Dallo scoppio delle cosiddette Primavere arabe, l’Europa ha guardato con rinnovato interesse – e crescente preoccupazione – al quadrante del Mediterraneo centrale, in particolar modo per l’intensità e la complessità dei flussi migratori che lo caratterizzano. All’interno di tale cornice, la Tunisia – percepita innanzitutto come Paese di origine dell’emigrazione irregolare verso l’Europa – è progressivamente emersa anche come importante Paese di transito. Le città costiere, e in particolare Sfax, hanno conosciuto un incremento significativo della presenza di persone in movimento, spesso in attesa dell’occasione giusta per attraversare il Mediterraneo. La posizione geografica, la relativa permeabilità dei confini meridionali e la fragilità dell’economia tunisina hanno facilitato questo cambiamento, rendendo il Paese una piattaforma sia di passaggio che di ‘stallo’, dove molti migranti rimangono ‘bloccati’ a causa dell’aumento dei controlli e dell’assenza di canali legali di emigrazione verso il continente europeo. Tale trasformazione si è intrecciata con profonde tensioni sociali interne, sfide economiche strutturali e un sensibile mutamento delle politiche migratorie nazionali, soprattutto dopo la concentrazione dei poteri nelle mani del presidente Kaïs Saïed a partire dal 2021.

Gli impatti dei flussi migratori sulle società di transito vanno considerati su più livelli. L’arrivo in Tunisia di un numero crescente di migranti ha comportato pressioni aggiuntive su servizi sanitari e assistenziali già in difficoltà. Nelle aree urbane, e in primo luogo a Sfax, si sono sviluppati insediamenti informali che hanno richiesto interventi di emergenza, spesso senza adeguato supporto statale. Parallelamente, l’economia informale ha assorbito parte della manodopera migrante, favorendo talvolta forme di sfruttamento e di lavoro sottopagato soprattutto nell’edilizia, nell’agricoltura e nella ristorazione. Al tempo stesso, si è verificato un significativo rafforzamento delle reti di contrabbando, dedite in particolar modo allo spostamento dei migranti dal confine algerino alle località di partenza, mentre le procedure di trasferimento da parte delle forze di polizia tunisine a Ras Jedir, vicino al confine libico, hanno provocato non poche tensioni con il governo di Tripoli. Le comunità locali, già colpite da anni di stagnazione economica, hanno reagito in alcuni casi con crescente ostilità, alimentata da narrazioni securitarie che presentano i migranti come causa di instabilità. Talvolta, le tensioni sono state caratterizzate da una chiara matrice razziale: le organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti umani hanno infatti documentato episodi di violenza e discriminazione contro i migranti provenienti dall’Africa subsahariana, e le stesse forze di polizia hanno compiuto una serie di raid e blitz che hanno contribuito ad aggravare la situazione. Il governo, da parte sua, ha spesso utilizzato la questione come leva per consolidare il proprio consenso, presentandosi come garante dell’ordine interno e dell’identità araba del Paese, minacciata da presunte ‘ingerenze’ straniere. Il dossier migratorio è così diventato un tema polarizzante nel dibattito politico tunisino: da una parte, alcuni segmenti della popolazione invocano infatti misure di sicurezza più stringenti, mentre dall’altra taluni raggruppamenti della società civile richiamano l’esigenza del rispetto dei diritti umani, denunciando al contempo l’assenza di una politica migratoria coerente e di un quadro normativo nazionale chiaro.

