La Turchia e la crisi in Medio Oriente

Sui media occidentali ha destato molto scalpore il discorso tenuto dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan in Parlamento lo scorso 25 ottobre, nel corso del quale ha definito i miliziani di Hamas liberatori e non terroristi e ha duramente attaccato lo Stato di Israele affermando che «non abbiamo problemi con lo Stato di Israele, ma non abbiamo mai approvato le atrocità commesse e il suo modo di agire, più simile a quello di un’organizzazione che di uno Stato».

Le sue parole hanno destato forti reazioni anche a livello politico, tanto da essere definite “gravi e disgustose” dal vicepremier italiano Matteo Salvini, il quale avrebbe addirittura richiesto al ministro degli Esteri Antonio Tajani di convocare l’Ambasciatore turco in Italia. 

In realtà le parole pronunciate dal presidente Erdoğan di fronte al Parlamento turco non sono una novità – non lo sono nemmeno i toni usati – e riflettono pienamente la posizione assunta dalla Turchia sin dall’inizio dell’attuale crisi.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. Fonte: Wikimedia Commons

Nelle ore immediatamente successive agli attacchi del 7 ottobre contro Israele il presidente turco, nel corso del IV Congresso straordinario dell’Akp, aveva chiesto a tutte le parti coinvolte nel conflitto di agire con moderazione e si era quindi offerto di svolgere un ruolo di mediazione tra le stesse al fine di raggiungere una de-escalation. La sua proposta era stata tuttavia respinta con decisione dall’ambasciatrice israeliana ad Ankara Irit Lillian, la quale aveva dichiarato nel corso di un briefing online con i giornalisti che «la mediazione arriva in un momento diverso. In questo momento, purtroppo, stiamo contando i morti, stiamo cercando di curare i feriti, non sappiamo nemmeno qual è il numero dei cittadini rapiti (…) vogliamo che tutte le persone rapite tornino a casa e che in Israele e nella regione torni la calma (…) solo dopo potremo parlare di mediazione e di chi saranno gli attori in questa mediazione». Lillian aveva inoltre duramente criticato i rapporti tra la Turchia e Hamas, aggiungendo che Israele si sarebbe aspettato maggiore empatia da parte di Ankara. Una posizione netta, quella dell’ambasciatrice israeliana, fortemente critica rispetto ai rapporti che la Turchia intrattiene con Hamas 

Ciononostante, la Turchia – che da sempre sostiene la soluzione a due Stati e non ha mai ritenuto Hamas un’organizzazione terroristica ma un gruppo di resistenza – nelle ore immediatamente successive agli attacchi del 7 ottobre si è impegnata in un’intensa attività diplomatica. Erdoğan, oltre a parlare con il presidente Israeliano Isaac Herzog, ha infatti avuto colloqui telefonici con il presidente dell’Anp Mahmūd Abbās, con quello egiziano Abdel Fattah al-Sisi, con l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al-Thani e con il primo ministro della Malaysia Anwar Ibrahim il 9 ottobre, con Vladimir Putin e il segretario generale delle Nazioni unite Antonio Guterres il 10 ottobre, con il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune, con il primo ministro dell’Arabia Saudita Mohammad bin Salman e il re Abdallah II di Giordania l’11 ottobre. Negli stessi giorni il ministro degli Esteri Fidan ha avuto colloqui con i suoi omologhi di Qatar, Arabia Saudita, Egitto, Palestina, Iran, Stati Uniti (2 volte), Giordania, Spagna, Emirati Arabi Uniti e Regno Unito. 

In un articolo uscito su Politico lo scorso 13 ottobre, Elçin Poyrazlar ha spiegato questo iperattivismo turco come la ricerca di una nuova opportunità – fallito il tentativo di mediazione tra Russia e Ucraina – di ritagliarsi un ruolo sempre più centrale nella regione. La stessa autrice ha però evidenziato come ciò sia complicato da ottenere in un contesto che si radicalizza sempre più. Inoltre, i rapporti tra la Turchia di Erdoğan e Hamas rendono Ankara un mediatore poco credibile per Israele, così come il suo tentativo di riavvicinarsi a Tel Aviv nel corso degli ultimi anni rende più probabile che Hamas guardi a Teheran più che ad Ankara. 

Sfumata ogni possibilità di svolgere un ruolo di mediazione tra le parti, la Turchia ha quindi assunto una posizione di sempre più ferma condanna nei confronti di Israele e delle sue operazioni militari su Gaza. In un discorso tenuto a Istanbul il 13 ottobre, in occasione dell’annuale “Turkiye-Africa Business and Economic Forum”,  Erdoğan oltre a essersi detto preoccupato da un possibile aumento della tensione nella regione, ha dichiarato che «Moschee, ospedali e insediamenti civili vengono bombardati e noi rifiutiamo questi attacchi», e che «Punire collettivamente il popolo di Gaza in questo modo non farà che aumentare il problema e causerà altre lacrime e sofferenze», non risparmiando infine dure critiche nei confronti del Segretario di Stato americano Anthony Blinken per le sue parole in merito al conflitto in atto.

