Lo sciismo in Libano

Le origini dello sciismo politico nel Paese dei cedri

La grande divisione tra sunniti e sciiti ha radici antichissime, risalenti alla successione del Profeta Muhammad avvenuta quattordici secoli fa’. In quel momento storico ebbe luogo la prima separazione tra la maggioranza dell’Islam e i sostenitori di Ali ibn Abi Talib – cugino e genero del Profeta – che potrebbero essere definiti come gli «antenati» degli odierni sciiti. Fu proprio a seguito della morte di Muhammad che ebbe origine la discordia all’interno della comunità musulmana circa chi dovesse assumerne la guida. Da una frattura di natura politica nacque quindi la divisione tra le due grandi correnti dell’Islam che si sarebbe consolidata nel corso dei secoli. Oggigiorno gli sciiti costituiscono circa il 20% della popolazione musulmana e risiedono in un’area che si estende dal Vicino Oriente all’Asia meridionale, con una nutrita presenza nella piccola lingua di terra occupata dal Libano. 

Bandiera libanese nel distretto di Jbeil, Libano. Fonte: www.lebanoninapicture.com.

La comunità sciita costituisce circa un terzo dei 5,8 milioni di abitanti del Paese dei cedri. Ma quali sono le origini della sua presenza? Si stima che la fiaccola sciita in Libano si sia accesa attorno al VII secolo attraverso la propaganda di un compagno del Profeta e partigiano di Ali, Abu Dharr al-Ghirafi. In quell’epoca le prime comunità sciite si insediarono nei villaggi meridionali di Jabal ‘Amil, nella valle della Bekaa e nell’area di Beirut. La diffusione della cultura sciita in questi luoghi avrebbe dato impulso allo sciismo in altre aree, come i territori dell’altopiano iranico, che sotto il regno Safavide (XVI-XVIII secolo) sarebbero divenuti il cuore dello sciismo duodecimano (o imamita) nella regione. Sotto il dominio ottomano (1516-1920), per opera di un importante leader della comunità drusa, il territorio montuoso dell’odierno Libano (noto come «Monte Libano») divenne un principato autonomo nel cuore dell’Impero. La sua conformazione montuosa rese l’emirato del Monte Libano il luogo ideale per il rifugio delle minoranze cristiane, musulmane e druse, che si insediarono nel territorio dando vita ad un esperimento di convivenza che anticipava il confessionalismo politico, tratto identitario del Libano indipendente.

Unità politiche del Libano. Fonte: Maps of the World.

L’attaccamento alla fede e all’identità araba, l’isolamento dai centri di potere ottomani, l’economia povera basata sull’agricoltura e l’allevamento furono solo alcuni degli elementi che caratterizzarono lo sviluppo dello sciismo nell’emirato. All’indebolimento ottomano nel corso del ‘700 corrispose una crescita tanto economica quanto politica delle principali comunità drusa e cristiana maronita, che beneficiavano invece di un’economia basata sull’industria tessile e mercantile.

Tra le popolazioni del Monte Libano gli sciiti costituivano così il gruppo numericamente minore, privo di rappresentanza politica ed emarginato, tanto da essere descritti dalle altre comunità come mendicanti «vestiti di stracci». Ma i primi cambiamenti sociali e demografici, avvenuti tra gli anni Sessanta e Settanta, cominciarono ad avere un forte impatto sulla composizione socio-politica del Monte Libano, coinvolgendo gli sciiti in un ampio processo di urbanizzazione e determinandone un aumento del peso politico.

Durante il mandato francese (1920-1943) venne fondato lo stato del Grande Libano, unendo la provincia del Monte Libano alle aree del sud e della Bekaa a maggioranza sciita, disegnando così gli attuali confini nazionali. La chiave interpretativa del colonialismo non è però sufficiente a spiegare una storia ricca e complessa come quella libanese, che si lega indissolubilmente a quella delle sue comunità. Durante gli anni di dominazione francese fu inoltre eseguito l’ultimo censimento della storia libanese (1932), i cui dati riportavano una diminuzione della comunità cristiana, evidenziando un mutato equilibrio numerico fra i gruppi confessionali. La comunità cristiana subiva infatti un modesto calo, passando dal 79,4% al 50,4%, mentre la comunità musulmana saliva oltre al 42%, con una presenza sciita del 17%.

Nonostante la costituzione del 1926 riconoscesse agli sciiti lo status di comunità indipendente e dotata di proprie leggi, il potere politico continuava ad essere esercitato in maniera egemonica dai maroniti, in alleanza con i sunniti. Nel 1943 i due gruppi maggioritari stipularono il cosiddetto Patto nazionale, ponendo così le basi per la nascita della Repubblica libanese. Nel Libano indipendente la presenza delle comunità acquisiva legittimazione politica e le cariche istituzionali venivano assegnate secondo un principio di equa distribuzione tra le stesse, che, ancora una volta, andava a penalizzare gli sciiti.

