La reazione iraniana alle presidenziali americane

L’Iran è stato uno dei primi paesi del Medio Oriente in cui il risultato delle elezioni statunitensi ha avuto un effetto diretto – in particolare sull’economia. Questo sviluppo è in buona parte dovuto al fatto che Joe Biden, il nuovo president-elect, ha menzionato durante la campagna elettorale l’intenzione di tornare nel quadro del l’accordo sul nucleare iraniano – il Joint Comprehensive Plan of Action (o Jcpoa) del 2015 – anche se ad alcune condizioni. Sotto la guida di Donald Trump, gli Stati Uniti si erano ritirati dall’accordo nel maggio 2018, adottando una politica di sanzioni sempre più severe e di “massima pressione”, colpendo in particolare l’industria petrolifera iraniana. A questa mossa era seguito il sempre più scarso rispetto dei principi del trattato anche da parte iraniana.

Nell’arco di due anni le dure sanzioni hanno di fatto escluso il paese dai mercati internazionali e danneggiato gravemente l’economia, già in difficoltà e caratterizzata da un’inflazione elevata e una forte svalutazione del rial (la valuta iraniana), con effetti disastrosi sulla società. La gravità della situazione ha portato le autorità iraniane a cercare di consolidare il bilancio statale – indebolito non solo dalle sanzioni americane, ma anche da un’inadeguata gestione da parte delle autorità pubbliche e dalla corruzione del sistema politico-economico – con un aumento di ben tre volte del costo della benzina. La decisione ha tuttavia provocato delle proteste di massa, esplose in diverse città iraniane nel novembre 2019 e note come Aban-e 1398 (in riferimento al mese e all’anno del calendario persiano). Queste rivolte sono state soppresse duramente, portando all’uccisione di centinaia di manifestanti. È passato ormai un anno dalle proteste, e da quella data la situazione è peggiorata gravemente: il paese è entrato pienamente nell’emergenza sanitaria del Covid-19 dal febbraio 2020 e le nuove sfide economiche, politiche e sanitarie stanno chiudendo l’Iran in una morsa sempre più stretta.

L’evoluzione dei tassi di inflazione in Iran sulla base dei dati dello Statistical Center of Iran. Fonte: Foundation for the Defense of Democracies.

Nonostante ciò, i leader iraniani hanno chiuso le porte alle offerte di Trump, che spesso, anche se molto vagamente, proponeva sui social media di accettare le sue proposte su un nuovo accordo, senza aspettare i risultati delle elezioni – in quanto, nelle sue previsioni, sarebbe stato di nuovo lui a guidare gli USA. “Non aspettate il dopo-elezioni per negoziare un grande accordo – aveva recentemente twittato Trump – Vincerò io. Farete un affare migliore adesso!”.

L’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca è ovviamente destinato ad avere effetti anche sulla politica estera di Washington, e il governo di Teheran, pur non avendo ancora espresso chiaramente la sua soddisfazione per il cambio di leadership a Washington, ha manifestato la possibilità di ripristinare il rispetto dei parametri dell’accordo sul nucleare. Il Presidente iraniano Hassan Rouhani – i cui maggior successo nei primi quattro anni del suo mandato era stato proprio la realizzazione dell’accordo del 2015 – ha affermato, tramite l’agenzia di stampa della Repubblica islamica (IRNA): “Riteniamo che l’atmosfera sia pronta per relazioni più strette e una migliore interazione con tutti i paesi amici. […] L’uomo il cui mandato sta per scadere [Trump] definirebbe il Barjam [il Jcpoa], come il peggior accordo che abbiano mai concluso gli Stati Uniti nella loro storia, […] l’uomo che è appena arrivato [Biden] ha detto dall’inizio e in campagna elettorale che vuole tornare al Jcpoa”. Rouhani ha poi aggiunto che“Eravamo parte del Barjam e non l’abbiamo abbandonato”, notando come anche altre potenze internazionali fossero favorevoli all’accordo. Rivolgendosi indirettamente ai suoi rivali conservatori, Rouhani ha anche affermato che “nessuno dovrebbe sprecare l’opportunità di revocare le sanzioni”, e che “coglieremo l’opportunità ovunque vedremo le condizioni idonee alla revoca delle sanzioni. Il nostro obiettivo è revocare le sanzioni oppressive in modo che l’Iran possa interagire facilmente con il mondo”.

