La crisi russo-ucraina e la ridefinizione degli equilibri nei Balcani occidentali

Nel contesto dei Balcani occidentali, i cosiddetti Western Balkans Six (WB6) – Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia – costituiscono un’area di elevato interesse geopolitico. Fin dalla dissoluzione della Jugoslavia, i sei paesi si sono incamminati – seppur con tempi e modalità diverse – lungo un percorso di avvicinamento all’Unione europea e, più in generale, alle potenze occidentali. Alcuni di loro, tuttavia, hanno scelto un “doppio standard” che li ha tenuti legati anche alla Russia, sorvolando sulla distanza dell’ex potenza sovietica dal sistema di principi e di valori che contraddistinguono l’Occidente. È il caso, in particolare, della Serbia di Aleksandar Vučić e della Republika Srpska di Milorad Dodik (una delle entità territoriali di cui si compone la Bosnia-Erzegovina), che non hanno mai voluto rinunciare al rapporto privilegiato con Mosca pur essendo impegnate nel processo di adesione all’Ue.

A prescindere dall’allineamento più o meno marcato con il fronte occidentale o con il Cremlino, tutti i WB6 sono accomunati da un passato che ancora oggi rende complesso il loro percorso di crescita economica, di assestamento di politico e di sviluppo sociale. Divisioni etniche, limitato spazio di confronto politico, corruzione e traffici illeciti sono alcuni dei problemi che ancora oggi caratterizzano i sei paesi. Non stupisce, dunque, che la regione sia contraddistinta da un elevato grado di instabilità e sia particolarmente esposta a shock geopolitici provenienti dall’esterno. Il conflitto russo-ucraino, in particolare, sembra destinato a produrre cambiamenti significativi nel già delicato assetto balcanico.   

Periodicamente, i vertici europei si riuniscono con i leader dei WB6 per discutere i progressi dell’integrazione dei sei paesi nell’Ue. Fonte: flickr

Nell’analizzare le ripercussioni che la guerra potrebbe avere sui Balcani occidentali, l’attenzione non può che andare alla potenziale ridefinizione degli equilibri che legano Russia, WB6 e Occidente. Una delle ipotesi più accreditate è che Mosca possa servirsi del peso che vanta nella regione – riconducibile al forte legame con Belgrado e Banja Luka, al ruolo rivestito nella partita serbo-kosovara e alla condizione di dipendenza energetica in cui ha posto il territorio – per aumentarne l’instabilità e minarne, gradualmente, il legame con USA e Ue. Si tratta, in effetti, di una lettura realistica e già avvalorata da alcune dinamiche che hanno interessato la regione negli ultimi mesi: basti pensare al mancato allineamento di Serbia e Bosnia al regime sanzionatorio applicato dall’Ue o, ancora, alla recente recrudescenza delle tensioni tra Pristina e Belgrado.

In merito alle sanzioni, la posizione della Serbia – già approfondita in una nostra precedente analisi – è riconducibile tanto alla necessità di tutelare gli interessi energetici e strategici nazionali quanto alla presenza di una corposa comunità filorussa all’interno del paese. Dal Cremlino dipendono, infatti, l’81% delle importazioni serbe di gas, il non riconoscimento internazionale del Kosovo e l’orientamento di tutti quei cittadini serbi che sentono ancora un forte legame valoriale e identitario con Mosca. Nel caso della Bosnia, invece, la presa di distanza dal regime sanzionatorio è spiegata dalla delicata struttura del paese: la Republika Srpska, vicina a Putin e sempre più orientata all’autonomia, non avrebbe infatti mai accettato di penalizzare economicamente e politicamente la Russia. Il governo centrale di Sarajevo si è così trovato nell’impossibilità di allinearsi all’Occidente e condannare l’invasione di Mosca, pena la rottura definitiva dei propri equilibri interni. Quanto, poi, alle relazioni tra Kosovo e Serbia, le tensioni si sono riaccese proprio quando quest’ultima ha rifiutato di prendere posizione contro l’invasione dell’Ucraina. Il timore di Pristina è che Belgrado prenda la crisi russo-ucraina come parametro di riferimento per avanzare nuove pretese sul territorio kosovaro, forte anche dell’appoggio di Mosca. Non a caso, ad una settimana dell’invasione, i vertici kosovari hanno richiesto formalmente di aderire alla Nato e denunciato all’Ue l’ambiguità della posizione serba.