Dal luglio 2021, quando Saïed ha sospeso il Parlamento e assunto poteri straordinari, la gestione delle migrazioni ha seguito una logica di progressiva securitizzazione. Le autorità hanno aumentato le operazioni di intercettazione in mare, i rimpatri forzati o ‘volontari assistiti’ e le retate nelle aree considerate focolai di partenze irregolari. In parallelo, è diminuito lo spazio di intervento delle ONG, ostacolate nel monitoraggio delle violazioni dei diritti umani. La firma nel luglio 2023 del Memorandum d’intesa tra Tunisia e Unione Europea ha rappresentato in tale contesto un punto di svolta: con l’accordo, l’UE ha infatti promesso allo Stato nordafricano finanziamenti per rafforzare i controlli marittimi, sostegno macroeconomico, l’implementazione di programmi per la gestione delle frontiere e la lotta ai trafficanti, nonché l’apertura di percorsi di migrazione legale. Da un punto di vista strettamente tecnico, l’intesa ha reso possibile il potenziamento della cooperazione in materia migratoria; tuttavia, significative sono state le critiche per l’assenza di meccanismi di verifica indipendenti sul trattamento delle persone intercettate o respinte. Le autorità tunisine hanno rimarcato come la gestione dei flussi sia da considerarsi questione di sovranità nazionale, sulla quale non sono tollerate interferenze: pertanto, il governo ha resistito a quelle che percepiva come indebite pressioni da parte europea ed esplicitamente rifiutato risorse condizionate all’attuazione di specifiche politiche richieste da Bruxelles. Le espulsioni di massa di cittadini subsahariani, avvenute in diverse occasioni negli ultimi anni, hanno suscitato diffuse condanne a livello internazionale ma sono state giustificate da Tunisi come necessarie al «ripristino dell’ordine pubblico». Il tema del rispetto dei diritti umani però rimane: ONG come Amnesty International, Human Rights Watch e gli esperti delle Nazioni Unite hanno infatti documentato arresti arbitrari, espulsioni collettive verso zone desertiche ai confini con la Libia, diniego dell’accesso alle procedure di asilo (in particolar modo dal giugno 2024) e uso eccessivo della forza nelle operazioni di polizia. Il conflitto con gli standard e i valori promossi dall’UE appare evidente e mette in difficoltà Bruxelles, che considera Tunisi un interlocutore fondamentale per la gestione dei movimenti migratori nel Mediterraneo centrale. Trovare un punto di equilibrio non è agevole: l’Unione ha offerto alla Tunisia supporto finanziario e tecnico, consapevole che la stabilità del Paese e l’efficacia dei controlli sono fattori chiave per ridurre le partenze, ma diverse organizzazioni della società civile e una parte del Parlamento europeo hanno rimarcato come tali forme di sostegno rischino di rendere l’UE corresponsabile di violazioni dei diritti fondamentali dei migranti. Di qui il dilemma: da un lato, l’UE avverte la necessità di cooperare con la controparte maghrebina per gestire un fenomeno transnazionale complesso; dall’altra, si palesa l’esigenza di evitare che tale cooperazione comprometta gli impegni europei in materia di diritti umani e protezione internazionale.

Da quando il presidente Saïed ha assunto pieni poteri, le politiche migratorie tunisine hanno vissuto una profonda trasformazione. Il Paese è diventato sempre più un territorio di contenimento dei flussi verso l’Europa, con un approccio focalizzato quasi esclusivamente sulla sicurezza, sulla repressione e sul controllo territoriale. Questa evoluzione si è concretizzata in un contesto complesso: la crisi economica interna, le pressioni dell’Unione Europea e la volontà del presidente di consolidare la propria immagine come difensore dell’ordine pubblico e della sovranità nazionale hanno concorso a un cambio di paradigma visibile e controverso. Grazie all’intesa con Bruxelles, la Guardia costiera tunisina è stata potenziata e ha intercettato centinaia di imbarcazioni dirette verso la sponda nord del Mediterraneo. Ciò ha dunque determinato una significativa riduzione delle partenze verso l’Italia: secondo i dati del ministero dell’Interno citati da Agenzia Nova e aggiornati al 31 ottobre, da inizio anno sono state 4.359 le persone che hanno raggiunto le coste italiane partendo dalla Tunisia, numeri in netto calo rispetto ai 17.497 sbarchi registrati nello stesso periodo dell’anno precedente. Nel 2024, lo Stato nordafricano ha anche istituito una propria Zona di ricerca e soccorso (Search and Rescue, SAR), ma tale iniziativa, secondo quanto denunciato da attivisti e ONG, è servita quasi solo a legittimare i respingimenti, e non a garantire operazioni di salvataggio più efficaci. Al contempo, Tunisi ha intensificato i programmi di ‘ritorno volontario’ dei migranti, in collaborazione con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM): a novembre 2025, secondo i dati forniti dalle autorità tunisine, circa 10.000 persone sono rientrate nei loro Paesi d’origine attraverso tali canali. Le organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti umani sostengono tuttavia che la Tunisia avrebbe fatto ampiamente ricorso anche ad espulsioni collettive e trasferimenti forzati, abbandonando talvolta i migranti nei pressi delle frontiere con Libia e Algeria: secondo Amnesty International, almeno 11.500 persone sarebbero state espulse dal Paese tra il 2023 e il 2025 in operazioni su larga scala. Ancora, il nuovo corso intrapreso da Saïed ha portato allo smantellamento dei grandi insediamenti informali sorti nella zona di Sfax come centri di transito in vista delle successive partenze verso le coste europee. Emblematica in tal senso è stata l’operazione condotta nell’aprile di quest’anno a El Amra, dove le autorità – senza alcun preavviso e ricorrendo alla forza – hanno demolito le tendopoli, appiccato incendi e disperso i residenti accampati nelle baracche: durante lo sgombero, molte persone sono state arrestate, altre sono state trasferite in aree remote e altre ancora hanno dovuto rivolgersi all’OIM per il rimpatrio.
