Il legame tra la comunità ebraica e il Regno del Marocco ha una storia lunga e profonda. La presenza ebraica nel Maghreb più occidentale, l’odierno Marocco, precede l’arrivo degli arabi nella regione (683 d.C.). Ricostruzioni storiche e ritrovamenti archeologici nel sito romano di Volubilis, vicino a Fez, attestano infatti i primi nuclei di popolazione ebraica già a partire dal II secolo a.C. Nei secoli successivi altre ondate di ebrei si aggiunsero al nucleo originario, fuggendo dalle persecuzioni e dall’intolleranza dell’Europa cristiana.
A Idris I (788-791), discendente della famiglia del Profeta Muhammad e fuggito dalle persecuzioni degli Abbasidi, si fa risalire la fondazione del primo embrione di Stato indipendente del Marocco. Idris I riuscì a unire diverse tribù berbere e diede vita alla prima dinastia islamica del Paese, gli Idrisidi. Sotto tale dinastia, la convivenza tra le diverse comunità religiose era regolata dall’istituto giuridico-religioso del dhimmi (protetto). Questo status, riservato alle “Genti del Libro” (principalmente ebrei e cristiani), garantiva protezione e libertà di culto in cambio del pagamento di una tassa specifica, la jizya, e prevedeva uno statuto non paritario rispetto ai musulmani. I regni che si succedettero mantennero sostanzialmente questo patto di convivenza. Tuttavia, non mancarono periodi di restrizioni e persecuzioni. Particolarmente severa fu la dinastia almohade (1147-1269), di orientamento rigorista e integralista, mentre sotto i Merinidi (1244-1465) venne istituito a Fez, nel 1438, il primo Mellah della storia del Marocco: il quartiere ebraico separato nella città nuova (Fes el-Jdid).

Un evento centrale nella storia medievale definì profondamente la presenza ebraica in Marocco: l’espulsione degli ebrei dalla Penisola iberica nel 1492, decretata dai re cattolici Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia al termine della Reconquista, che pose fine al lungo dominio musulmano in Andalusia. L’esodo coinvolse non solo gli ebrei, ma anche numerose comunità musulmane. Il sultano wattaside Mohammed al-Shaykh (detto anche Muhammad al-Sheikh) aprì generosamente le porte di Fez a oltre 30.000 esuli ebrei sefarditi in fuga dalle persecuzioni. Un’accoglienza analoga venne offerta dal sultano ottomano Bayezid II, che li accolse nell’Impero che sarebbe diventato la principale potenza del Mediterraneo orientale. Queste comunità ebraiche portarono nuova vitalità al Marocco, integrandosi progressivamente e occupando uno spazio rilevante nell’economia del Paese, grazie alle loro competenze commerciali, artigianali e finanziarie. Una parte di loro riuscì a ricoprire ruoli di spicco, arrivando a interfacciarsi direttamente con la corte. Sotto la dinastia alaouita, le loro capacità di intermediazione li resero abili negoziatori internazionali. Emblematico è il caso di Samuel Pallache, mercante, diplomatico ed ebreo marocchino, che nel 1610 contribuì a siglare il primo trattato commerciale tra il Marocco e un Paese cristiano, i Paesi Bassi. Sotto il sultano Moulay Ismail (1672-1727) altri diplomatici ebrei conclusero accordi analoghi con Francia, Inghilterra e Olanda.
La dinastia alaouita, che governa il Regno del Marocco ancora oggi, fu fondata nel 1666 da Moulay Rachid. Nei secoli successivi, numerosi esponenti della comunità ebraica ricoprirono ruoli di alto livello: consiglieri del sultano, tesorieri reali e ambasciatori in diversi Paesi europei. La comunità ebraica marocchina conobbe un periodo di crescita e prosperità, assumendo funzioni rilevanti nell’economia, nella diplomazia e nella vita urbana. Quartieri ebraici fiorirono nelle principali città del Regno – Tetouan, Rabat, Salé e soprattutto Mogador (l’odierna Essaouira). Sotto il regno di Moulay Slimane (1792-1822) furono costruiti nuovi Mellah in diverse città.
Facendo un salto temporale, l’epoca del Protettorato francese (1912-1956) e della presenza coloniale spagnola nel nord e nel sud del Paese trasformò profondamente la società marocchina, influenzando anche le condizioni della comunità ebraica. Durante la Seconda guerra mondiale, con il governo di Vichy (1940-1944) guidato dal maresciallo Philippe Pétain, le politiche razziali e antisemite del regime collaborazionista si estesero anche al Nord Africa. Le leggi antiebraiche emanate a Parigi furono formalmente applicate nei territori sotto controllo francese. Tuttavia, la loro attuazione in Marocco non fu né semplice né lineare. L’allora sultano Mohammed V negoziò a lungo con le autorità francesi per attenuare quanto possibile queste misure discriminatorie. Nonostante i decreti antisemiti emanati dal Résident général de France contro i circa 250.000 ebrei del Regno, Mohammed V oppose una resistenza ferma e coraggiosa. Il suo atteggiamento è rimasto celebre grazie alla frase pronunciata durante un ricevimento ufficiale in risposta alle pressioni di Vichy: «Non ci sono ebrei in Marocco. Ci sono solo sudditi marocchini». Con queste parole il sovrano sottolineò chiaramente la sua contrarietà a qualsiasi discriminazione nei confronti dei suoi sudditi ebrei.

