Libia: la svolta degli Haftar con la Turchia

L’approvazione, il 20 ottobre, da parte della Camera dei Rappresentanti libica (House of Representatives, HoR) del memorandum sulla delimitazione delle zone di giurisdizione marittima con la Turchia (sul quale l’OSMED aveva già pubblicato un dossier di approfondimento) rappresenta una svolta negli equilibri politici della Libia e del Mediterraneo orientale. L’intesa, firmata nel novembre 2019 dal Governo di accordo nazionale (GAN), guidato da Fayez al-Sarraj, e da Ankara, era stata duramente contestata dalle autorità della Cirenaica, che nel 2020 avevano respinto gli accordi con la Turchia e interrotto le relazioni politiche con Ankara. A sei anni di distanza, la stessa HoR ha approvato all’unanimità il memorandum. La questione centrale, tuttavia, non riguarda soltanto la delimitazione marittima, ma le ragioni che hanno spinto la famiglia Haftar ad accettare un accordo sostenuto proprio dal Paese che aveva contribuito a fermare la sua offensiva su Tripoli nel 2019-2020.

Immagine di copertina, generata con AI.

La tempistica appare particolarmente significativa. Il voto arriva appena due settimane dopo l’elezione, il 6 ottobre, di Al-Salhin Abdelnabi al-Obeidi alla presidenza della HoR, in sostituzione di Aguila Saleh, che ha contestato la legittimità dell’avvicendamento. Già presidente della Commissione parlamentare di amicizia libico-turca, al-Obeidi è stato eletto nell’ambito di un avvicendamento sostenuto anche da Khalifa Haftar e dal figlio Saddam. Il ridimensionamento di Saleh, storicamente vicino all’Egitto, sembra aver contribuito a rimuovere uno degli ostacoli politici all’approvazione dell’intesa.

Al centro di questa riconfigurazione emerge soprattutto Saddam Haftar, vicecomandante delle forze armate orientali e protagonista sempre più influente delle relazioni internazionali della Cirenaica. Il progressivo riavvicinamento ad Ankara, accompagnato da contatti diplomatici e militari e da iniziative di cooperazione nel settore della sicurezza, si inserisce nella strategia di consolidamento del suo ruolo, anche in prospettiva di una futura successione al padre Khalifa. Saddam ha accolto favorevolmente la decisione parlamentare, presentandola come uno strumento di tutela degli interessi economici e marittimi libici. Subito dopo il voto, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha inoltre contattato telefonicamente sia Saddam Haftar sia il premier di Tripoli Abdulhamid Dbeibah, a conferma della capacità attuale di Ankara di dialogare direttamente con entrambi i principali centri di potere libici.

Ma che cosa ottiene la famiglia Haftar in cambio di questa apertura? La convergenza appare fondata su vantaggi politici, militari ed economici, senza che ciò implichi necessariamente l’esistenza di uno scambio negoziale direttamente collegato all’approvazione del memorandum. Per la Turchia, il voto della HoR rappresenta un importante risultato politico: rafforza il sostegno istituzionale libico all’intesa del 2019, precedentemente respinta dalle autorità orientali, e consolida la posizione di Ankara nelle controversie sulle delimitazioni marittime del Mediterraneo orientale, pur senza risolverne i profili giuridici contestati da altri Stati. Per la leadership della Cirenaica, invece, l’apertura alla Turchia amplia le possibilità di cooperazione militare e tecnologica, favorisce l’accesso a nuovi interlocutori economici e contribuisce a rafforzarne la legittimazione internazionale.

Il riavvicinamento non si limita, peraltro, alla dimensione diplomatica. I contatti tra i rispettivi apparati militari e le iniziative di cooperazione nel settore della sicurezza indicano la volontà di sviluppare rapporti più strutturati, anche se resta da verificare la portata effettiva degli impegni assunti e l’eventuale prospettiva di una presenza militare turca stabile nella Libia orientale. Un simile sviluppo dovrebbe comunque inserirsi in un contesto già caratterizzato dalla consolidata presenza russa. Più che prefigurare una sostituzione di Mosca con Ankara, la nuova apertura sembra quindi riflettere una strategia di diversificazione dei partner esterni, attraverso la quale gli Haftar cercano di accrescere la propria autonomia negoziale senza compromettere le relazioni con gli alleati tradizionali.