Il discorso di Erdoğan al “Turkiye-Africa Business and Economic Forum”. Fonte: tabet.org

Lo stesso giorno, in un colloquio telefonico con il presidente francese Emmanuel Macron, ha ribadito che le violazioni dei diritti umani conto i civili a Gaza sono inaccettabili e ha invitato i paesi occidentali a evitare passi che non contribuiscano alla pace, concetto sostanzialmente ribadito il 16 ottobre in una telefonata con il premier britannico Rishi Sunak, nel corso della quale ha detto di aspettarsi iniziative concrete da parte della comunità internazionale, in modo particolare dai paesi occidentali, contro la violazione dei diritti umani a Gaza.

Nelle stesso ore il ministro degli Esteri turco ha avuto colloqui telefonici con il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, con quello dell’Oman, Sayyd Badr Albusaidi, e con quello del Pakistan, Jalil Abbas Jilani. Secondo alcune fonti anonime, riportate dall’agenzia turca “Anadolu Agency”, sempre il 16 ottobre Fidan avrebbe inoltre parlato al telefono con Ismail Haniyeh, capo dell’ufficio politico di Hamas.

Non deve sorprendere che Erdoğan, impossibilitato a svolgere un’azione di mediazione nel conflitto in corso, abbia deciso di re-indossare i panni dello strenuo sostenitore della causa palestinese, allo scopo di trasformare la Turchia in un punto di riferimento per il mondo musulmano in una fase di scontro radicale come quella attuale. Non è la prima volta, infatti, che il presidente turco assume posizioni forti in merito alla questione palestinese: basti ricordare, in tal senso, la sua decisione di abbandonare il Forum di Davos nel 2009 per non aver potuto replicare all’allora presidente israeliano Shimon Peres nel corso di un dibattito sui problemi del Medio Oriente e in particolare sull’operazione militare “Piombo Fuso” condotta tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009 dall’esercito israeliano nella Striscia di Gaza. 

Dovrebbe invece preoccupare il fatto che Ankara, al fine di presentarsi come “campione” della causa palestinese, non esiti ad attaccare gli Stati Uniti e più in generale l’Occidente, accusandoli sostanzialmente di usare due pesi e due misure quando si tratta della questione palestinese. Le parole pronunciate dal presidente turco lo scorso 25 ottobre, infatti, non sono molto diverse da quelle usate dal ministro degli Esteri turco il 17 ottobre nel corso di una conferenza stampa congiunta con il ministro degli Esteri Libanese, Abdallah Bouhabib, a Beirut. In quell’occasione Hakan Fidan ha dichiarato che per anni «le potenze egemoniche hanno oscurato la vera natura del conflitto israelo-palestinese grazie all’influenza dei loro media» e che è tempo per la comunità internazionale «di compiere passi seri verso la soluzione a due Stati, basata sui confini del 1967 e con Gerusalemme Est capitale dello Stato palestinese”. Nel corso della conferenza stampa ha inoltre dichiarato che «Voi (Israele) state occupando la terra di qualcun’altro. State prendendo le loro case, cacciandoli e portandovi dentro altre persone, chiamandole coloni (…) questo si chiama furto». Lo stesso giorno, riferendosi all’attacco contro l’ospedale Al-Ahli di Gaza anche Erdoğan, in un post su X (ex Twitter), ha usato toni durissimi, affermando che «Colpire un ospedale dove ci sono donne, bambini e civili innocenti è l’ultimo esempio degli attacchi di Israele privi dei valori umani più basilari».

Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan. Fonte: Wikimedia Commons

La posizione assunta dal governo turco sembra porlo sempre più in rotta di collisione con i suoi alleati occidentali della Nato e ciò non può non rappresentare un elemento di apprensione e un fattore da valutare con attenzione, soprattutto alla luce di quella che appare una frattura sempre più netta che tra l’Occidente e gran parte del resto del mondo, con Cina e Russia a fare da guida (basti pensare al recente allargamento dei Brics). A tale proposito appaiono interessanti le parole di Fidan, il quale nel corso di una conferenza stampa, citando una recente conversazione con il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, ha affermato che in merito alla questione israelo-palestinese una potenziale posizione comune di Cina e Russia, membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sarebbe significativa e che «La crescente attenzione della Cina alle questioni regionali rispetto al passato è importante. La nostra posizione è in gran parte allineata sulla questione della Palestina». 

È evidente che l’ambizione della Turchia sia quella di assumere un ruolo sempre più centrale negli equilibri regionali e che un sostegno così forte alla causa palestinese è anche strumentale a tale obiettivo. È tuttavia altrettanto evidente che, per portare avanti i propri piani di politica estera, Ankara non mancherà di fare fronte comune con quei paesi, Cina e Russia in primis, che sembrano oggi voler dare vita a un fronte alternativo se non apertamente conflittuale a quello delle democrazie occidentali.

D’altra parte, la recente firma del protocollo di adesione alla Nato della Svezia da parte di Erdoğan conferma come il presidente turco ami condurre una politica estera basata su sottili e a volte precari equilibri. Fino a quando sarà possibile per Stati Uniti e Unione europea accettare questa politica ondivaga da parte della Turchia è tuttavia difficile da prevedere. 

Francesco Anghelone