Le sanzioni europee contro la Russia: quali conseguenze per i Balcani?

La guerra in Ucraina ha fatto precipitare le relazioni fra l’Unione europea e la Russia. Questo stato di tensione sta generando conseguenze politiche ed economiche che interessano da vicino anche l’area balcanica – dove sono presenti sia paesi membri dell’Unione che non.

A seguito dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, l’Unione europea ha adottato una serie di sanzioni contro il regime di Vladimir Putin. Queste misure restrittive si aggiungono a quelle già in vigore dal 2014, conseguenti all’annessione della Crimea a Mosca. Alle sanzioni imposte a partire dal 24 febbraio – data di inizio dell’invasione – sono seguite quelle contro la Bielorussia per il suo coinvolgimento a supporto della Federazione russa. Nello specifico,  l’adozione di queste misure spetta al Consiglio dell’Unione europea, e cioè quell’organo composto da un rappresentante governativo per ciascun stato membro. La composizione del Consiglio dell’Unione varia dunque a seconda della materia oggetto della trattazione. La decisione è adottata all’unanimità e diventa vincolante dal momento della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea. Per quanto riguarda la crisi ucraina, le sanzioni sono adottate nel quadro delle decisioni del Consiglio in materia di politica estera e di sicurezza comune (la Pesc, istituita nel 1992), su proposta formulata dall’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Contestualmente, su proposta congiunta dell’Alto rappresentante e della Commissione, il Consiglio adotta anche, a maggioranza qualificata, un regolamento che stabilisce l’esatto campo di applicazione delle misure (art.215 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea). L’ultimo in ordine di tempo è il regolamento 2022/576. In particolare, le sanzioni contro la Russia si dividono in tre categorie: sanzioni individuali, economiche e misure diplomatiche.

Il Consiglio europeo. Fonte: EU Wiki.

Tra le misure economiche, la più recente è il divieto di importazione di carbone dalla Russia, per un valore di 4 miliardi di euro l’anno. A questo si aggiunge il divieto alle navi russe di accedere ai porti dell’Ue, seppur sono previste alcuni esenzioni che riguardano, soprattutto, l’energia. È stato imposto un divieto generale alla partecipazione delle società russe agli appalti pubblici negli Stati membri. Infine, è disposto un divieto di esportazione verso la Federazione russa di beni e tecnologia nell’industria aeronautica, marittima e spaziale, di armi, di articoli tecnologici che potrebbero contribuire alle capacità di difesa della nazione, ma anche dei beni di lusso. Rilevante resta il blocco per le banche russe e bielorusse dell’accesso al circuito Swift – un servizio di messaggistica internazionale che facilita lo scambio di informazioni tra banche e altri istituti finanziari di tutto il mondo al fine di permettere le transazioni internazionali. Al momento, invece, restano ancora fuori dalle sanzioni i settori del gas e del petrolio.

Quali effetti potrebbe avere l’applicazione delle misure restrittive sulle economie dei paesi dei Balcani? Questi provvedimenti hanno certamente come principale obiettivo quello di indebolire l’economia della Federazione russa ma, inevitabilmente, intaccano in qualche modo anche le economie dei paesi sanzionatori e, più in generale, di tutti quei paesi legati per uno o più settori all’economia russa. Nei Balcani, tra gli Stati che non sono membri dell’Unione europea, la condanna all’invasione, ma soprattutto la condivisione delle sanzioni, è arrivata da parte di Montenegro, Albania, Macedonia del Nord e Kosovo. Serbia e Bosnia invece, pur avendo in teoria condannato l’aggressione, non si sono allineate al regime sanzionatorio.