I negoziatori del Joint Comprehensive Plan of Action del 2015. Fonte: Wikimedia Commons.

Le osservazioni di Rouhani dopo le elezioni statunitensi hanno provocato la reazione dei conservatori iraniani, da sempre contrari all’idea di negoziare con il governo americano. Il giornale ultra conservatore Kayhan ha pubblicato un articolo intitolato “Frenare l’inflazione richiede prudenza, non negoziazione”, affermando che le trattative con Washington sarebbero come un “miraggio”.

Anche il “supremo leader” Ali Kamenei il 3 novembre ha twittato che: “Indipendentemente da chi vincerà le elezioni, la nostra politica nei confronti degli Stati Uniti non cambierà. Alcuni si chiedono cosa accadrà in caso di vittoria dell’uno o dell’altro [Trump o Biden]. Certo, qualcosa potrebbe accadere, ma tutto ciò non ci interressa. La nostra politica è chiara e ben calibrata”.

Mostafa Tajzadeh, un esponente del gruppo politico dei riformisti, nel suo account Twitter ha notato che : “Il dollaro in Iran è passato da 30.000 tomani [il rial è la valuta ufficiale, il toman un suo multiplo, il cui valore si utilizza per gli scambi informali] a 24.000 in 4 giorni. Non a causa della cattura Jamshid Besmellah, [un criminale iraniano coinvolto in operazioni fraudolente nei mercati delle valute estere e dell’oro], no, solo perché un’altra persona a 11.000 chilometri, dall’altra parte del mondo, diventerà presidente.” Tajzadeh ha inoltre, sostenuto che le autorità iraniane dovrebbero preoccuparsi maggiormente di correggere i difetti nel loro modo di governare, esortando i leader iraniani ad andare a vedere “dov’è il problema nel vostro lavoro”.

Mohammad Bagher Ghalibaf, il presidente del Parlamento iraniano. Fonte: Wikimedia Commons.

Anche Mohammad Bagher Ghalibaf, il l’attuale presidente del Majles-e Shuray-e Eslami (il Parlamento iraniano), si è espresso a riguardo del risultato delle elezioni americane: Nella migliore delle ipotesi, ha dichiarato Ghalibaf, “Biden non è diverso da Obama, che ha progettato le cosiddette ‘sanzioni paralizzanti’ ed è stato il primo a violare gli impegni degli Stati Uniti a tenere in piedi la struttura delle sanzioni. [Biden] È stato la seconda e più influente figura nella politica estera dell’amministrazione Obama. Trump ha raccolto ciò che l’amministrazione Obama-Biden ha seminato”.

Questa panoramica mette in ogni caso in evidenza il fatto che anche i conservatori iraniani auspicano la fine delle sanzioni, e sono interessati a mantenere delle seppur minime relazioni con la Casa Bianca. La prospettiva di un miglioramento nelle relazioni fra Washington e Teheran si può intuire in particolare osservando il miglioramento del tasso di cambio nei confronti del dollaro avvenuto subito dopo il primo risultato delle elezioni – nonostante l’amministrazione Trump abbia successivamente dichiarato l’imposizione di ulteriori sanzioni ancora più dure e sistematiche.

Le squadre nazionali di pallavolo di USA e Iran a Teheran in occasione della 2015 FIVB Volleyball World League. Fonte: Wikimedia Commons.

Inoltre, la crescente sensibilità e l’attenzione del popolo iraniano nei confronti dei risultati elettorali statunitensi suggeriscono un’evoluzione dell’opinione pubblica del paese. Se negli anni precedenti la società iraniana vedeva influenza degli Stati Uniti come un fattore cruciale nel determinare le sfide di politica estera, sono ormai sempre di più coloro che considerano gli Stati Uniti, e in particolare il Partito repubblicano, come la radice dei problemi dell’Iran in senso più ampio – anche quelli di politica interna. Nondimeno, le sanzioni e il loro impatto drammatico sull’economia hanno reso il popolo iraniano più sensibile all’importanza della politica estera, e hanno favorito il crescere dell’interesse per altri temi, come la politica regionale di Teheran.

Shirin Zakeri