Ma tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta alcuni elementi portarono a una crescita della comunità sciita e a un cambiamento degli equilibri politici. Negli anni Settanta gli sciiti sarebbero infatti stati al centro di un importante processo di politicizzazione, che dall’Iran khomeinista si sarebbe diffuso in diverse aree a maggioranza sciita, con gli effetti principali proprio nel Paese dei cedri. Il coinvolgimento del Libano nel conflitto arabo-israeliano e l’invasione israeliana del paese nel 1982 avrebbero infine comportato la svolta decisiva nell’azione politica sciita libanese.

Ma prima ancora di questi avvenimenti, come anticipato, furono i cambiamenti interni al paese a contribuire alla politicizzazione delle comunità sciite libanesi. A partire dagli anni Sessanta, infatti, grandi masse di persone emigrarono dal sud, a maggioranza sciita, verso Beirut e le principali città. Il processo di urbanizzazione che ne conseguì cambiò le condizioni di vita della minoranza sciita, che abbandonò via via i vecchi sistemi clientelari sostituendoli con forme moderne di organizzazione politica. Godendo finalmente di una maggiore coesione interna, gli sciiti avanzarono richieste di giustizia sociale e di maggiore rappresentanza, di cui si fece inizialmente portavoce la sinistra socialista.

Accanto ai movimenti di sinistra furono le organizzazioni religiose a contendere un ruolo di leadership politica della gioventù libanese. I primi segni di «risveglio» sciita erano inoltre già emersi ad inizio secolo attraverso il ruolo della rivista al-Irfan («la Conoscenza») che aveva dato impulso alla diffusione della tradizione imamita, a lungo considerata il retaggio di un passato islamico ormai lontano.

Negli anni Sessanta fu infine l’imam Musa al-Sadr, la figura che più di tutti avrebbe segnato il destino dello sciismo nel paese, a trasformare il richiamo religioso in mobilitazione politica. Appartenente a un’illustre famiglia di teologi presente in Iran dal 1500, al-Sadr si formò nei celebri santuari sciiti di Qom e Najaf, per poi spostarsi nella città di Tiro e rendersi portavoce delle istanze di giustizia sociale e rappresentanza della minoranza sciita libanese.

Interno della madrasa sciita di Najaf, Iraq. Fonte: Wikimedia Commons.

Fu lo stesso Sadr, nel 1974, a dare vita alla prima formazione politica sciita, nota come Harakat al-Mahrumin(«Movimento dei diseredati»). Il nome stesso rimandava ai temi di emarginazione e difesa degli oppressi cari alla tradizione sciita e risalenti alle origini della controversia interna alla comunità musulmana. Se per secoli, inoltre, la dottrina politica sciita aveva imposto di mantenere una posizione «quietista» e silenziosa, rinunciando ad ogni responsabilità politica fino al ritorno del Dodicesimo imam (che non sarebbe morto, ma semplicemente «occultato»), la nascita di un movimento politico sciita rappresentava un vero e proprio spartiacque nella tradizione quietista allora dominante in Iran e in Libano. 

Il «Movimento dei diseredati», avanguardia dell’attivismo politico sciita in Libano, non si dedicò alla sola attività politica ma anche a garantire ai mahrumin, i diseredati, assistenza sociale e accesso all’istruzione e alla sanità. Al movimento sarebbe stata poi affiancata l’ala militare denominata Amal (letteralmente «speranza», ma anche acronimo di «Reggimenti della resistenza libanese»), intensificando così gli appelli a una lotta armata nel quadro di una radicalizzazione dello scontro interconfessionale.

Visita dell’imam Musa al-Sadr nelle aree bombardate nel sud del Libano.
Fonte: Wikimedia Commons.

L’impegno e il carisma di al-Sadr contribuirono a creare un mito attorno alla sua figura, che sarà alimentato dalla sua misteriosa scomparsa nel 1978. Nell’agosto di quell’anno, infatti, l’imam si recò in Libia in visita ufficiale al presidente Muammar Gheddafi. Avvistato per l’ultima volta prima dell’incontro con il leader libico, Sadr scomparve in circostanze misteriose. La tradizione vuole che l’imam sia stato eliminato per volere di Gheddafi, ma non sono mancate interpretazioni che hanno accostato la sparizione di Sadr proprio all’occultamento del Dodicesimo imam.

The Imam and the Colonel – Fonte: Al Jazeera

La scomparsa di Sadr, che privava la comunità sciita del suo leader, e la contemporanea esplosione della guerra civile (1975-1990) sembrarono porre fine alla mobilitazione politica sciita. Ma il mito di ingiustizia e sopraffazione costruito attorno alla figura di Sadr, insieme allo slancio politico prodotto dalla rivoluzione iraniana, preannunciarono in realtà un rinnovato attivismo politico nel mondo sciita. L’opera di politicizzazione e mobilitazione della comunità sciita iniziata da Sadr sarà, infatti, ereditata, e in parte radicalizzata, da quella che è considerata tutt’oggi la maggiore espressione dello sciismo politico libanese di matrice fondamentalista, conosciuta come «Partito di Dio», Hezbollah.

Cecilia Deleo