Il ruolo della monarchia alaouita nella protezione dei sudditi ebrei è stato riconosciuto e valorizzato anche a livello internazionale. Nel dicembre 2022, due anni dopo la firma degli Accordi di Abramo, il presidente israeliano Isaac Herzog inviò una lettera ufficiale a Re Mohammed VI. Nella missiva, Herzog ringraziò il sovrano marocchino per il “rifugio sicuro” offerto dal Regno agli ebrei durante il secondo conflitto mondiale ed espresse gratitudine al Re e al popolo marocchino “che, per generazioni, si sono adoperati per proteggere la sicurezza, il benessere e il patrimonio culturale della comunità ebraica nel Regno”. Herzog sottolineò inoltre: «Quando milioni di ebrei subirono gli orrori dell’Olocausto nel XX secolo, Re Mohammed V offrì rifugio sicuro ai suoi sudditi ebrei». Concluse affermando: «Gli ebrei marocchini ricordano con orgoglio e affetto la memoria di vostro nonno, Sua Maestà Re Mohammed V, che sarà ricordato come il protettore e custode degli ebrei nel suo regno».
Negli anni ’90 del XX secolo presero avvio diverse politiche volte a riscoprire le radici storiche del Regno e il suo pluralismo identitario. Per decenni, una narrazione dominante aveva presentato il Marocco come un Paese inserito unicamente nel solco arabo-islamico – un orientamento politico affermatosi soprattutto negli anni ’70 – che aveva finito per marginalizzare il ricco patrimonio berbero, africano, andaluso ed ebraico della nazione. In questo processo di riappropriazione identitaria non potevano mancare le radici ebraiche, un riconoscimento arrivato in modo tardivo dopo l’emigrazione di massa della comunità ebraica marocchina verso lo Stato d’Israele. Con la nascita di Israele nel 1948, molti ebrei marocchini si organizzarono per emigrare. Le ragioni furono molteplici: il forte richiamo ideologico e religioso della nuova patria, le speranze di una vita migliore, ma anche le tensioni generate dal conflitto arabo-israeliano e la percezione di crescente insicurezza in un contesto regionale sempre più ostile.
Nel 1948 circa 30.000 ebrei marocchini lasciarono il Paese, aprendo la strada alla grande ondata migratoria che si sarebbe verificata nei decenni successivi. Da una comunità che contava oltre 250.000 persone alla fine degli anni ’40, si passò progressivamente a poche migliaia: negli anni ’90 gli ebrei rimasti in Marocco non superavano i 6.000. La memoria della presenza ebraica, che nel Regno dura da oltre duemila anni, non è andata perduta. Quartieri storici (i Mellah), sinagoghe e antichi cimiteri restano ancora oggi visibili nelle principali città del Paese, testimoni di una convivenza millenaria. Un esempio unico nel mondo arabo è il Museo del giudaismo marocchino, inaugurato nel 1997 a Casablanca da Simon Lévy. Accanto a iniziative individuali, come il piccolo museo ebraico di Akka nel profondo sud del Paese, realizzato da un cittadino musulmano, è intervenuto progressivamente anche lo Stato, sostenendo il recupero e la valorizzazione del patrimonio ebraico marocchino.
La cornice politica che ha dato slancio concreto a questo percorso di riappropriazione identitaria è la revisione costituzionale del 2011. Il preambolo della nuova Carta fondamentale riconosce esplicitamente l’identità plurale del Marocco, definendola come un amalgama di diverse componenti: arabo-islamica, amazigh (berbera), saharo-hassani, arricchita da influenze africane, andaluse, ebraiche e mediterranee. Questo nuovo quadro costituzionale ha aperto la strada a un vasto programma di restauro del patrimonio ebraico. Oltre al recupero di quartieri storici, sinagoghe e musei, su indicazione diretta di Re Mohammed VI è stato avviato un importante intervento di salvaguardia dei cimiteri ebraici su tutto il territorio nazionale. Nel 2015 sono stati restaurati 167 cimiteri ebraici, oltre 40 km di mura perimetrali, 169 porte di accesso, 200.000 metri quadri di pavimentazione e decine di edifici annessi.
Questa nuova politica del Regno non rappresenta solo una riconciliazione ideale con il proprio passato, ma una presa di coscienza concreta e fisica. Attraverso il restauro di sinagoghe, quartieri e soprattutto cimiteri ebraici, il Marocco sottolinea le sue radici millenarie e afferma che solo riconoscendo pienamente il proprio pluralismo identitario può proiettarsi con fiducia verso il futuro.