Il rafforzarsi delle spaccature bosniache, l’aumento dell’ambiguità serba e la riacutizzazione delle tensioni tra Pristina e Belgrado denotano come il conflitto russo-ucraino rischi di danneggiare gli equilibri interni dei paesi balcanici e le relazioni che li legano in base alle prerogative e specificità di ognuno. La crisi in corso, tuttavia, potrebbe anche avere ripercussioni di carattere più generale ed esacerbare problematiche tipiche dell’intera regione. Una delle preoccupazioni condivise da USA e Ue, a questo proposito, è che il conflitto determini una recrudescenza della corruzione che caratterizza l’area. La Russia di Putin si starebbe infatti già servendo dei WB6 per eludere le sanzioni occidentali, come dimostrato dalle circa 300 società russe che sono state registrate in Serbia dall’inizio del conflitto. Questo, oltre a vanificare l’efficacia del regime sanzionatorio, potrebbe creare margini per nuove attività finanziarie illecite nella regione, aumentando ulteriormente il livello di corruzione che la caratterizza e che risulta in crescita già da alcuni anni. Una seconda preoccupazione riguarda il sistema di diffusione delle informazioni: i Balcani occidentali sono infatti sempre stati esposti ad interferenze mediatiche da parte del Cremlino, che notoriamente si serve delle emittenti russe più diffuse nell’area per ottenere consenso e influenzare l’opinione pubblica. Una dinamica che con il procedere del conflitto potrebbe intensificarsi, considerato che tra i WB6 solo Kosovo e Montenegro si sono uniti all’Ue nel “bannare” le russe Sputnik e Russia Today mentre la Serbia notizia degli ultimi giorni – ha addirittura accettato di aprire due sedi delle emittenti nella propria capitale.  

Il presidente russo Vladimir Putin ospite dell’emittente televisiva Russia Today.
Fonte: En.kremlin.ru

Il problema delle dinamiche appena descritte è che, oltre ad aumentare l’instabilità endogena dei WB6, queste rischiano anche di deteriorarne il processo di adesione all’Unione europea. Il rifiuto di Serbia e Bosnia di allinearsi alle sanzioni, ad esempio, ha suscitato un duro e immediato richiamo da parte di Bruxelles. Attraverso le parole di Josef Borrell, Alto rappresentante Ue per gli affari esteri e e la politica di sicurezza, l’Europa dei 27 ha invitato esplicitamente Belgrado ad abbandonare ogni ambiguità e ad allinearsi alla politica estera comunitaria, sostenendo che «oggi non è possibile rimanere neutrali sull’aggressione russa dell’Ucraina anche al netto di legami, vincoli e pressioni dell’opinione pubblica» e che in gioco vi sono le prospettive di adesione all’Unione. Quanto alla Bosnia, invece, a rischio vi sono i 600 milioni di euro in finanziamenti messi a disposizione dalla Commissione per sostenere la connettività digitale e le infrastrutture bosniache – tra queste, anche il corridoio paneuropeo 5C che passa attraverso il territorio della Republika Srpska. A detta di Olivér Várhelyi, Commissario Ue per l’allargamento e la politica di vicinato, tali finanziamenti dipendono infatti dall’impegno del membro serbo della presidenza tripartita Dodik a prendere le distanze dal Cremlino e soprattutto ad abbandonare ogni velleità separatista, essendo una potenziale frammentazione della Bosnia incompatibile con l’integrazione europea. In merito alla questione serbo-kosovara, la recente recrudescenza delle tensioni rischia poi di allontanare i due paesi dall’Ue in funzione di veri e propri vincoli formali. Come spiegato in precedenza, infatti, i “criteri di Copenaghen plus” subordinano l’ingresso dei paesi balcanici nell’Unione alla normalizzazione delle loro relazioni bilaterali, processo su cui insiste anche la risoluzione 64/298 delle Nazioni unite. In altri termini, l’integrazione di Serbia e Kosovo nella struttura comunitaria non sarà ammissibile fino a quando la disputa che li vede protagonisti non sarà risolta, prospettiva che sembra sempre più lontana in virtù delle evoluzioni degli ultimi mesi. Anche le previsioni di un aumento della corruzione e dell’interferenza mediatica esercitata dalla Russia penalizzano, infine, il potenziale ingresso dei WB6 nel sistema europeo. Questo perché Bruxelles considera la lotta alle attività illecite e la libertà di espressione e di informazione come veri e propri pilastri fondamentali, il cui rispetto deve essere garantito non soltanto dai paesi membri, ma anche e soprattutto dagli aspiranti tali.  