Il caso della Serbia è interessante per vari motivi. Qui le maggiori criticità a livello economico sarebbero legate a due importanti compagnie operanti sul territorio serbo, la Serban Oil Industry (Nis) e la Sberbank. La prima è un’azienda controllata per il 56% dal gigante russo degli idrocarburi Gazprom, la seconda è una delle più grandi banche russe, diretta destinataria delle sanzioni europee. Per quanto riguarda la Nis, il problema risiede nel fatto che questa compagnia viene considerata una succursale di Gazprom. In particlare, il quarto pacchetto delle sanzioni europee tocca anche aziende straniere – non russe – ma controllate da compagnie russe, proprio come la Nis. Questo legame determinerebbe dunque un blocco nelle forniture energetiche in Serbia – una misura che invece, quasi paradossalmente, non si verificherebbe per gli stessi paesi autori delle sanzioni, poiché queste escludono petrolio e gas. Al momento, comunque, non si registrano ancora conseguenze di questo tipo. Per quanto riguarda invece la Sberbank, bisogna notare che la banca ha diverse sedi in Europa. Le filiali che si trovano nei paesi membri dell’Ue sono maggiormente garantite, perché “vigilate” dalla Bce, garanzie che invece non varrebbero per le sedi in Serbia e in Bosnia, trattandosi di paesi extra -europei. Un effetto delle sanzioni è inoltre il congelamento delle riserve della Banca centrale russa detenute in sedi estere. Questa misura renderebbe la Sberbank non più in grado di garantire liquidità alle sue sussidiarie. Ma già prima che si definisse questa situazione, la Aik Banka (Banca commerciale di Belgrado) aveva annunciato di voler rilevare la filiale serba della Sberbank, dopo aver ottenuto l’autorizzazione dalla Banca nazionale.

La sede centrale della Sberbank a Mosca. Fonte: Wikimedia Commons.

Come già accennato, tra i paesi extra-europei che potrebbero soffrire a causa delle sanzioni contro Mosca, c’è anche la Bosnia-Erzegovina. In questo caso il problema maggiore risiederebbe nel rischio di esacerbare l’instabilità dell’assetto politico-istituzionale del paese. Alla base di questa situazione vi sono le forti spinte separatiste del presidente della Republika Srpska Milorad Dodik. A poche ore dall’attacco in Ucraina, la sua posizione appare ancora più pericolosa. Proprio questa circostanza ha portato, lo stesso giorno dell’inizio della guerra di Putin, alla decisione di raddoppiare le forze della missione Eufor; decisione adottata a scopo precauzionale. Si tratta della forza di mantenimento della pace dell’Ue in Bosnia. Il contingente che lo compone fa a sua volta parte della missione Althea. Nel 2004 Althea si è sostituita alla missione Nato di peacekeeping e di monitoraggio del rispetto degli accordi di Dayton, che nel 1995 hanno posto fine alla guerra in Bosnia.

Il presidente della Republika Srspka Milorad Dodik e Vladimir Putin nel 2018. Fonte: Wikimedia Commons.

La forte condanna Ue nei confronti della Russia potrebbe registrare conseguenze negative sulla Bosnia anche a livello economico. Sarajevo, infatti, non si è espressa a favore delle sanzioni. Questa scelta rischia di avere come effetto la perdita di circa 600 milioni di investimenti dai fondi europei, messi a disposizione dalla Commissione europea per la Bosnia. Il commissario Ue per la Politica di vicinato e l’allargamento, Olivér Várhelyi, ha palesato questo rischio, dovuto sia al suo mancato allineamento agli altri paesi Ue che hanno condannato l’invasione dell’Ucraina, sia a causa proprio del separatismo della Republika Srpska.

Tra i paesi balcanici membri dell’Ue, invece, le sanzioni potrebbero suscitare altri effetti. Sono da segnalare in tal senso i particolari rischi che interessano l’economia croata. La preoccupazione parte dalle aziende croate che fanno affari direttamente con quelle russe, ma coinvolge anche in questo caso l’attività della Sberbank, presente in Croazia dal 2012. Al momento non si sono manifestati effetti preoccupanti al riguardo, considerato anche il fatto che l’istituto di credito occupa l’ottavo posto tra le principali banche del paese. La questione più pressante riguarda tuttavia il coinvolgimento della Sberbank nel Gruppo Fortenova, una delle aziende più grandi della Croazia, e di cui la banca russa detiene delle partecipazioni. Colpire l’attività del gruppo significherebbe rallentare l’approvvigionamento del paese di generi alimentari, in quanto Fortenova è proprietaria delle più grandi catene alimentari in Croazia, ma anche di edicole e aziende fornitrici di vino e acqua. Anche in questo caso, però, la situazione sembrerebbe essere ancora sotto controllo, poiché la banca russa detiene una partecipazione nel gruppo inferiore al 50%.