La già citata revisione costituzionale rappresentò un passaggio storico fondamentale. Nata principalmente per rispondere alle richieste di democratizzazione emerse durante le Primavere arabe, aveva l’obiettivo di rilanciare il Paese e, allo stesso tempo, consolidare la monarchia. La forte enfasi pluralista nel preambolo della nuova Costituzione riflette un’evoluzione profonda del sentimento nazionale e della classe intellettuale marocchina, sempre più intenzionata a riscoprire un’identità nazionale che per decenni era stata oscurata da un’impostazione arabista, spesso più radicata nelle élite che nel sentire popolare. Così, una Costituzione che promuove un’identità “marocco-centrica” o “maghreb-centrica” ha portato inevitabilmente a politiche di valorizzazione della storia e della cultura del Regno, che non potevano prescindere dalla lunghissima convivenza con la componente ebraica. Questo nuovo quadro identitario ha facilitato anche il riavvicinamento con Israele, reso possibile nel 2020 con la firma degli Accordi di Abramo. Al di là della congiuntura geopolitica, dei reciproci vantaggi dell’accordo e dei benefici ottenuti sul dossier del Sahara Occidentale, il Marocco ha così potuto riallacciare, sotto un’altra prospettiva, i legami con la propria diaspora ebraica e recuperare una parte importante della sua storia contemporanea.
Da un punto di vista politico, i rapporti tra Rabat e Tel Aviv non si sono mai interrotti del tutto, proseguendo in forma riservata anche nei momenti più difficili del conflitto israelo-palestinese. Già prima della sospensione ufficiale delle relazioni nel 2000, il Marocco aveva mantenuto aperti canali di dialogo utili a favorire i negoziati nei vari cicli di crisi arabo-israeliane. A tal proposito, un esempio significativo fu l’incontro segreto tenutosi nel 1986 nella città montana di Ifrane tra Re Hassan II e Shimon Peres. La normalizzazione ufficiale dei rapporti nel 2020 ha permesso di portare alla luce e di rafforzare notevolmente questa cooperazione. Oltre agli accordi di natura commerciale ed economica, particolare rilevanza hanno assunto quelli militari: il 4 novembre 2021 è stato firmato l’accordo quadro per la cooperazione in materia di difesa, che ha aperto la strada a uno scambio intenso di informazioni, tecnologie e progetti industriali comuni. A gennaio 2026 si è tenuto il tredicesimo incontro tra le delegazioni militari dei due Paesi, a conferma del profondo livello raggiunto dalle relazioni strategiche. Sul fronte economico spiccano gli accordi nei settori agroalimentare, automobilistico, delle energie rinnovabili, farmaceutico e digitale. Di grande visibilità è stato anche il boom del turismo: già nell’estate del 2021 sono iniziati i primi voli diretti tra Israele e Marocco, ristabilendo così un collegamento tra i due Paesi.

In questo contesto rimane sullo sfondo la difficile posizione del Regno, chiamato a conciliare i propri interessi nazionali e strategici con un sentimento popolare profondamente vicino alla causa palestinese. La monarchia alaouita non può rinunciare al proprio ruolo storico di difensore della causa palestinese, un impegno che affonda le radici in un passato remoto. Già dalle Crociate (o “guerre dei Franchi”, come vennero chiamate dagli arabi), i popoli del Maghreb si distinsero come strenui difensori di Gerusalemme. Non a caso, una delle porte della Città Vecchia porta ancora oggi il nome di Bab al-Maghareba (Porta dei Maghrebini). Il legame tra Marocco e Palestina è sempre stato forte e visibile. Re Mohammed VI presiede personalmente il Comitato Al-Quds, istituito dall’Organizzazione della cooperazione islamica con il compito di proteggere il patrimonio religioso, culturale e urbanistico della Città Santa. La guerra scoppiata dopo il 7 ottobre 2023 ha reso ancora più complessa questa equazione. L’offensiva israeliana a Gaza, che ha causato decine di migliaia di vittime civili palestinesi, ha accentuato le tensioni tra la linea pragmatica della monarchia e il sentimento popolare. Un sondaggio di Arab Barometer pubblicato nell’estate 2025 evidenzia chiaramente questa distanza: nel 2022 il sostegno alla normalizzazione delle relazioni con Israele era al 31%, mentre dopo il 7 ottobre 2023 è crollato al 13%. Tuttavia, proprio in questi anni si sta assistendo a un fenomeno positivo: per la prima volta dopo decenni, una parte della diaspora ebraica di origine marocchina sta tornando a visitare o a stabilirsi nel Regno. Questo ritorno contribuisce a riallacciare un legame profondo durato secoli e apre la strada a sinergie future che solo una diplomazia culturale paziente e intelligente può costruire.
Mohamed El Khaddar