In questo scenario, la Guardia costiera tunisina svolge un ruolo centrale. Le sue attività non si riducono semplicemente all’intercettazione delle imbarcazioni, ma includono operazioni di salvataggio, monitoraggio costiero e cooperazione internazionale. Tuttavia, la natura ibrida di questi compiti – tra sicurezza, controllo e soccorso umanitario – contribuisce a restituire un’immagine pubblica ambivalente di questa autorità, sul cui operato mancano peraltro verifiche imparziali. In tempi recenti, la Guardia costiera è stata coinvolta in una serie di iniziative di cooperazione con l’UE, grazie alle quali ha potuto modernizzare parte della sua flotta e rafforzare le proprie capacità operative. Rispetto a tale tema sono tuttavia emersi una serie di profili problematici, sui quali si sono soffermate tanto le opinioni pubbliche europee quanto quella tunisina. Come si è visto, la società civile in Europa ha più volte denunciato le strutturali carenze delle politiche migratorie di Tunisi, ragion per cui la collaborazione con la Guardia costiera del Paese maghrebino allarma per le possibili violazioni dei diritti fondamentali dei migranti. Al contempo, anche in Tunisia hanno trovato spazio voci apertamente critiche verso i Paesi europei, accusati di voler esternalizzare la gestione di un fenomeno di notevole portata e strutturalmente complesso. Appare infatti evidente come per molti versi lo Stato nordafricano non disponga degli strumenti e delle risorse indispensabili per fronteggiare una sfida di tale rilievo, non avendo peraltro ancora predisposto un quadro legislativo completo sull’asilo e reali politiche di integrazione: in tale cornice, il rischio è che i migranti restino in un limbo, bloccati in centri spesso sovraffollati e senza alcuna certezza sul loro futuro. In definitiva, le autorità tunisine – e in particolar modo la Guardia costiera – si muovono in un contesto in cui la questione migratoria si intreccia con una significativa instabilità politica, una profonda crisi economica, la mancanza di opportunità soprattutto per i giovani e rilevanti tensioni regionali.

Infine, il sistema tunisino di gestione della migrazione si è ulteriormente irrigidito – e radicalizzato – a seguito di una sempre più marcata criminalizzazione dell’operato della società civile nel settore. Nell’ultimo biennio, il governo ha infatti avviato indagini ed effettuato arresti nei confronti di membri di ONG che si occupavano di tutela di migranti e rifugiati offrendo loro assistenza legale o sanitaria. Associazioni attive da anni hanno subito il congelamento dei conti bancari, la sospensione delle autorizzazioni a operare sul territorio e sono state accusate apertamente di ‘tradimento’ o di voler favorire una ‘sostituzione demografica’. Senza il supporto delle organizzazioni non governative, migliaia di migranti hanno così perso l’unico canale di aiuto e di protezione effettiva.
Le autorità tunisine rivendicano una riduzione sensibile delle partenze irregolari verso l’Europa, ma questo risultato è stato raggiunto attraverso misure draconiane, che hanno messo ulteriormente a rischio categorie di persone estremamente vulnerabili. Il quadro generale che emerge è quello di una Tunisia trasformata in una ‘zona tampone’ per il contenimento dei flussi migratori verso l’Europa, un Paese considerato ‘non sicuro’ da molte ONG eppure trattato come partner essenziale per arginare l’arrivo di migranti sulle coste europee. Ciò ha di fatto portato alla cristallizzazione di un modello che privilegia il rigido controllo dei movimenti di popolazione rispetto alle tutele offerte dai meccanismi di protezione internazionale, anche quando questo rischia di compromettere il rispetto dei diritti umani, perpetuando una logica di gestione emergenziale del fenomeno migratorio. La politica promossa da Kaïs Saïed sembra aver prodotto effetti immediati sul controllo dei flussi, ma ha anche generato tensioni interne, instabilità e un crescente isolamento internazionale sul piano dei diritti. Senza riforme strutturali – una legge sull’asilo, un sistema di accoglienza dignitoso, meccanismi trasparenti di collaborazione con l’Europa e i singoli Stati – tali elementi di fragilità rischiano di essere ulteriormente accentuati, compromettendo il futuro del Paese. Una strategia fondata sull’uso dei migranti come strumento di pressione geopolitica e che prevede il silenziamento della società civile quando fa troppo rumore non può avere una prospettiva di lungo periodo. Nel frattempo però, il prezzo che i migranti hanno pagato e continuano a pagare è altissimo.
Mario Savina
