan, ufficializzata lo scorso 23 ottobre, è stata accompagnata da numerose critiche per le pressioni sul governo di Abdel Fattah al-Burhan arrivate da Washington e gli aiuti finanziari sauditi a Khartoum. Questo evento aggiunge un nuovo tassello al mosaico degli Abraham Accords che hanno accolto recentemente anche il Marocco, il quale ha normalizzato i rapporti con Israele lo scorso 10 dicembre, portando a quattro il totale degli Stati arabi “revisionisti” nel solo 2020. L’indubbio successo di questi accordi, quindi, è la capacità di sgretolare il tabù palestinese, fulcro delle passate relazioni tra Israele e gli Stati arabi, e dirigere le attenzioni verso nuovi interessi, in primis le tensioni con l’Iran e la Turchia. Sarà importante analizzare quanti – e soprattutto quali – paesi arabi si allineeranno prossimamente alle decisioni di Bahrain ed Eau. In questa dinamica merita particolare attenzione l’Arabia Saudita, ad oggi indirettamente coinvolta nel processo. Nel breve termine, il regno saudita difficilmente modificherà la propria posizione nei confronti della normalizzazione verso Tel Aviv, nonostante la posizione favorevole del principe ereditario Mohammad Bin Salman. La possibilità di consolidare i legami con Washington attraverso la formalizzazione dei rapporti con Israele si scontra, infatti, con la possibile acutizzazione delle tensioni con l’Iran, allontanando sempre di più una futura stabilizzazione regionale. In questo contesto, la vittoria elettorale di Joe Biden non sembra portare cambiamenti nella politica mediorientale statunitense nel breve periodo, con gli accordi di Abramo che rimarranno pilastro fondamentale anche sotto l’amministrazione democratica. Restano da valutare invece le ripercussioni nel lungo periodo: sugli accordi potrebbero influire le future relazioni tra USA e Iran, riguardo una possibile apertura al dialogo nel quadro dell’accordo sul nucleare iraniano del 2015, e tra USA e Arabia Saudita, con l’amministrazione Biden meno disposta a tollerare  le violazioni saudite dei diritti umani. Non di meno sarà essenziale monitorare la posizione dei “perdenti” degli accordi, Turchia, autorità palestinesi e Iran, con un focus sulla loro situazione interna che potrebbe condizionare ampiamente il futuro scenario regionale.

Gli Abraham Accords segnano dunque un passo storico per il Medio Oriente, aprendo una nuova era nelle relazioni tra Israele e gli Stati arabi. Ciò nonostante, l’omissione di elementi essenziali, come l’annosa questione palestinese, e l’esclusione di attori chiave per la regione, in particolare Turchia e Iran, sottolineano come gli accordi non siano in grado di assicurare progressi in  favore della pace e della stabilità, e alimentino invece tensioni e divisioni già consolidate all’interno del quadro mediorientale.

Giacomo Chiarolla