Infine per ciò che concerne la Bulgaria, l’acquisto di bevande – alcoliche e analcoliche – e tabacco sarebbe a rischio perché questi prodotti sono principalmente forniti dalla Russia. L’anello debole riguarda il legame con un’altra azienda russa direttamente interessata dalle sanzioni europee, la Lukoil – la più grande compagnia petrolifera russa e una delle più grandi al mondo. Lukoil controlla l’unica raffineria bulgara, la Lukoil Neftochim Burgas. Ad oggi le sanzioni europee non prevedono lo stop alle forniture di petrolio e gas da Mosca, ma la concreta possibilità che questo avvenga ha già avuto i primi effetti per Sofia. Il primo ministro bulgaro ha infatti palesato la volontà di “ritirarsi” dalle sanzioni per quanto riguarda il settore energetico, se queste dovessero includere anche gas e petrolio. In realtà non sarebbe così facile percorrere questa strada. Essendo la Bulgaria un paese membro dell’Unione europea, il governo di Sofia non potrebbe semplicemente decidere di non allinearsi più alle sanzioni. Il governo bulgaro avrebbe, tutt’al più, la possibilità di presentare al Consiglio – l’organo che ha adottato le misure sanzionatorie, e che deciderebbe in merito – una domanda di riesame della decisione al riguardo, unitamente a documenti a supporto di questa.  

Tra le ultime misure previste da Bruxelles, la più incisiva è lo stop all’acquisto del carbone russo. In questo settore i paesi più colpiti saranno la Croazia, che importa quasi il 75% del fabbisogno nazionale, e la Bulgaria, sebbene in misura minore. Qui, infatti, l’importazione del carbone copre circa il 33% del suo consumo totale, essendo presenti nel paese alcune riserve. La Croazia, invece, non dispone di importanti giacimenti attivi di carbone e questo proviene quindi più dalle importazioni.

C’è anche un altro aspetto da considerare, per quei paesi che non si sono allineati alle sanzioni contro la Russia. Non aver aderito alle misure restrittive europee e statunitensi significa ritrovarsi nella possibilità di continuare a commerciare più liberamente con Mosca. I paesi non sanzionatori, infatti, non verrebbero a loro volta colpiti da conseguenti misure restrittive, qualora decidessero di fare affari con la Federazione russa nei settori sottoposti a sanzioni, rimasti quindi “scoperti”. Questo tipo di penalità non è infatti prevista. Non esiste un meccanismo che obblighi i paesi extra-europei ad allinearsi all’Unione. Per chi ne approfittasse questo porterebbe un guadagno. Mosca potrebbe quindi tentare di aggirare le sanzioni trovando altri acquirenti disposti a fare affari con lei. Non si tratta certamente di un processo facile né tantomeno veloce, ma bisogna considerare che, se i paesi sanzionatori sono quelli con le economie più forti, quelli non allineati sono in realtà la maggior parte nel mondo.

Vietando l’importazione in Europa del carbone dalla Russia, per la prima volta l’Unione impone sanzioni contro il settore energetico in relazione alla guerra, lasciandone però ancora fuori petrolio e gas. La ragione di questa scelta, almeno fino ad oggi, è agli occhi di tutti e rappresenta più in generale una contraddizione intrinseca alle sanzioni stesse in un mondo ormai interconnesso come il nostro, e cioè l’inevitabile coinvolgimento delle economie di altri paesi che ne verrebbero negativamente colpiti. Si tratta di un “tallone d’Achille” che non appare, finora, superabile e che, anzi, si aggreverebbe qualora l’Ue decidesse di includere tra le misure proprio il gas. Quanto le sanzioni colpiranno duramente le economie dei paesi prima citati, è difficile poter dare una risposta certa e definitiva. Molto dipenderà dall’evolversi della situazione e dai settori che saranno maggiormente interessati dalle misure varate dai paesi occidentali nei confronti della Federazione russa e forse anche dei suoi alleati.

Se le sanzioni, poi, interessano le forniture di beni di prima necessità, come nel caso dei generi alimentari, queste potrebbe determinare una reazione anche “dal basso”. Bisogna tenere conto, cioè, anche delle potenziali reazioni dei cittadini nei confronti di misure che comporterebbero, a lungo andare, un peggioramento della qualità della vita, determinando un cambiamento più o meno radicale nelle abitudini quotidiane.

Chiara Vilardo