Western Balkans Six ed Unione europea. Fonte: Elordenmundial 

Quale conseguenza della crisi russo-ucraina, il contesto territoriale del WB6 sembra dunque destinato a veder crescere la propria instabilità e a diventare un secondo teatro di competizione tra il Cremlino e il fronte Usa-Ue-Nato. Questo, in linea teorica, dovrebbe stimolare le potenze occidentali ad affrontare con più polso le problematiche dei paesi balcanici per velocizzarne l’inserimento nella struttura europea e in apparati come il Patto atlantico. Ad esempio, Bruxelles potrebbe servirsi dell’Open Balkan Initiative – un progetto di cooperazione economica recentemente inaugurato da Serbia, Albania e Macedonia del Nord ma rivolto all’intera regione – per accelerare l’integrazione delle economie balcaniche con quella comunitaria, avendo così un pretesto per vigilare sulla trasparenza delle attività commerciali e finanziarie dei WB6 e rafforzare i presupposti per il loro ingresso nell’Unione. La Nato, dal canto suo, potrebbe muovere passi concreti per l’inserimento del Kosovo nell’Alleanza, stante anche la disponibilità di alcuni paesi membri – Turchia in particolare – in questo senso. Il coinvolgimento di Pristina nel Patto atlantico potrebbe infatti essere portatore di diversi vantaggi. In primo luogo, potrebbe fungere da deterrente per eventuali pretese territoriali da parte di Belgrado e da disincentivo alle attività di destabilizzazione condotte da Mosca. Contestualmente, potrebbe incoraggiare il riconoscimento del Kosovo da parte della comunità internazionale, incentivando anche quei paesi Ue che mostrano più reticenze a riguardo e dare così un nuovo slancio al percorso di integrazione europea del paese. Da ultimo, potrebbe dare credito al ruolo della Turchia – che più volte si è presentata come garante degli interessi kosovari – all’interno dell’Alleanza; un aspetto, questo, da non trascurare, considerato che la posizione di Ankara nella Nato è strategica anche se talvolta ambigua (come dimostrato dalla recente opposizione all’ingresso di Svezia e Finlandia, poi ritirata a fronte della soddisfazione di specifiche richieste avanzate ai due paesi).

A sinistra, il Primo ministro del Kosovo Albin Kurti. A destra, il Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg. Fonte: flickr

Le ragioni per una maggiore presa di posizione da parte dell’Occidente nei confronti dei WB6 sono quindi molteplici. Nella pratica, tuttavia, il fronte occidentale sta dimostrando di non avere ancora una visione chiara rispetto alla gestione dei rapporti con i sei paesi. Appare evidente, ad esempio, la mancanza di una linea condivisa da parte dell’Ue nel risolvere la questione dei visti del Kosovo e nel gestire l’impasse relativa alla concessione dello status di paese candidato alla Bosnia; quest’ultima, in particolare, è una situazione che si protrae ormai dal 2016 e che nelle ultime settimane è tornata a far discutere in conseguenza alla decisione di Bruxelles di concedere lo status di candidate ad Ucraina e Moldavia. Certamente la notizia degli ultimi giorni dell’avvio dei negoziati di adesione di Albania e Macedonia del Nord – in stallo da tre anni a causa del veto posto dalla Bulgaria nel 2019 e rimosso lo scorso 24 giugno – è un segnale positivo, ma non basta a risolvere la lunga serie di problematiche che si legano all’adesione dei WB6 e che stridono con l’idea di un’Ue realmente pronta ad accogliere i sei paesi. La rigidità europea, peraltro, si riflette anche oltreoceano. Con l’inizio del conflitto e il timore di un aumento della destabilizzazione russa nei Balcani, anche l’amministrazione statunitense ha cominciato ad esercitare una maggiore pressione sulla regione, e in particolare su Serbia e Bosnia, in virtù dei legami con Mosca di una e delle fratture interne dell’altra. Pressione dimostrata, tra le altre cose, dal rafforzamento delle sanzioni rivolte a funzionari e politici dei WB6 – tra cui il serbo-bosniaco Dodik – ritenuti responsabili di contribuire alla destabilizzazione dell’area e di intrattenere relazioni troppo strette con il Cremlino.

La mancanza di flessibilità e un approccio non sempre condiviso sembrano essere dunque gli elementi che caratterizzano l’azione di Washington e Bruxelles – comprensibili in relazione agli stravolgimenti provocati dalla crisi russo-ucraina – i quali potrebbero avere l’effetto di aumentare l’instabilità Balcanica e di esporre ulteriormente i paesi più fragili alle mire di Mosca.

Carlotta Maiuri