A questa dimensione si affiancano rilevanti interessi economici. La ricostruzione della Cirenaica, coordinata in larga misura attraverso il Fondo per lo sviluppo e la ricostruzione della Libia diretto da Belqassem Haftar, costituisce un possibile terreno di espansione per le imprese turche, già dotate di una significativa esperienza nel settore delle infrastrutture libiche. Un loro maggiore coinvolgimento potrebbe rafforzare le relazioni economiche con la leadership orientale e ampliare le risorse a disposizione del sistema di potere costruito dalla famiglia Haftar. Sul piano politico, il principale beneficiario sembra essere Saddam Haftar, il cui crescente protagonismo nelle relazioni con Ankara si inserisce nel processo di consolidamento della sua posizione all’interno degli apparati militari e negli equilibri della successione a Khalifa. Il rapporto con la Turchia potrebbe inoltre accrescere il suo profilo internazionale in vista di eventuali future ambizioni politiche, comprese quelle presidenziali.

Il ministro della Difesa turco Yaşar Güler, il vice ministro della Difesa del GUN, Abdul Salam al-Zubi, e il vice comandante dell’Esercito nazionale libico e comandante delle forze di terra, Saddam Haftar, a margine della fiera internazionale SAHA 2026. Fonte: TRT

Se nella Cirenaica il riavvicinamento alla Turchia si inserisce in una più ampia strategia di diversificazione delle alleanze internazionali, sul versante occidentale l’approvazione dell’accordo assume un significato politico differente. Il premier del Governo di unità nazionale (GUN), erede politico-istituzionale dell’esecutivo che aveva sottoscritto il memorandum del 2019, ha accolto favorevolmente il nuovo orientamento parlamentare. Il ministero degli Esteri di Tripoli ha definito l’approvazione uno sviluppo positivo per le relazioni con Ankara, sottolineando la volontà di proseguire la cooperazione nel rispetto dei principi del diritto internazionale. Nella stessa giornata, Dbeibah ha incontrato a Tripoli il capo dell’intelligence turca İbrahim Kalın, discutendo della situazione politica e di sicurezza, degli sviluppi regionali e della gestione delle migrazioni. Il successo diplomatico presenta tuttavia una contraddizione. L’approvazione dell’accordo rafforza una posizione sostenuta da Tripoli, ma contemporaneamente legittima il rapporto diretto tra Ankara e i suoi rivali orientali. La Turchia, che con il proprio intervento militare aveva contribuito a garantire la sopravvivenza delle autorità occidentali durante l’offensiva di Haftar, può ora progressivamente affrancarsi da una relazione privilegiata con il solo governo di Dbeibah. Quest’ultimo ottiene dunque un risultato politico sul dossier marittimo, ma rischia di vedere ridimensionata l’esclusività del rapporto con Ankara. La convergenza tra Tripoli e Bengasi non deriva, infatti, da un processo di riconciliazione nazionale, bensì da interessi geopolitici che possono essere condivisi anche da attori ancora contrapposti sul piano istituzionale. Questo è uno dei paradossi della crisi libica: gli attori esterni riescono talvolta a favorire convergenze settoriali che non si traducono in un effettivo superamento della divisione del Paese.

İbrahim Kalın e Abdulhamid Dbeibah. Fonte: Lana

Le conseguenze regionali della decisione sono particolarmente rilevanti per l’Egitto. Il Cairo, storico sostenitore politico e militare di Khalifa Haftar, si era opposto al memorandum del 2019 e aveva sottoscritto nell’agosto 2020 un accordo alternativo di delimitazione marittima con la Grecia. Il 20 ottobre, i ministri degli Esteri egiziano e greco, Badr Abdelatty e George Gerapetritis, hanno discusso telefonicamente delle implicazioni dell’intesa per la sicurezza e la stabilità del Mediterraneo orientale. Il 21 ottobre è arrivata anche una presa di posizione ufficiale del ministero degli Esteri egiziano, che ha respinto l’approvazione parlamentare del memorandum, ribadendone la nullità e sostenendo che la decisione della HoR non produce effetti giuridici nei confronti dell’Egitto. Il Cairo ha inoltre riaffermato la propria opposizione a qualsiasi iniziativa che possa compromettere i diritti sovrani egiziani nelle zone marittime rivendicate. La decisione della HoR pone dunque l’Egitto davanti a più di un dubbio: i suoi principali interlocutori libici sostengono oggi un accordo che il Cairo aveva contrastato fin dall’inizio. Non si tratta necessariamente di una rottura con la famiglia Haftar, anche alla luce del miglioramento delle relazioni turco-egiziane, ma di un segnale della crescente autonomia diplomatica della famiglia Haftar. Il sostegno egiziano non sembra più garantire un allineamento automatico della leadership orientale sulle principali questioni strategiche regionali.

La reazione più netta è arrivata dalla Grecia, che ha respinto la decisione parlamentare, ribadendo che il memorandum resta, secondo Atene, contrario al diritto internazionale del mare e lesivo dei diritti marittimi delle isole greche, in particolare Creta. Anche Cipro ha condannato il voto, mentre l’Unione europea, attraverso una dichiarazione congiunta del presidente del Consiglio europeo António Costa e della presidente della Commissione Ursula von der Leyen, ha riaffermato la propria opposizione all’accordo, considerato incompatibile con il diritto del mare e lesivo dei diritti sovrani di Stati terzi. Anche Israele è intervenuto nella controversia, condannando il voto parlamentare del 20 ottobre. Il ministero degli Esteri israeliano ha sostenuto che l’accordo leda i diritti sovrani dei propri alleati regionali e ha accusato la Turchia di contribuire alla destabilizzazione del Mediterraneo orientale. La posizione israeliana riflette il deterioramento delle relazioni con Ankara e il crescente peso delle questioni energetiche e marittime nella competizione regionale.

Per l’Italia, la svolta della Cirenaica presenta implicazioni che vanno oltre la controversia giuridica sulle delimitazioni marittime. Roma aveva già contestato il memorandum turco-libico del 2019 e condivide il quadro di riferimento espresso dall’UE. Al momento non risulta una nuova presa di posizione autonoma del governo italiano specificamente dedicata al voto del 20 ottobre, ma le conseguenze della decisione interessano direttamente la politica mediterranea di Roma. Sul piano energetico, l’approvazione dell’accordo non modifica automaticamente la posizione italiana, ma potrebbe rafforzare il peso negoziale di Ankara nelle future controversie marittime e nella competizione per le risorse energetiche della regione. Ancora più significativa è la dimensione politico-strategica. L’avvicinamento tra la Turchia e la famiglia Haftar potrebbe ridurre gli spazi di manovra autonomi dell’Italia nella Cirenaica, proprio mentre Roma cerca di mantenere rapporti con entrambi i principali centri di potere libici. Si delinea così una situazione complessa: Italia e Turchia collaborano su dossier strategici come la sicurezza e la gestione dei flussi migratori, ma perseguono interessi non sempre coincidenti nella definizione degli equilibri politici e marittimi regionali. Il rafforzamento dei rapporti tra Ankara e Bengasi potrebbe rendere la Turchia un interlocutore sempre più influente anche nei confronti della leadership orientale, modificando il contesto nel quale l’Italia esercita la propria azione diplomatica. Per Roma, la questione non è soltanto difendere una posizione giuridica, ma preservare la capacità di incidere sugli equilibri libici senza compromettere la cooperazione con Ankara. In questo senso, il rischio principale non è un’immediata perdita del ruolo italiano, quanto un progressivo ridimensionamento della sua autonomia negoziale nei confronti degli interlocutori libici. La crescente influenza turca impone quindi all’Italia di rafforzare una strategia capace di integrare cooperazione energetica, sicurezza e dialogo politico con entrambe le parti del Paese.

Demarcazioni marittime tra Libia e Turchia. Fonte: Global Security

Nel complesso, l’approvazione del memorandum segnala una trasformazione degli equilibri della Cirenaica, più che un effettivo superamento della frammentazione libica. La famiglia Haftar dimostra di poter rinegoziare le proprie alleanze senza rinunciare al controllo delle istituzioni e delle risorse della Libia orientale, mentre Ankara consolida una posizione sempre meno dipendente dagli equilibri politici di Tripoli. Il paradosso è evidente: la Turchia, intervenuta militarmente per impedire la conquista della capitale da parte di Khalifa Haftar, potrebbe oggi contribuire indirettamente al rafforzamento politico della sua famiglia. Per Egitto e Italia, tradizionalmente influenti nel dossier libico, la nuova configurazione impone un adattamento delle rispettive strategie, mentre Grecia, Cipro e Israele osservano con crescente preoccupazione l’espansione dell’influenza turca nel Mediterraneo orientale.

Il voto della HoR non sancisce dunque soltanto un successo diplomatico di Ankara, ma rivela una dinamica più profonda: la capacità degli attori libici di utilizzare le rivalità e le convergenze internazionali per consolidare i propri assetti di potere. Resta da comprendere se la Turchia impiegherà la propria influenza su entrambi gli schieramenti per favorire un nuovo equilibrio nazionale o se finirà per rafforzare, attraverso rapporti paralleli con Tripoli e Bengasi, la divisione politica del Paese. In questa prospettiva, l’interrogativo riguarda l’intero sistema di relazioni esterne della Libia: fino a che punto gli attori internazionali sono ancora interessati alla sua riunificazione istituzionale, quando possono già perseguire i propri obiettivi strategici attraverso accordi separati con i diversi centri di potere?

Mario Savina